giovedì 28 giugno 2007

Cupio dissolvi


Il pentotal entra bruciando nella vena. Non faccio neanche a tempo a contare fino a due. Buio.


Due dita mi aprono le palpebre. Una luce intensa penetra nell’occhio per pochi secondi. La pupilla reagisce appena. Lentamente inizio a prendere coscienza.
Mi vedo sdraiato in un letto, il braccio collegato con una cannula ad una flebo. La testa è appoggiata su più cuscini e le lenzuola prendono la forma del mio corpo, immobile. Un’infermiera mi guarda per pochi attimi poi passa al letto successivo. Il medico visita un vecchio. Vedo la bocca dell’infermiera aprirsi, ma non esce alcun suono. Mi prende il panico. Perchè non si accorgono che sono sveglio? Provo a parlare, ma non si muove nulla, nessuno si volta.
E’ notte. Solo una debole luce esce da sopra il letto riflettendosi sul soffitto. Forse è solo un sogno, o il ricordo di un sogno.
Mi vedo camminare accanto a lei, vicini, ma non vedo il suo viso come se lo vedessi dalla prospettiva dei miei occhi. No, la visione è esterna. Io guardo la scena da fuori, uno spettatore dinanzi a una diapositiva del passato. Forse è solo una ricostruzione del cervello, un assemblaggio d’immagini da vari punti di vista, il montaggio di un film mentale.
Ora è proprio così, mi vedo lì fermo, non posso girare la testa, ma ugualmente vedo il dottore che si allontana ed esce dalla stanza. I pensieri si accumulano. Cerco di fare mente locale, di calmarmi. Non può essere eppure... non riesco a crederci, qualcosa deve essere andato storto, non lo so.

I primi bagliori dell’alba illuminano la finestra. Devo aver perso coscienza per un po’ d’ore. Accanto a me non c’è più nessuno, il letto è vuoto, perfettamente rifatto come se da giorni non ci dormisse più nessuno. La stanza è tutta per me. Non sono passate solo poche ore allora, forse sono giorni o settimane. Non ho più cognizione del tempo.
Mi sembra di essere in un incubo, solo con i miei pensieri, senza possibilità di comunicare. Ho già perso coscienza una volta e non so quanto è passato. Guardo fuori dalla finestra, gli alberi hanno ancora tutte le foglie ben attaccate ai rami. Bene, per lo meno siamo ancora in estate. Non sento alcun dolore, forse mi riempiono continuamente di barbiturici, oppure semplicemente non ho più sensazioni fisiche. Nello stesso modo in cui non riesco a parlare o percepire i suoni, forse anche per lo stesso motivo non provo alcun tipo di dolore. Faccio un altro tentativo, urlo, ma la bocca non si apre. Gli occhi rimangono chiusi.

La luce è forte ora. D’improvviso lei entra nella stanza. Il viso è sciupato ma gli occhi sempre svegli e combattivi. Si avvicina, mi dice qualcosa e mi accarezza dolcemente la fronte. Prende la sedia da sotto il tavolino di fronte al letto. Si siede accanto e mi prende la mano. Continua a parlare, come se mi raccontasse qualcosa. Non riesco a sentirla. Ogni tanto mi bacia dolcemente sulla fronte, trattiene le lacrime, gli occhi si chiudono. Poi riprende con un sorriso forzato.
Non riesco a parlarle, ma cosa mi dice? Forse che mi ama o forse mi racconta la sua giornata, parla del lavoro o dello spettacolo teatrale che ha visto martedì, o del divano nuovo che vorrebbe comprare. Parole su parole per tentare di svegliarmi. Non sto dormendo. Sono qui immobile, ma ci sono.
Ora la vedo nella sua completezza, forse perché la considero perduta. Nella frenesia quotidiana la vita ci passa ai margini, noi nuotiamo nella corrente ma solo in quei punti di discontinuità, quando la normalità non è la regola, solo allora, fermi, aggrappati alla riva del fiume, possiamo guardarci le mani, aprirle e vedere se e quanto sono vuote.

