domenica 30 dicembre 2007

Marna

Chiuse la porta dietro di sé. Girò lentamente la chiave. Due mandate, senza fare rumore.
Appese il cappotto. Si allentò la cravatta, nera. Slacciò il primo bottone della camicia, bianca. Andò in bagno e accese la luce della specchiera. L’aveva scelta apposta, una lampadina incandescente da sessanta watt. Lo specchio basso altezza viso. Rimase immobile, il viso a tre quarti. Si fissò l’occhio. Avvicinandosi sempre più alla luce e allo specchio si concentrò sulla vena rossa che dall’angolo interno si disperdeva verso l’iride. Ora si riconosceva. Un cerchio esterno verde scuro, filamenti radiali più chiari. La pupilla nera e lucida che si contrae. Lo notava sempre, se distrattamente perdeva l’attimo spegneva la luce e la riaccendeva, concentrandosi sulla contrazione della pupilla. Poi si guardava riflesso nel nero contratto ad un puntino. La sua immagine nel suo occhio.
L’appartamento era immerso nel silenzio. Non voleva fare alcun rumore. Cercava di controllare anche il respiro. Si fermò nel corridoio. L’orecchio teso, pronto a percepire qualsiasi tipo di suono. Non sentì nulla. Lei non era in casa.
Ora poteva rilassarsi. Appese la giacca nell’armadio. Andò in cucina e mise a scaldare l’acqua. Nella tazza versò tre cucchiai di caffé solubile, decaffeinato, e due di zucchero, bianco. Versò l’acqua calda e tenne la tazza tra le mani. Poi l’appoggiò sul tavolo, aprì la finestra e prese il pacchetto morbido di sigarette dalla tasca dei pantaloni. Si accese una sigaretta espirando il fumo all’esterno. Non sopportava l’odore di tabacco in casa. Con la sigaretta tra l’indice e il medio prese il portacenere e lo mise a fianco la tazza. La cucina era illuminata solo dalla luce del corridoio. Era come se la penombra fosse strettamente collegata al silenzio. Non voleva turbare questo stato di quiete. Il tempo avrebbe potuto fermarsi ora. La tazza sul tavolo. La sigaretta tra le sue dita. La luna sopra il tetto della casa di fronte.

Questa quiete perfetta fu interrotta dal suono di un campanello. Tre squilli poi silenzio, poi altri tre squilli. Non era il suo. Non era il citofono. Qualcuno era rimasto chiuso nell’ascensore bloccato. Spense la sigaretta, prese il telefonino dalla giacca e aprì la porta. Gli squilli continuavano regolari. Nessuno era uscito a controllare, non era la prima volta che capitava da quando abitava in quell’appartamento. Il pulsante di chiamata era spento. Scese al piano inferiore, ma l’ascensore non era lì. Provò a premere il pulsante che si accese. L’ascensore ripartì. Ritornò al suo piano, mentre saliva le scale sentì la porta dell’ascensore chiudersi e un rumore di chiavi. Lei era di spalle, un piede già dentro la soglia. Rimase fermo a fianco le scale. Non disse nulla. La guardò voltarsi per chiudere la porta e i loro sguardi si incrociarono.

- E’ stato lei a far ripartire l’ascensore?

- Sì, ho solo premuto il pulsante.

- La ringrazio molto.

- Non ho fatto nulla di eccezionale.

- Nessun altro però è uscito a controllare.

- Se dovesse capitare a me spero che qualcuno esca a controllare.

- Sì, giusto. Grazie ancora, e buonanotte.

