mercoledì 30 gennaio 2008

Non temo fato

Non c’è nient’altro da fare. Vivo una vita rarefatta. Una sequenza d’immagini disconnesse. Fabio ha ragione. Basta guardarsi la punta dei piedi! Siamo qui. Non c’è nulla da fare. Lasciamoci trascinare dalla corrente. Ho smesso di preoccuparmi del passato. Non guardo più avanti di domani. Questo è il mio unico modo di sopravvivere. Non me ne rendo conto. Tutto sta qui, nell’inconsapevolezza.

Preparo un cuba mentre aspetto che Fabio passi a prendermi. Venerdì sera. Che si fa? Che si fa? Guardo dalla finestra della cucina e mi fumo una sigaretta. Ho messo troppo rhum e poca coca. Apro il frigorifero e prendo la coca. Ho finito la mia scorta di gigetto. Spero Fabio ne abbia un po’. Sono troppo nervoso. Sono troppo me stesso. Butto giù il cuba il più velocemente possibile, il tempo di finire la sigaretta.

Non riesco a leggere un libro da settimane. Qualsiasi racconto, lungo o breve. Preferisco le poesie. Non sopporto i poemi. Mi servono poche frasi. Frasi in cui mi riconosco. Ero così vicino a te che ho freddo vicino agli altri. Cerco disperatamente poesie. Non mi fanno sentire solo. Ti sono amico Paul, ti sono amico Edward, come mai mi capisci sempre Eugenio?

Entriamo e il Triangolo di Cielo è ancora vuoto. E’ presto. Non sono neanche le dieci. Una coppia sta seduta in un angolo. Andranno via tra poco.
Ci sediamo sui divanetti. Arriva Ivan. Si siede a fianco a noi. Ordino un cuba. Ivan è un bel ragazzo. Alcuni dicono sia gay, ci sono dei sospetti perché non conclude mai pur avendo tutte le possibilità. A me sta simpatico perché è tranquillo. Non siamo amici, non quanto lo è con Fabio. Non abbiamo nulla da dirci. Con chi ho qualcosa da dire? Sono tutti musicisti. Parlano di musica e di donne, se ci sono le donne parlano di musica.
Dopo mezz’ora il Triangolo è quasi pieno. Io ho già finito il mio cuba. Ne ordino un altro. Fabio mi fa un cenno e usciamo nel parcheggio. Saliamo in macchina. Tira fuori un sacchetto pieno di maria. Il profumo riempie l’abitacolo. Sono già eccitato. Tiro fuori le cartine e inizio a rollare. Fabio prepara il filtro. Doppia esse.
Lo tengo nei polmoni il più possibile. Siamo due tossici veri. Un tiro per uno, divisione dei beni. Odiamo tutti e due chi fuma in compagnia e si tiene la canna per ore. Si fa più di tre tiri. Va bene, magari la maria è la sua ma allora perché non se la fuma a casa? Oramai che sei qui con noi e offri: dividi equamente.
Mi sento le gambe e le braccia rilassate. Bisogna andare. Rimango alcuni secondi bloccato.

Sono arrivate Paola e le sue amiche. Non le conosco tutte. C’è Silvia, sua sorella maggiore. Piace a Fabio. E’ assieme ad un francese, uno di Lione, ma se la fa il Cuffi. Conosco Roberta, è al terzo anno di matematica. So che fa la tesi in teoria dei gruppi, o almeno così mi ha detto Fabio. E’ bionda tinta, sembra un’oca, ma non lo deve essere. Forse ci fa. Di fianco a lei però c’è Giulia. So solo il suo nome, che suona il violoncello, ha i capelli neri, lunghi fino a metà schiena. Fuma una sigaretta dietro l’altra e sembra non importargli niente di nessuno.
Sono lì seduto sul divano. Sorseggio un altro cuba. Fabio l’ho perso appena rientrati. Si starà avvicinando a Silvia. Peccato che si vede che ha fumato. Si comporta da coglione. Ha gli occhi a palla e si mangia le parole. Non so perché si deve sempre spaccare. Per lui fumare è andare fuori di testa. Io la uso solo come calmante. Sono lucido, anche se i pensieri si rincorrono nella mia mente e non so cosa uscirà appena aprirò bocca.
Guardo Giulia ostinatamente, mai una volta che guardi verso di me. Non c’è pericolo che i nostri occhi s’incrocino. Devo fare qualcosa. Ha il gomito appoggiato sul fianco. La sigaretta si sta consumando mentre parla con non so chi. Ad un tratto capisco che devo agire. Mi alzo e mi siedo tra lei e Roberta. Non so come ma escono parole sensate. Le chiedo della tesina che sta scrivendo. Chi è il relatore? Ma dai Serbenti non è male, però la segue l’assistente, la Califano. E’ stata la mia esercitatrice al corso di geometria. Si vestiva da fare schifo. Le racconto che ai tempi pensavamo che la mattina si ricoprisse di colla, buttasse dei vestiti sul letto e poi ci si rotolasse. Solo così poteva combinarsi in quel modo.
Uso Roberta come medium. Parlo con lei affinché mi senta Giulia. Fa finta di non ascoltare, ma so che sente. Non sta parlando con nessuno e le siamo troppo vicini.
Dopo qualche minuto Roberta si alza. Dovrei alzarmi anch’io perché non c’è più motivo apparente per rimanere seduto lì. Non ci riesco. Non riesco a dire nulla. Non posso rimanere in silenzio in eterno. Che cazzo ho bevuto a fare tre cuba, perché ho fumato in quella macchina nel parcheggio?
Mi giro di scatto.
- Il tuo compleanno è sabato prossimo? Il cinque come Fabio?
- Sì.
Risposta corretta. Non puoi dire qualcos’altro? Ho bisogno di un feedback. Non mettermi in testa l’idea che non ti interesso.
- Potreste organizzare la festa insieme?
- Non mi piace festeggiare il compleanno.
Cristo santo anche a me non piace.
- Be’ dai sarebbe carino. Fabio ha una casa enorme, verrebbe fuori una bella festa.
- Non so, ci penserò.
Prende una sigaretta dalla borsa e l'accende.
I fear no fate(for you are my fate, my sweet).
- Dovresti farla. Fabio sarà contento. Non è tipo che si fa problemi.
- Ok, non so, si potrebbe anche fare.
Una conversazione veramente scarsa. Potrebbe essere la sua serata no, o almeno ci spero. Ma si apre un’opportunità. Almeno so che la rivedrò tra breve. Ritorno al mio posto e chiacchierò un po’ con Beppe. Mi parla della sua nuova chitarra elettrica. Potrei parlare di chitarre per ore adesso, potrei parlare di qualsiasi cosa: scaldabagni, ateismo, origami, dell’inversione del campo magnetico terreste. Non m’importa. Voglio solo parlare e basta.
Dopo un po’ Paola e le amiche se ne vanno. Vedo Giulia uscire. Non ci salutiamo neanche. Forse sabato prossimo la rivedrò.