Un attimo di buio e lei non c’è più. Sono attorniato da medici, riconosco il professor De Blasi, è lui che mi ha seguito e operato. Parlano tra loro, ogni tanto si avvicinano, aprono e chiudono una cartella, riprendono a parlare. Poi d’improvviso escono chiudendo la porta. Passa un attimo e lei rientra, il viso più disteso. Forse avrà avuto buone notizie. Io comunque non provo più angoscia. Sono sereno. La vedo dinanzi a me, i cappelli raccolti in una coda. E’ ancora giovane, brillante e capace. Non sono preoccupato, se la caverà. Non m’importa se troverà un altro e se da lui avrà finalmente un figlio. Forse è questo che doveva accadere. Certo non l’avrei mai pensato prima d’ora. Sono sempre stato geloso e solo il pensiero che un altro potesse anche solo desiderarla mi faceva imbestialire. Ora non sembra poi così importante. Desidero solo che stia bene, che si goda la vita senza guardare al passato. Vorrei tanto dirle addio, almeno riuscissi a stringere debolmente la mano, a farle capire che ci sono. Sorriderle, per comunicare che non ho rimpianti. Aprire per un attimo gli occhi.
Dopo aver messo a posto la sedia ritorna al mio capezzale, mi bacia la fronte, mi accarezza la testa dolcemente, più volte. Leggo chiaramente il labiale: a domani amore.
Quando esce dalla stanza io sento che non la rivedrò più. Mi sono sempre piaciuti gli addii. Ho sempre voluto fare il melodrammatico, e proprio ora quando la drammaticità è al culmine nella mia vita non me ne importa più nulla.
Non ho più alcun desiderio d’esistere.

Perdita di coscienza.
Un dottore, circondato da paramedici, mi preme il petto con forza. Un’infermiera infila un ago nel braccio e preme fino in fondo lo stantuffo. Il medico si ferma e guarda un monitor. Una linea retta lo attraversa da parte a parte. Ricomincia con lo stesso ritmo a premermi sul torace. Un’altro ago questa volta mi entra direttamente nel petto. La linea è sempre piatta. La guardo concentrato. Vedo i fosfori verdi allineati come in fila, nell’attesa di spiccare un salto. Il medico si ferma. Si asciuga la fronte sudata con l’avambraccio. Toglie i guanti di lattice e guarda l’orologio in mezzo alla parete. Poi esce. Rimane solo una giovane infermiera. Mi toglie delle ventose dal torace e dal polso. Poi stacca la flebo e se ne va chiudendo la porta.
Non vedo quasi più nulla accanto a me. Guardo la stanza svanire, il letto si scioglie in una massa bianca.
Fisso la linea verde sul monitor ancora acceso, avvicinarsi sempre più. Vedo dei pallini enormi, lampeggiare lentamente, sommergermi. Nuoto nel liquido amniotico della non esistenza. Ora è tutto verde, verde fosforescente.
Poi buio.

lunedì 18 giugno 2007

febbraioduemilaquattro


Accetto. Mi ero detto mesi fa. Qualsiasi cosa. Senza condizioni. Accetto. Voglio vivere il presente che mai si conclude. Voglio vivere come se il prossimo passo fosse l’ultimo, cosa che in effetti è. Ogni passo avanti è l’ultimo e con esso il mondo muore, compreso il proprio io. Ma ogni giorno rinascere. Riguardare il tutto con gli occhi di un neonato. Muovere la testa a destra e a sinistra, sopra e sotto, strabuzzare gli occhi per il sole che sorge o la foglia. Sì, proprio quella che nasce sul ramo dell’albero qua davanti.