Sorrise e chiuse la porta, tre giri di chiave. Lui rimase alcuni secondi come paralizzato, poi entrò in casa. L’aveva continuato a guardare dallo spioncino? Oppure era semplicemente entrata senza guardare?
Andò in camera e cominciò a spogliarsi. La sentì accendere il televisore. Ora non avrebbe più capito con precisione in quale parte della casa si trovasse, le voci di un telegiornale della notte coprivano tutto il resto.
I loro appartamenti confinavano. Era sicuro che dal lato opposto della stanza da letto ci fosse la sua stanza da letto. Le pareti erano così sottili che la sentiva andare in bagno nel silenzio della notte. I piedi nudi allontanarsi. Una porta chiudersi e poco dopo lo sciacquone.
La cucina era dalla parte apposta. Non era sicuro, ma doveva dare sulla strada. Qualche settimana prima aveva sentito il rumore di piatti, di posate. Si sarebbe aspettato questo genere di rumori più volte in una settimana, ma non era così. Raramente sentiva rumore di stoviglie, o l’aspirapolvere o la centrifuga della lavatrice. Ma lui non era a casa tutto il giorno e non aveva idea di che vita facesse. Rientrava agli orari più disparati. Alcune settimane sembrava una normale impiegata, sveglia alle sette e rientro alle otto. Altre volte rientrava di notte, alle due o usciva la mattina all’alba. Di certo non era una guardia giurata, ma era sicuro non facesse neanche la puttana. Su questo non aveva dubbi. E poi perché non usare la casa con i clienti? Abitava da sola e mai nessuno veniva a trovarla.
Non aveva elementi, certo era facile capire che stava per uscire di casa quando indossava le scarpe con i tacchi. La sentiva andare avanti ed indietro per un po’. Poi il rumore delle chiavi nella porta. In questi casi si precipitava allo spioncino, senza fare rumore. La guardava uscire e aspettare l’ascensore. Tutta incurvata in quella lente piccola e di scarsa qualità.
Tutto quello che sapeva di lei lo aveva ascoltato, filtrato dai muri, elaborato dalla sua fantasia. Sì, l’aveva già incontrata per caso sulle scale, o all’ingresso del palazzo. Non l’aveva però mai vista nel quartiere, o al cinema o dal panettiere o alla vicina fermata del metrò. L’unica informazione certa era il suo nome, perché l’aveva letto sul campanello.
Il suo nome era Marna Rossetti.

lunedì 17 dicembre 2007

incipit

Cosa ci può essere di peggio di una domenica pomeriggio? Ti chiedi mentre sdraiato sul divano passi da un canale all'altro. La risposta ti viene automatica il lunedì mattina. In un attimo ti rendi conto di quanto sei stato stupido a buttare via un pomeriggio libero, capisci quanto è stato inutile rimanere sveglio fine a dopo l'una per non fare nulla. In quei pochi secondi prometti a te stesso che il prossimo fine settimana sarà diverso, ma sempre in quel breve periodo di tempo realizzi che non sarà così.
Il bus affronta la prima delle quindici fermate che ti separano dal centro città e già ti guardi attorno come se non appartenessi a questo pianeta. Nessuno parla. Tu non sei da meno, non potresti rispondere a nessuna domanda, non riusciresti ad aprire bocca. Saranno quarantotto ore che non parli con nessuno e non vuoi di certo cominciare ora. Alla quinta fermata sale un tizio con la fisarmonica a tracolla. Il suo sguardo è vuoto. Il tuo è di puro terrore. Un rumore assordante inizia d'improvviso a rimbalzare sulle pareti del bus bucando quella corazza di silenzio che ti avvolgeva come in un bozzolo. Ti vedi andare verso di lui facendoti largo tra la gente in piedi. Ti vedi prendere quel dannato strumento e scaraventarlo fuori appena la porta si apre. Non hai mai sopportato la fisarmonica neanche suonata bene. Alle otto meno venti di lunedì mattina è lo strumento che odi di più al mondo. Rimani fermo, non ti muovi, aspetti che tutto abbia fine.

Entri nel palazzo dove ha sede la società per cui lavori. Il portiere ti saluta, tu rispondi con un cenno del capo e un sorriso. Non sei ancora pronto, ma prima o poi dovrai aprire quella cazzo di bocca.
Il portiere viene dal Bangladesh. Parla l'italiano meglio di te. Indossa un completo nero, camicia più bianca dei suoi denti e una massa di capelli che potrebbe donarne la metà a qualche calvo senza accorgersene nemmeno. Quanti anni avrà? Trenta? Quaranta? Non ha età quell'uomo. Non sai nulla di lui. L'unica cosa di cui sei certo è che se facesse un corso di trentasei ore potrebbe benissimo prendere il tuo posto.