Il silenzio quieterà la tempesta darà saggezza al fogliame profondo.
Oramai la serata è finita. Non mi resta altro che aspettare. Non ho scelta. Ma lei mi piace. Non si può spiegare. C’erano un sacco di ragazze carine stasera. Solo lei mi interessava. Perché è strana. Particolare. E’ questo che mi colpisce sempre, non l’aspetto fisico. Potrebbe essere bella o brutta. Ora non so giudicare. Però intravedo un mondo. Qualcosa di non banale. E questo mi fa impazzire. Questo la rende desiderabile ai miei occhi.

Torniamo e Fabio guida da schifo. Frena e accelera di colpo. Prende le curve alla cazzo. Ho la nausea. Ad un semaforo farfuglia che gli piace Silvia. Questo lo sapevo già. Mi racconta che le manda dei messaggi e ogni tanto lei risponde, ma mai riceve un messaggio di sua iniziativa. Non lo ha mai chiamato. La nausea non mi passa. Lui lo sa che non è un buon segno. Cristo santo lo stramaledetto feedback! Va bene avete chiacchierato questa sera, ma lei ti cerca? No, e perché? Non mi sento di dirgli queste ovvietà. Le sa anche lui ma se le nasconde. So che gli piace seriamente. Ma da fuori capisco bene che lei non è interessata. Vorrei fare qualcosa. Vorrei parlarle, dirgli di dargli una possibilità. Ma non si può fare. La nausea aumenta.
Scendo dall’auto e lo vedo allontanarsi. L’aria punge e in testa mi batte un martello. Non faccio a tempo ad arrivare al portone. Vomito nell’aiuola vicino all’ingresso.


martedì 15 gennaio 2008

Un'impronta lasciata sull’erba fresca


Tu vieni da sud,
dove la luce brucia e l’erba è secca.
Tu vieni da est,
dove il mattino cresce in sorrisi se vuoi.
Tu vieni da ovest quando mi addormento.
Tu vieni da nord soffiando sull’unica nostra candela.


Ti vedo ballare con le catene ai piedi
perché ho solo ricordi di gesti,
di come cammini e stai seduta,
delle tue dita che si arrotolano tra i capelli.


Una terra tutta da esplorare
da percorrere a piedi senza fretta
non posso fare altro che seguire una traccia
Un'impronta lasciata sull’erba fresca


venerdì 11 gennaio 2008

contrappunto


lo sguardo di lei era rivolto verso il fiume

la vedevi di profilo pensosa
quasi corrucciata
fissare un punto dell'orizzonte
senza prestare attenzione

spesso un sentimento di stanchezza ti avvolgeva
vedendo quegli occhi lontani
ma non volevi riflettere oltre
forse mancavi del coraggio di affrontare l'evidenza
fingendo di non vedere il castello delle incomprensioni

ti alzasti per farti più vicino
lei
sorridente si staccò dalla balaustra per venirti incontro
cadevi sempre in errore
bastava osservare anche per poco la serenità del suo sguardo
per dimenticare i dubbi
e le ombre della dissimulazione

la strada lasciava la madeleine
per colorarsi vivacemente dei vestiti degli africani
mentre le chiese risuonavano per la forza della liturgia meticcia
adagiato sui ritmi del gospel aspettavi
mentre lei sembrava trovare una nuova allegria

i passi allungavano la giornata e vi portarono oltre i boulevard
verso saint martin e l'acqua calma dei canali

senza immaginare che la frattura potesse essere imminente
cercavi di ricomporre i suoi discorsi
lei fredda era sicura della decisione presa

martedì 8 gennaio 2008

cadiz


seguo il circolo dell'orizzonte
completarsi
alle spalle della baia contro la sagoma del molo
mentre il mare lascia sulla rena
i nudi resti di una giornata

schegge bagnate ed arse da acque salmastre
segnano il filo della risacca e delimitano
il muoversi delle onde
ricordano l'accadere degli eventi quando
l'affanno diventa malinconia

ombre se osservate da lontano stanno
come silenzi
segni ritmici nella composizione di un'armonia
mentre la risacca completa il suo ciclo
scandendo il ripetersi dei flutti

esitando decido
di non raccogliere le tracce
di non cancellare i percorsi che conducono ai ricordi
illudendomi che la marea sia sempre disposta a ripetersi
lasciandomi libero di disporre le tessere