Lo sento già sul viso, il tiepido sole di primavera, voglio vivere solo per quello perché tutto il resto non mi interessa.
Io, Walt, nel mio 37° anno di età e in perfetta salute!… Sono in marcia con la mia visione… Io mi amo alla follia… Walt Whitman, un cosmo, di Manhattan figlio, turbolento, carnale, sensuale, che mangia e beve e cresce… Svitate le serrature delle porte! Svitate addirittura le porte dagli stipiti…Qui o da qui in poi per me sarà tutto lo stesso… Esisto così come sono, e questo basta”.
Ho una tale e tanta fretta di riversare i miei pensieri che li supero di corsa nel buio.
Mentre cammino o sono sul treno, scrivo libri, immensi tomi. Ma poi davanti a questi tasti è difficile che esca qualcosa.
In questa casa ho visto l’autunno bruciare in mano la sua foglia. Ora vedo dalla finestra il bagliore della vera luce invernale riflessa dalla neve. Una stagione dietro l’altra. Amo il loro incessante susseguirsi. L’anno scorso sembrava tutto uguale chiuso nel mio guscio. So che vedrò da qui la primavera e sentirò la brezza tiepida che l’accompagna. Il cinguettare degli uccellini nell’alba estiva. Il caldo appiccicoso sulla pelle. Il profumo della sera che entra nella camera.
Ai margini di un temporale occidentale, il rosso fuoco all’orizzonte mentre le nubi gravide di pioggia si avvicinano annunziate da lampi e tuoni, rimango alla finestra per odorare l’acqua già presente nell’aria e il silenzio prima che si scateni la tempesta. Sì madre natura, fai sentire la tua forza!
Un anno intero come minimo passerò qui, dodici mesi stanno trascorrendo sotto di me. E poi non so. Non ne ho la più pallida idea...
Ieri pomeriggio sono tornato assente. Ho continuato ancora un po’ a parlarti. No, non sono pazzo. O forse sì? Molte volte parlo, parlo pensando con le persone che conosco come se loro fossero accanto a me. Forse tu sarai tornata indifferente, contenta, triste, tranquilla, rilassata, decisa, pensierosa, turbata o nulla di tutto ciò. Io mi sentivo come un ventitreenne di fronte ad una trentenne (d’animo mente cuore, anche se ho capito, l’età non conta proprio nulla). Strana sensazione. Sconvolgimento emotivo. Un po’ svuotato di me, ma nel contempo sereno. Non voglio chiedermi cosa e perché, non voglio pensare che sarà o cosa non sarà, che importa?
Se anche solo questo è un attimo che sfugge, è pur sempre un attimo che esiste. Vive. Mangia. Cresce. Sogna.
Non mi ricordo più cosa ti ho detto, cosa ho scritto, quanto ti ho spedito e quanto invece ho cancellato. Tutto si è fuso in un enorme magma.
Alcune volte vorrei distaccarmi dalle persone, esserne completamente indipendente. Vorrei svuotarmi di tutti, come rovesciando una bottiglia d’acqua nel lavabo vedere gorgogliare il contenuto che sembra resistere alla voglia incessante di vuoto.
Vorrei non avere necessità, sogni, speranze, illusioni. Niente di niente potrà più illudermi, diceva Rimbaud.
Ma non è così. Le persone vivono in me. Io le sento. Forse io stesso non esisterei senza di loro. Sarei veramente un guscio vuoto. Sono gli altri che mi illuminano con la loro presenza. Vivo di luce riflessa, come la luna! E quella piccola fiammella che arde in me, cresce e prospera grazie ad essi. Ciò che è al di fuori e ciò che è dentro di me, tutto questo, ogni cosa, è risultato di forze inesplicabili. Un caos il cui ordine è al di fuori di ogni comprensione. O almeno io non lo capisco.
Non voglio restare chiuso tra quattro mura per tentare di scrivere di nulla. La scrittura non è sentimento, è esperienza. È persone, giorni di viaggio, visioni, alberi, città che ti sfiorano, strade che vivono, infanzia ricordata, ore di malattia, albe che nascono, persone che ti abbandonano, nuovi incontri, cieli stellati, stelle cadenti, la finestra aperta, i rumori dei vicini, uccelli che volano, urla di dolore muto, pianti di gioia, timidi silenzi, sorrisi sommersi, risate scroscianti…
… Perché i ricordi, in sé, non sono tutto. Solo quando diventano in noi sangue, sguardo, gesto, anonimi e indistinguibili da noi, soltanto, allora può succedere che in un’ora rarissima da essi si stacchi e s’innalzi la prima parola di un verso”. [ R.M. Rilke]

sabato 16 giugno 2007

paris


sento l'acqua che scorre
sui muri scavando profonde rughe
tocca terra in scrosci
canali di una città che si scioglie in fango
in materia inanimata
in grumi di nuove possibilità

il cielo giallo per gli ultimi rintocchi
del fortunale
è del colore delle pareti delle case
e come queste increspato di nero
è bagnato dalla pioggia
veloce a terra

indifferente un cane attraversa la strada
illuminata dai semafori
sull'acqua scorre la scorza di questa
giornata che parte per il mare
sull'acqua muore l'immagine di un viso
ora troppo lontano per essere ricordato

sull'altro lato il cane si accuccia
in attesa del sole
sapendo inutile ogni pensiero
ogni azione
osservo dietro un vetro lei che parte
e temo il silenzio che verrà

martedì 12 giugno 2007

tonio


La sveglia suonò. Sei e trenta. La spense con una manata.