Che il vento risuoni nelle orecchie di chi ti ha dimenticato. Questo è l'Haiku di oggi. Lo mandi per email a Laura anche se è seduta proprio di fronte. E' stata lasciata dal suo fidanzato tre settimane fa. Dovevano sposarsi in primavera. Non l'ha presa molto bene. Questa è l'unica cosa che vi unisce: l'essere dimenticati. Per il resto tu non vai a messa, odi i mobili ikea, preferisci gli assorbenti interni e non sopporti Barbara Streisand. Insomma due mondi differenti.

Sono le otto e quaranta e nel piccolo ufficio non c'è ancora nessuno, la settimana non è neanche cominciata.

mercoledì 12 dicembre 2007

immagini di parigi (1-6)


I - altrove

risalgo le strade della riva sinistra
per rue seine verso saint sulpice alla ricerca di ricordi

è come vedersi in mezzo alla folla mentre si cerca di nascondersi
ingannandosi di non essere seguiti
non si è mai veramente soli i nostri passi pesanti ci accompagnano
le nostre debolezza
i nostri pensieri

piego a destra risalgo rue bonaparte verso i giardini
uno corre sotto la pioggia
gente ai tavoli gioca a scacchi ma di fretta come braccata
le famiglie affollano i viali
sabato pomeriggio

scendo di fretta le scale e mi siedo davanti al palazzo di lussemburgo
guardo la gente passare
cercano di non pensare
riesco sempre a sentirmi estraneo a volere un altrove
a confonderlo con un luogo

II - visioni del passato

gli occhi mi guardavano fissi leggermente ravvicinati
estranei
occhi scuri di donna
più che guadarmi passavano oltre all'infinito
non potevo evitarla

in fondo alla sala io all'altra estremità

la prospettiva schiacciata nell'incontro
non mi preoccupavo di non sapere la sua lingua
sapevo che l'avrei capita
attorno a lei la luce si offuscava svaniva
come proiettata in un'altra epoca

feci per avvicinarvi ma invano

ogni passo verso di lei non mi portava più vicino
cercai di fingere indifferenza ma il respiro mi tradiva
e qui iniziai a capire
lei non respirava era fissa immobile
solo un'immagine di un tempo
remoto

III - teatro

su vari piani
costruiti sui desideri
di un incontro
inclinati
tra i tratti di un percorso
un quadro rosso messo all'incastro
tra due fila di pensieri
senza veli

nell'attesa formulati sull'incessante moto dei passi

solo parole senza frasi senza tempo
lettere agglutinate
al centro un quadro rosso
sequenze ripetute non conosciute
centrate sulle labbra dell'attore
in moto incessante
sul nulla

IV - la danza

tre persone parlano oltre la vetrata
e lentamente cambiano posizione

uno sguardo e solo la donna dai capelli rossi
mentre l'uomo e la donna con la borsa di spalle
entrano in un altro riquadro

un secondo sguardo e le donne affiancate gesticolano
mentre l'uomo indietreggia

un passo ed un quarto di giro
la borsa in spalla
e un riso scioglie la compagnia

V - attesa

nell'afa del pomeriggio
i giardini vengono chiusi uno ad uno
la tempesta è in arrivo

macchie di grigio nel cielo

come muffe che ricoprono il sereno
salgono dai muri della città
lente solo quando non le guardi

a saint merri il sole scompare

dietro le vetrate e i colori svaniscono
il cielo è coperto di nubi
in attesa
di aprirsi all'unisono

nelle strade alcuni corrono

altri si siedono vicino ai muri
in attesa della pioggia
inevitabile

VI - jardin des plantes

sento l'acqua che scorre
sui muri scavando profonde rughe
tocca terra in scrosci
formando canali

la città si scioglie in fango

in materia inanimata
in grumi di nuove possibilità
il cielo giallo per gli ultimi rintocchi
del fortunale

