Il pentotal entra bruciando nella vena. Non faccio neanche a tempo a contare fino a due. Buio.
Due dita mi aprono le palpebre. Una luce intensa penetra nell’occhio per pochi secondi. La pupilla reagisce appena. Lentamente inizio a prendere coscienza.
Mi vedo sdraiato in un letto, il braccio collegato con una cannula ad una flebo. La testa è appoggiata su più cuscini e le lenzuola prendono la forma del mio corpo, immobile. Un’infermiera mi guarda per pochi attimi poi passa al letto successivo. Il medico visita un vecchio. Vedo la bocca dell’infermiera aprirsi, ma non esce alcun suono. Mi prende il panico. Perchè non si accorgono che sono sveglio? Provo a parlare, ma non si muove nulla, nessuno si volta.
E’ notte. Solo una debole luce esce da sopra il letto riflettendosi sul soffitto. Forse è solo un sogno, o il ricordo di un sogno.
Mi vedo camminare accanto a lei, vicini, ma non vedo il suo viso come se lo vedessi dalla prospettiva dei miei occhi. No, la visione è esterna. Io guardo la scena da fuori, uno spettatore dinanzi a una diapositiva del passato. Forse è solo una ricostruzione del cervello, un assemblaggio d’immagini da vari punti di vista, il montaggio di un film mentale.
Ora è proprio così, mi vedo lì fermo, non posso girare la testa, ma ugualmente vedo il dottore che si allontana ed esce dalla stanza. I pensieri si accumulano. Cerco di fare mente locale, di calmarmi. Non può essere eppure... non riesco a crederci, qualcosa deve essere andato storto, non lo so.
I primi bagliori dell’alba illuminano la finestra. Devo aver perso coscienza per un po’ d’ore. Accanto a me non c’è più nessuno, il letto è vuoto, perfettamente rifatto come se da giorni non ci dormisse più nessuno. La stanza è tutta per me. Non sono passate solo poche ore allora, forse sono giorni o settimane. Non ho più cognizione del tempo.
Mi sembra di essere in un incubo, solo con i miei pensieri, senza possibilità di comunicare. Ho già perso coscienza una volta e non so quanto è passato. Guardo fuori dalla finestra, gli alberi hanno ancora tutte le foglie ben attaccate ai rami. Bene, per lo meno siamo ancora in estate. Non sento alcun dolore, forse mi riempiono continuamente di barbiturici, oppure semplicemente non ho più sensazioni fisiche. Nello stesso modo in cui non riesco a parlare o percepire i suoni, forse anche per lo stesso motivo non provo alcun tipo di dolore. Faccio un altro tentativo, urlo, ma la bocca non si apre. Gli occhi rimangono chiusi.
La luce è forte ora. D’improvviso lei entra nella stanza. Il viso è sciupato ma gli occhi sempre svegli e combattivi. Si avvicina, mi dice qualcosa e mi accarezza dolcemente la fronte. Prende la sedia da sotto il tavolino di fronte al letto. Si siede accanto e mi prende la mano. Continua a parlare, come se mi raccontasse qualcosa. Non riesco a sentirla. Ogni tanto mi bacia dolcemente sulla fronte, trattiene le lacrime, gli occhi si chiudono. Poi riprende con un sorriso forzato.
Non riesco a parlarle, ma cosa mi dice? Forse che mi ama o forse mi racconta la sua giornata, parla del lavoro o dello spettacolo teatrale che ha visto martedì, o del divano nuovo che vorrebbe comprare. Parole su parole per tentare di svegliarmi. Non sto dormendo. Sono qui immobile, ma ci sono.
Ora la vedo nella sua completezza, forse perché la considero perduta. Nella frenesia quotidiana la vita ci passa ai margini, noi nuotiamo nella corrente ma solo in quei punti di discontinuità, quando la normalità non è la regola, solo allora, fermi, aggrappati alla riva del fiume, possiamo guardarci le mani, aprirle e vedere se e quanto sono vuote.
Un attimo di buio e lei non c’è più. Sono attorniato da medici, riconosco il professor De Blasi, è lui che mi ha seguito e operato. Parlano tra loro, ogni tanto si avvicinano, aprono e chiudono una cartella, riprendono a parlare. Poi d’improvviso escono chiudendo la porta. Passa un attimo e lei rientra, il viso più disteso. Forse avrà avuto buone notizie. Io comunque non provo più angoscia. Sono sereno. La vedo dinanzi a me, i cappelli raccolti in una coda. E’ ancora giovane, brillante e capace. Non sono preoccupato, se la caverà. Non m’importa se troverà un altro e se da lui avrà finalmente un figlio. Forse è questo che doveva accadere. Certo non l’avrei mai pensato prima d’ora. Sono sempre stato geloso e solo il pensiero che un altro potesse anche solo desiderarla mi faceva imbestialire. Ora non sembra poi così importante. Desidero solo che stia bene, che si goda la vita senza guardare al passato. Vorrei tanto dirle addio, almeno riuscissi a stringere debolmente la mano, a farle capire che ci sono. Sorriderle, per comunicare che non ho rimpianti. Aprire per un attimo gli occhi.
Dopo aver messo a posto la sedia ritorna al mio capezzale, mi bacia la fronte, mi accarezza la testa dolcemente, più volte. Leggo chiaramente il labiale: a domani amore.
Quando esce dalla stanza io sento che non la rivedrò più. Mi sono sempre piaciuti gli addii. Ho sempre voluto fare il melodrammatico, e proprio ora quando la drammaticità è al culmine nella mia vita non me ne importa più nulla.
Non ho più alcun desiderio d’esistere.
Perdita di coscienza.
Un dottore, circondato da paramedici, mi preme il petto con forza. Un’infermiera infila un ago nel braccio e preme fino in fondo lo stantuffo. Il medico si ferma e guarda un monitor. Una linea retta lo attraversa da parte a parte. Ricomincia con lo stesso ritmo a premermi sul torace. Un’altro ago questa volta mi entra direttamente nel petto. La linea è sempre piatta. La guardo concentrato. Vedo i fosfori verdi allineati come in fila, nell’attesa di spiccare un salto. Il medico si ferma. Si asciuga la fronte sudata con l’avambraccio. Toglie i guanti di lattice e guarda l’orologio in mezzo alla parete. Poi esce. Rimane solo una giovane infermiera. Mi toglie delle ventose dal torace e dal polso. Poi stacca la flebo e se ne va chiudendo la porta.
Non vedo quasi più nulla accanto a me. Guardo la stanza svanire, il letto si scioglie in una massa bianca.
Fisso la linea verde sul monitor ancora acceso, avvicinarsi sempre più. Vedo dei pallini enormi, lampeggiare lentamente, sommergermi. Nuoto nel liquido amniotico della non esistenza. Ora è tutto verde, verde fosforescente.
Poi buio.