Rimase qualche secondo seduto sulla sponda del letto. Le mani sulle ginocchia.
Deve essere oggi. E’ il giorno giusto.
L’autorimessa di Tonio il lunedì rimaneva chiusa. Si fece una doccia veloce dopo essersi rasato.
Oramai ho deciso. Non ho i soldi. Non posso rimandare. I suoi scagnozzi verranno a cercarmi presto.
Mise sul fuoco la caffettiera.
Non li ho mai avuti quei soldi. Rinviare il pagamento di una settimana è stato già difficile.
Si mise dei pantaloni di lino chiaro e una camicetta a maniche corte.
Quel maledetto figlio di puttana! Ti faccio un interesse d’amico. Conoscevo tuo padre. Col cazzo! Gli devo ridare il triplo.
Infilò il caricatore. Controllò la sicura. Prese una borsa dall’armadio e ci mise la pistola coprendola con una felpa.
Si guardò per un istante nello specchio dell’anticamera.
Devo solo fare in fretta. Arrivare prima degli altri.
Il secondo lavoro di Tonio cominciava alle otto. Prese le chiavi della macchina e uscì. La Duna grigia era parcheggiata sotto casa. Un altro prestito di Tonio.
Non è difficile. Entro nel garage. Apro la borsa per consegnarli i soldi e sparo.
Avviò il motore e partì.
Fermo ad un semaforo si accese una sigaretta. Era in anticipo. Parcheggiò l’auto davanti ad un bar.
Due colpi con il silenziatore. Uno al petto e uno alla nuca. Non voglio che agonizzante faccia il mio nome.
Bevve un altro caffé. Poi tornò alla macchina.
Tonio ha troppi nemici. Il suo destino è segnato, se non sono io sarà qualcun altro.
Risalì in macchina. Un rumore stridulo seguì il movimento della chiave. Il motore non partiva.
Merda!
Riprovò più volte. Nulla da fare. Imprecò colpendo il volante col pugno. Poi cercò di calmarsi. Non c’era tempo da perdere. Un paio di chilometri a piedi. Prese la borsa, scese ed iniziò a camminare lungo la circonvallazione.
No, non posso aspettare un’altra settimana. Tra poco sarò un uomo libero. Quel bastardo sarà morto.
Il caldo si appiccicava alla pelle. Accelerò il passo. Arrivò all’ingresso del cortile inzuppato di sudore. Otto e venti. Non c’era ancora nessuno. La saracinesca era aperta. Si guardò la mano destra, poi la borsa. Controllò ancora una volta il cortile ed entrò nel garage.
Sono venuto a pagare il mio debito. Puoi essere fiero di me.
Si fermò di colpo. Posò la borsa per terra. Si avvicinò. Lo vide schiacciato contro il muro investito da una macchina. Il sangue gocciolava sul pavimento.
Cristo santo. Che cazzo è successo?
Guardò il corpo disteso sul cofano. Tonio era morto. Non doveva essere passato troppo tempo. Si girò di scatto. No, non c’era ancora nessuno. Sarebbero arrivati. Molto in fretta.
Mi spiace Antonio. Qualcuno mi ha preceduto. Il tuo credito con Ivan Masetti è annullato.
Sorrise, recuperò la borsa e uscì dal garage.
Nessuno lo vide.