è del colore delle pareti delle case

e come queste increspato di nero
è bagnato dalla pioggia
veloce a terra

indifferente un cane attraversa la strada

illuminata dai semafori
sull'acqua scorre la scorza di questa
giornata che parte per il mare
sull'acqua muore l'immagine di un viso
ora troppo lontano per essere ricordato

sull'altro lato il cane si accuccia

in attesa del sole
sapendo inutile ogni pensiero
ogni azione
osservo dietro un vetro lei che parte
e temo il silenzio che verrà

martedì 11 dicembre 2007

polyptyque (C) - soulages


la fabbrica apriva presto, come ogni mattina, ancor prima delle luci del giorno, ancor prima del risveglio. doveva essere tutto pronto per il suo arrivo, perché potesse dedicare appieno i suoi sforzi ai marmi ed agli stucchi ora celati dall'impalcatura. la struttura circondava il cenotafio come una gabbia e permetteva agli sguardi di scorgere del restauro solo i particolari, tentazioni, fantasie per distogliere l'intenzione di chi chino in cerca di una speranza, intravedeva ora la mano proterva ed indicatrice della menzogna, ora la spada forse del santo. nel silenzio riprese il lavoro, rimossa la polvere, solo il ritmo degli scalpelli intervallava le ore e le preghiere delle questuanti.

«i particolari di un'opera distolgono lo sguardo dall'armonia dell'insieme e relegano ad una seconda analisi la commozione del primo incontro» avrebbe voluto incidere sul retro della pala. percepiva la sua opera come artefatto di un demiurgo ingannatore. le mani giunte in preghiera contornate dagli sguardi immoti dei profeti, incapaci di trasmettere la spiritualità di un atto e raccolte solo nel fissare la pantomima del fedele. l'agiografia esposta sulle metope a didascalia delle gesta compiute dall'eroe, scelta più per incutere timore che per smuovere all'impresa. dettagli intagliati nella pietra, acanto, glifi ed astronauti.

era ormai notte, a fatica poteva vedere ancora i profili dell'altare, prese la malta ed iniziò a riempire le figure, a completare gli spazi, a plasmare l'intera struttura, a dare vita ai monaci, ai pellegrini, ai miracolati, a fonderli in unico movimento. un'unica massa sonora sorgeva, compatta, dove prima esitava il contrappunto, sommersa, interiore, solcata dal dolore e non dalla speranza. al mattino lo portarono via, ammutoliti guardarono l'intonaco pressoché liscio.

lunedì 12 novembre 2007

dance (II) - matisse


le estati più calde coprono di luce i colori, li chiudono in spazi bianchi che devono essere riempiti dai ricordi. al centro della via un passaggio alberato dava ristoro ai festanti, prima che questi tornassero a danzare, incuranti della canicola. attorno, su ambo i lati, la folla chiudeva l'ingresso dei vicoli e delle corti impedendo ai ritardatari di giungere a destinazione. alcuni, superato il bastione, avevano scoperto un passaggio tra le strette case, ma la loro corsa dovette fermarsi sui cancelli della villa padronale, ancora chiusi in attesa della processione.

non era solita la città mostrare la sua gioia ad ignari visitatori, a chi avrebbe equivocato sulla frenesia di un pomeriggio lontano dai rintocchi delle ore. in attesa del rito, abbandonato sull'altare e lambito dal lucrore delle navate, il palio raffigurava la vita del santo in un sapiente polittico dominato dal turchese e dai colori dell'agata e della giada, sprofondati nell'oro del cielo. sapientemente la narrazione sacra procedeva lenta, a canone, alternando speranze e delusioni al rinnovo della professione di fede.

le pause dell'ipotetico oratore davano la cadenza, mentre dall'esterno le note del clavicembalo, faticosamente attutite dalla quiete del santuario, accelerando, lasciavano la giga e la follia per precipitarsi tra le giunture e le crepe dell'edificio. seguirono attimi in cui le orchestre sovrapposero le loro musiche, le stesse note su più livelli a rincorrere una scala senza fine, mentre, evocati dal silenzio, i personaggi raffigurati a contorno delle scene presero vita, come burattini inebriati per una recita senza fili. le figure abbandonarono il quadro e si mescolarono ai danzatori immersi nella luce intensa dell'estate. ebbre vorticavano tra cielo e terra sfiorando il sole che scaldava i loro corpi, memori nuovamente della passione.


mercoledì 24 ottobre 2007

incipit


[Interno, sera. Ufficio investigativo di Sam Basalto e John Antracite.]

A: «Ci devi credere, Sam. Lo possono fare.»
B: «Sciocchezze. Li hai visti anche tu. Fanno gesti insensati per aria, ascoltano suoni che dicono venire dal passato, per poi arrivare a conclusioni prive di ogni fondamento.»

A: «Sono dei maghi. È il loro mestiere: fare cose che non puoi capire.»
B: «Sembri uno di quei folli.»
A: «Piano Sam non vorrei cacciarti dall'ufficio come hanno fatto ieri dal loro.»
B: «Sono degli ignoranti, dei superstiziosi e poi hanno il coraggio di venire da noi perché gli risolviamo il caso.»
A: «Già.»
B: «Quando abbiamo fatto il sopralluogo avevano già messo a soqquadro tutto lo studio di
Marabìs. Non ci si raccapezzava più, tutto era stato toccato.»
A: «Compreso il corpo di
Marabìs. La mano mozzata aveva imbrattato tutte le carte della scrivania.»
B: «Disgustoso.»
A: «Il nostro lavoro ti abitua a certe spiacevolezze.»

[Sam Basalto riprende la cena.]



lunedì 22 ottobre 2007

verità sotto la foglia (5)


Prendimi e portami via
adesso
prima che cambi idea
Sì lo so, potrà essere doloroso
e lento
ma dove andremo tutti ci raggiungeranno
ci sarà buio o luce
che importa
saremo io e te
come in questi sedici anni
insieme

tutto il resto
come i pugni roteanti nello stomaco
e il respiro affannoso
o il semplice essere lì in mezzo al nulla
non conterà
sarà buio e luce
che importa
solo io e te e tutti gli altri a venire

lunedì 1 ottobre 2007

tutto iniziò con un carico di chiodi di garofano...


non avrà velleità letterarie, ma mi sembra simpatico proporvi il canovaccio dell'avventura di dungeons and dragons che si è appena conclusa, dopo ben dieci anni di storia (forse un po' disordinata).

non sottometto l'intera storia perché sono molte pagine, ma qui potete trovare tutto.

domenica 23 settembre 2007

requies - berio, op.42


scese le scale, come alla fine di ogni giornata. le luci di un falso tramonto si allungavano per i corridoi del dormitorio, lo scatto di un interruttore le avrebbe spente nella notte. lo stabile, per chi lo poteva osservare dall'esterno, era ricavato nei vecchi contrafforti delle mura spagnole. così i primi piani a fatica prendevano i colori del giorno, mentre gli ultimi permettevano di lanciare lo sguardo verso la campagna, verso un al di là congetturale popolato solo dalle fantasie di coloro che riuscivano ad abitare allo stesso tempo quei due mondi.

il continuo dei suoni non poteva essere interrotto. ad uno ad uno gli strumenti prendevano la parola, emettevano le note che avrebbero riempito lo spazio angusto riservato loro dalla partitura. il flauto suonò cinque note senza una logica apparente, rivendicando la propria esistenza. poi i corni e i violini richiusero ogni passaggio, una vetrata inclinata dipinta di cielo increspata solo dal pizzicato dei bassi.

dovette aspettare che il pubblico lasciasse la cappella, sciamando nelle vie del centro. a malincuore dovette indugiare, la mancanza di azione lo infastidiva, permetteva ai suoi pensieri di raggiungerlo. sentiva il disagio di essere osservato da chi poteva capire i suoi segreti, le verità che non poteva dire. sentiva il peso di una folla silenziosa che ogni giorno attendeva da lui una speranza e che ogni giorno veniva delusa.


domenica 16 settembre 2007

numero quattro


alzo lo sguardo, le luci già coperte
ascolto di sfuggita i discorsi di lei
rapisce il piacere ingenuo delle frasi
stereotipi per i pochi spettatori di un teatro di periferia
un lavorio sottile senza scosse svuota le riprese dell'orchestra
ora scoprendo le note dell'oboe, ora quelle profonde dei violoncelli
mi concentro sull'azione, sui particolari del copione
fotogrammi di lanterne magiche che non possono più stupire
si adagiano lentamente in posture differenti
ingressi successivi interrompono la tensione per l'attesa del finale
rincorrendo i disegni della partitura
intrappolate pause tra le battute