Cognome e nome.
Rinoldi Maurizio.
Luogo e data di nascita.
Milano, venti quattro millenovecentosessanta.
Professione.
Disoccupato.
Precedente occupazione.
Impiegato in un’azienda di prodotti per…
Non si dilunghi. Coniugato?
Sì con due figli, di tre e cinque anni.
Risponda solo alle domande. Coniugato?
Sì.
Figli?
Due.
Età?
Tre e cinque anni, un maschio e una femmina, come le stavo dicendo.
Signor Rinoldi, dobbiamo seguire la prassi.
Sta verbalizzando?
Non siamo qui per farci due chiacchiere.
E’ stato un incidente.
Incidente o non incidente il verbale va redatto.
Io, be', sono subito venuto qua.
E ha fatto bene. Ha fatto benissimo. Dove voleva scappare?
Non volevo scappare. Non c’era nessuno. Non sapevo cosa fare e...
Poteva chiamare un’autoambulanza.
Certo, sì… ma vede, ero nel panico e mi sono detto…
Si è detto bene, signor Rinoldi. Si è detto benissimo.
Insomma vado subito dai carabinieri.
Lo sappiamo. Si è presentato spontaneamente.
Certo, per la denuncia.
Lei conosceva Antonio Cabella?
Be’, sì, ho comprato da lui una macchina la settimana scorsa.
Una Fiat Duna grigia del novantuno.
Sì una Duna, mi serviva per un lavoro che mi hanno offerto...
Come mai è tornato proprio stamattina al garage?
Per la frizione.
La frizione?
Certo la frizione. Non ha mai funzionato bene, saliva a colpi e…
Voleva lamentarsi con lui per avergli venduto un catorcio.
Be', no, ma vede, quel lavoro, è a Bologna.
Continui, continui.
Prima di partire sono passato perché la controllasse. Non volevo rimanere a piedi.
E perché proprio all’autorimessa Tonio l’ha comprata, questa macchina?
Vede, venerdì scorso sono passato per caso e ho letto un cartello, proprio fuori il cortile. La vendeva a trecento euro. Mi serviva.
Stamattina lei è arrivato al garage a che ora?
Saranno state circa le otto.
Era chiuso, vero?
Sì, be', era chiuso, ma la saracinesca in fondo al cortile era alzata a metà. Così ho bussato.
Ah, il signor Antonio Cabella era al lavoro?
Certo era lì, gli ho spiegato, dovevo partire e la frizione… insomma lui mi ha guardato storto, sembrava scocciato, non ha detto una parola. Poi mi ha fatto parcheggiare la macchina nel garage.
Ecco venga al punto: l’incidente.
Sì, ho parcheggiato, il muso rivolto al muro. Il signor Antonio mi ha fatto cenno di rimanere in auto e ha aperto il cofano. Non ho fatto neanche a tempo a spegnere il motore, lo ha richiuso con un botto, mi sono spaventato e… insomma, ho lasciato leggermente la frizione.
Spiaccicando il signor Cabella contro il muro.
Sì, Dio mio, l’auto è partita di colpo! Ho visto il corpo piegarsi in due. E’ stato un attimo, la testa sul cofano e tutto quel sangue. Ho cercato aiuto, non c’era nessuno, così sono venuto qua.
Il signor Antonio Cabella era un usuraio. Lei lo sapeva?
No.
Sicuro?
Le ripeto che era la seconda volta che lo vedevo.
Signor Rinoldi, non aveva un qualche debito con il signor Cabella?
No, che debiti! Volevo solo che la frizione…
Perché vede Rinoldi, il signor Cabella aveva precedenti penali.
Non lo sapevo.
Il signor Antonio Cabella era un meccanico. Vendeva anche auto usate, ma per arrotondare prestava soldi a tasso d’usura.
Be', ma cosa c’entro, non lo conoscevo, mi ha solo venduto l’auto.
Vede questo quaderno signor Rinoldi Maurizio?
Sì.
Lo ha mai visto prima?
No, mai.
Va bene. Ogni pagina ha due colonne. A sinistra un elenco d’automobili, sulla destra un numero.
Allora?
Legga le ultime tre righe. Ecco prenda il quaderno. Scoprirà che conosciamo il movente, il debito contratto con il signor Cabella e ipotizziamo un omicidio premeditato, che lei vuole far passare come un incidente.
Omicidio?
Sù, avanti, legga ad alta voce.
Ford Fiesta nera, quarantamila. Fiat Punto rossa metallizzata, ottantaquattromila. Fiat Duna grigia, trecentomila.

lunedì 4 giugno 2007

a paola

aspettando una passione nel dolore,
l'amore celebrato è con odio,
finche' una dolcezza violenta dara' germogli

(a paola che e' una donna forte perche' ha i tatuaggi, :-))

domenica 3 giugno 2007

Dialogo (2)


Aprii la porta. Rimasi immobile senza parlare.