sabato 8 settembre 2007

secondo movimento

Eravamo io e il Pu quella sera, non c’era l’altro Pu e nessuno ci capiva mai nulla se dicevo ieri sono uscito con il Pu.
Il gruppo suonava le canzoni tipo blues&soul e la gente ballava e loro si sentivano tutti dei fighi e ammiccavano alle ragazze che ammiccavano a loro. Niente mi avrebbe convinto a salire sul palco e fare il suonatore per ammiccare perché ho sempre pensato che quelli erano solo dei grandi stronzi che si credevano famosi in tutto il mondo invece lo erano solo nella provincia, nella parte sud. Ma a quanto pare funzionava perché le tipe ammiccavano e non solo da quello che si diceva, le voci giravano allora, e saranno state anche vere forse solo un po’ gonfiate.
Stavo lì seduto a fumare perché di ballare proprio non mi andava quella sera, non sono un gran danzatore ma se mi ci metto sono meglio di tutti quelli che sembrano degli ubriachi svolazzanti al bel canto ritmato. Aspettavo il Pu che era andato a casa del suo amore eterno perché aveva la sciolta e tutto il resto, gran brutta cosa in una sera d’estate piena di ragazze che ammiccano al gruppo del momento.
Insomma era giunta l’ora di andarsene e quando il Pu tornò tutto bianco in volto prendemmo il suo mezzo e via a non più di sessanta perché il Pu era un tipo prudente. Il parti era per il genetliaco del caro Guz che era ancora abbastanza giovane o per lo meno si impegnava per esserlo. Il Pu non stava ancora proprio a posto e mi diceva che sarebbe tornato presto ma che voleva passare per fare gli auguri e tutto il resto.

Era proprio un parti come si deve con la gente sparsa e tutto il resto come piace a me. Il caro Guz ci portò il regalo di benvenuto perché noi non si doveva portare regali, era lui che li distribuiva ed era cosa buona perché dopo poco le molecole entrarono in contatto con gli alveoli, il loro RNA fece il giusto messaggero e il Pu non aveva più l’ombra del minimo cagotto, come lui amava dire. Così si restò lì senza preoccuparsi del fresco della sera perché le stelle luccicavano anche troppo.
Anche qui però era pieno di gente che ci credeva, ridevano e ammiccavano perché alla fine i parti si fanno per questo e c'era gente strana che si sedeva a parlare e non capivi quel che dicevano perché avevano esagerato con il liquido o con il gassoso, non lo so, o entrambi ben miscelati. Come quello che non si trovava e tutti o quasi erano agitati perché chissà dove è andato magari è caduto in un pozzo ma nessuno faceva nulla tipo andarlo a cercare perché era un parti di quelli che funzionano ed era giusto che uno si perdesse e che ci si preoccupasse per un poco. Tanto di pozzi non c’erano in zona.
Ci sembrava di essere lì da ore così decidemmo che si era fatto tardi. Ma non era poi passato tanto tempo solo che oltre a fare bene al cagotto, come amava dire il Pu, quella roba dilatava anche parecchio e saliti in macchina ci avviammo silenziosi ma non trovammo come andarcene da quel buco di paese. Si girava intorno e tutto il resto ma non si usciva. Così passammo un incrocio e solo dopo un po’ guardai verso il Pu e gli dissi che era rosso, lui non si voltò nemmeno e rispose ho visto e continuò zitto sui suoi prudenti sessanta.
Era stata una serata di lusso, non avevamo falciato una famiglia e bimbi e cane e tutto il resto e non finimmo sul giornale e nessuno pianse, si ritornò a casa beati e steso sul letto mi dissi convinto che l’uomo non avrebbe dovuto costruire semafori rossi.

domenica 2 settembre 2007

primo movimento


Nel mio sogno è a est non ricordo più il suono della voce il campanello della bici come quella volta in cui mi dicevi non è passato troppo tempo come si fa a ricordare una voce? Sirio la vedi al mattino eppure tutto si ricorda come se fosse registrato è estate e quel campanello non vuol dire nulla basta un sogno o un suono è un attimo ti ritorna nella mente vivo lo hai anche scritto e lo pensavo la luna è appena sorta luna piena bisogna perdersi per ritrovarsi devo vedere almeno una stella cometa per esprimere il desiderio ho tutto il tempo perché lo voglio è l’unica cosa che voglio con tutto me stesso chissà se credi ancora a Cummings le luci sono accese sparse alla finestre io ci credo l’aria è ferma nessuna foglia si muove forse un giorno ci ritroveremo un aereo passa diretto chissà dove non so se mi pensi in un livello energetico non degenere il relativo autostato del sistema è unico ed invariante sotto trasformazioni di simmetria non so nulla e ho sbagliato tutto ma era l’unico modo prevedono pioggia la prossima settimana l’unica possibilità che avevamo i treni si stanno svuotando io lo so che mi pensi lo sento come quella città nelle fiandre e i suoi canali potrei sbagliarmi non ho alcuna certezza il negozio libanese vicino a rue Mouffetard ma sono passati troppi mesi e mi chiedo perché come si dice un bacio in greco? o forse è poco tempo non ho fretta la basilica illuminata di notte vicino al mare tutto è dentro di me e non se ne va ascoltando Shostakovich all’Opéra Garnier tutto sarà dentro di me come quella volta che avevo le placche in gola due mesi e non sarò più qui singolare scritto alla rovescia tutto sarà perché lo sento palazzo bruchi ai margini del tuo sorriso nel mio sogno non è più domenica ovunque tu vai io vado e una strada parte da me.

giovedì 19 luglio 2007

verità sotto la foglia (4)


Non sono altro che la cruda terra
Il mio odore è quello della pioggia
Il mio odore è quello del vento
Il mio odore è quello degli alberi

Il mio sapore è quello degli alberi oscillanti al vento nella pioggia

Notte, prendi le mie mani
Acuisci la mia visione
In punta di piedi sulla soglia
Ti aspetto
Ai margini della debole luce
Ti vedo


martedì 3 luglio 2007

fuochi


i fuochi di san pietro segnano l'orizzonte
opaco come i vetri delle case in inverno
quando i lumi sono deboli chiarori nel cupo delle stanze
dopo che è passato l'ultimo segno del giorno
il suono distinto della porta chiusa nel cortile
quando i passi sono la prova del silenzio della notte

dalla fiamma dei ricordi si scosta il volto di una donna
ancora astratto dalle forme del corpo
prigioniero più dei sogni che della realtà
circondato dalle scene e dalle parole di una commedia
atto unico di una maschera
alla ricerca delle proprie verità

pochi particolari rendono più difficile l'incontro
il colore dei capelli appena cambiato

il profilo meno deciso più arrotondato

rapidi saluti cercando la trama di vecchi pensieri

inciampando nelle abitudini di giorni trascorsi

a sopravvivere


la luce della luna allunga le ombre e nasconde

il tramonto della stella della sera

con una finta commozione avvolta di retorica

la caligine copre gli ultimi fuochi e soffoca le braci

lei si allontana

la scena si svuota

giovedì 28 giugno 2007

Cupio dissolvi


Il pentotal entra bruciando nella vena. Non faccio neanche a tempo a contare fino a due. Buio.


Due dita mi aprono le palpebre. Una luce intensa penetra nell’occhio per pochi secondi. La pupilla reagisce appena. Lentamente inizio a prendere coscienza.
Mi vedo sdraiato in un letto, il braccio collegato con una cannula ad una flebo. La testa è appoggiata su più cuscini e le lenzuola prendono la forma del mio corpo, immobile. Un’infermiera mi guarda per pochi attimi poi passa al letto successivo. Il medico visita un vecchio. Vedo la bocca dell’infermiera aprirsi, ma non esce alcun suono. Mi prende il panico. Perchè non si accorgono che sono sveglio? Provo a parlare, ma non si muove nulla, nessuno si volta.
E’ notte. Solo una debole luce esce da sopra il letto riflettendosi sul soffitto. Forse è solo un sogno, o il ricordo di un sogno.
Mi vedo camminare accanto a lei, vicini, ma non vedo il suo viso come se lo vedessi dalla prospettiva dei miei occhi. No, la visione è esterna. Io guardo la scena da fuori, uno spettatore dinanzi a una diapositiva del passato. Forse è solo una ricostruzione del cervello, un assemblaggio d’immagini da vari punti di vista, il montaggio di un film mentale.
Ora è proprio così, mi vedo lì fermo, non posso girare la testa, ma ugualmente vedo il dottore che si allontana ed esce dalla stanza. I pensieri si accumulano. Cerco di fare mente locale, di calmarmi. Non può essere eppure... non riesco a crederci, qualcosa deve essere andato storto, non lo so.