“Cazzo non mi fai neanche entrare?”
“Scusa. Sono solo sorpreso di vederti”.
“Non puoi non riconoscere tuo fratello maggiore”.
“Solo di pochi minuti”.
“Siamo ancora identici. Invecchiati allo stesso modo. Mi sembra ancora di specchiarmi, guardandoti”.
“Ma non ti riconosci vero?
“No. La luce dei nostri occhi è sempre stata diversa”. Abbandonò la borsa vicino all’ingresso e si sedette sul divano.
“Così uguali eppure così diversi”, dissi citando la nonna.
“Lo so. Ce l’hai con me”.
“No, affatto”.
“Posso capire… sono sparito per quindici anni e di colpo ricompaio nella tua vita, così, all’improvviso”.
“Non ho mai pensato che saresti tornato”.
“Neanche io ci avevo mai pensato, fino a pochi mesi fa. ” Corrugò la fronte. “Tutto quello che sono è in quella valigia. Non ho nient’altro. Sono partito per ricominciare da zero e sono tornato per fare altrettanto”. Fece una pausa guardandosi intorno. “Vivi con una donna?”
“No”.
“Si vede. Le tende fanno schifo. Dovresti comprare un tappeto. Darebbe un tono all’ambiente”.
“Non m’interessa molto l’arredamento”.
“Già”, sorrise. “Io sono stato sposato. Lei ora vive con un altro. Un canadese, pure lui”.
“Mi spiace”.
“Non me ne frega nulla e non abbiamo avuto figli”.
“Per questo sei tornato?”
“Non avevo più niente da fare. Una mattina mi sono svegliato con l’idea di tornare. Eccomi qua”. Allargò le braccia ridendo.
“Sei sempre stato impulsivo”.
“E tu sempre prudente, no?”
Ignorai la domanda e preparai da bere.
“Ecco quello che ci vuole: un whisky! Non sarai ancora astemio?”
“Non bevo mai, sono anni che ho questa bottiglia. E’ un regalo, ” dissi porgendoli il bicchiere.
“Tu? Hai figli? Hai divorziato?”
“No, nessun figlio e non sono mai stato sposato”.
“L’avrai avuta qualche donna, no?”
“Sì, ma è finita”.
“Ti ha mollato lei, ”disse quasi con piacere, “ne sono sicuro”.
“Ho commesso un errore, non mi ha concesso una seconda possibilità”.
“Non ti ha concesso cosa? Cristo, non capisci perché ti ha mollato?”
“Preferirei evitare l’argomento”.
“Sai, io parlavo spesso di te alla mia ex moglie: ho un fratello gemello in Italia, le dicevo. Non so perché ma quella stronza non mi ha mai creduto. Ha sempre pensato che raccontassi palle”.
“Sei il tipo che le racconta”.
“Sì, ma questo era vero! Tu hai parlato di me?”
“Ho parlato di te, certo, e mi hanno creduto”.
“Cazzo, non sei cambiato proprio per nulla. Il tipico bravo ragazzo, giusto?”
Non risposi. Lui sorseggiò il suo whisky.
“Quando i nostri genitori sono morti, ”dissi, “ho sentito subito che te ne saresti andato”.
“Io reagisco così. Non sono fuggito. E’ solo il mio modo per continuare a vivere. Ricominciare da capo dall’altra parte del mondo”.
“Sì, lo so”.
Prese un pacchetto di sigarette dalla tasca e ne tirò fuori una.
“Ti dispiace se fumo?” Chiese accendendola.
“Fai pure”.
“Ne vuoi?” mi porse il pacchetto.
“No grazie, non fumo”.
“Immaginavo, ” disse con soddisfazione dopo aver inspirato profondamente la sigaretta, “mi troverò un lavoro, ma ho bisogno di un favore”.
“Non c’è problema. Puoi stare qui”.
“Sapevo che non mi avresti deluso”.
“Sei mio fratello”.
“Già, tuo fratello, nessuno ne dubiterebbe”.
Finì il whisky. Poi si alzò. “Dov’è il bagno?” chiese appoggiando il bicchiere sul tavolo.
“Quella porta sulla destra”.
Rimasi in piedi in mezzo alla stanza. In quei pochi minuti un pensiero mi attraversò la mente. Non mi era sembrato folle. Era l’unico modo. Sì. Avere una seconda possibilità. D’altronde lei mi amava. Io lo sapevo. Sarei stato io, o almeno qualcuno di molto simile, ma senza aver commesso errori.
Uscì dal bagno dirigendosi verso la borsa. Si chinò per aprirla.
La mente era vuota. Presi il pesante vaso di cristallo sul tavolo. Lo alzai con entrambe le mani.
Lo colpii più forte che potevo appena sopra la nuca. Si accasciò all’istante. Non uscii molto sangue.
Lo spogliai e misi tutto nella sua borsa. Poi lo vestii con un paio di miei pantaloni e una maglietta. Misi nella tasca il mio portafoglio e presi il suo.
Afferrai la borsa e uscii senza chiudere la porta a chiave.
Io ero morto. Avevo la sua nuova vita.

venerdì 1 giugno 2007

..e al fin della licenza io tocco..

non c'e' bonta' in un giorno per sfidar la sorte
non c'e' incitamento da nessun cielo stellato al coraggio
non c'e' accadimento ora che abbia senso per il rimando
che il destino si compia

questa e la singolar tenzone della vita e delle morte
e noi soldati disertori della natura
ora -sigor si- rispondiamo ai comandi
che il destino si compia

eventi scansati
eventi rifiutati
docili inver ora ci si piega all'evento
che il destino si compia

(anonima) (!!??)