I primi bagliori dell’alba illuminano la finestra. Devo aver perso coscienza per un po’ d’ore. Accanto a me non c’è più nessuno, il letto è vuoto, perfettamente rifatto come se da giorni non ci dormisse più nessuno. La stanza è tutta per me. Non sono passate solo poche ore allora, forse sono giorni o settimane. Non ho più cognizione del tempo.
Mi sembra di essere in un incubo, solo con i miei pensieri, senza possibilità di comunicare. Ho già perso coscienza una volta e non so quanto è passato. Guardo fuori dalla finestra, gli alberi hanno ancora tutte le foglie ben attaccate ai rami. Bene, per lo meno siamo ancora in estate. Non sento alcun dolore, forse mi riempiono continuamente di barbiturici, oppure semplicemente non ho più sensazioni fisiche. Nello stesso modo in cui non riesco a parlare o percepire i suoni, forse anche per lo stesso motivo non provo alcun tipo di dolore. Faccio un altro tentativo, urlo, ma la bocca non si apre. Gli occhi rimangono chiusi.

La luce è forte ora. D’improvviso lei entra nella stanza. Il viso è sciupato ma gli occhi sempre svegli e combattivi. Si avvicina, mi dice qualcosa e mi accarezza dolcemente la fronte. Prende la sedia da sotto il tavolino di fronte al letto. Si siede accanto e mi prende la mano. Continua a parlare, come se mi raccontasse qualcosa. Non riesco a sentirla. Ogni tanto mi bacia dolcemente sulla fronte, trattiene le lacrime, gli occhi si chiudono. Poi riprende con un sorriso forzato.
Non riesco a parlarle, ma cosa mi dice? Forse che mi ama o forse mi racconta la sua giornata, parla del lavoro o dello spettacolo teatrale che ha visto martedì, o del divano nuovo che vorrebbe comprare. Parole su parole per tentare di svegliarmi. Non sto dormendo. Sono qui immobile, ma ci sono.
Ora la vedo nella sua completezza, forse perché la considero perduta. Nella frenesia quotidiana la vita ci passa ai margini, noi nuotiamo nella corrente ma solo in quei punti di discontinuità, quando la normalità non è la regola, solo allora, fermi, aggrappati alla riva del fiume, possiamo guardarci le mani, aprirle e vedere se e quanto sono vuote.

Un attimo di buio e lei non c’è più. Sono attorniato da medici, riconosco il professor De Blasi, è lui che mi ha seguito e operato. Parlano tra loro, ogni tanto si avvicinano, aprono e chiudono una cartella, riprendono a parlare. Poi d’improvviso escono chiudendo la porta. Passa un attimo e lei rientra, il viso più disteso. Forse avrà avuto buone notizie. Io comunque non provo più angoscia. Sono sereno. La vedo dinanzi a me, i cappelli raccolti in una coda. E’ ancora giovane, brillante e capace. Non sono preoccupato, se la caverà. Non m’importa se troverà un altro e se da lui avrà finalmente un figlio. Forse è questo che doveva accadere. Certo non l’avrei mai pensato prima d’ora. Sono sempre stato geloso e solo il pensiero che un altro potesse anche solo desiderarla mi faceva imbestialire. Ora non sembra poi così importante. Desidero solo che stia bene, che si goda la vita senza guardare al passato. Vorrei tanto dirle addio, almeno riuscissi a stringere debolmente la mano, a farle capire che ci sono. Sorriderle, per comunicare che non ho rimpianti. Aprire per un attimo gli occhi.
Dopo aver messo a posto la sedia ritorna al mio capezzale, mi bacia la fronte, mi accarezza la testa dolcemente, più volte. Leggo chiaramente il labiale: a domani amore.
Quando esce dalla stanza io sento che non la rivedrò più. Mi sono sempre piaciuti gli addii. Ho sempre voluto fare il melodrammatico, e proprio ora quando la drammaticità è al culmine nella mia vita non me ne importa più nulla.
Non ho più alcun desiderio d’esistere.

Perdita di coscienza.
Un dottore, circondato da paramedici, mi preme il petto con forza. Un’infermiera infila un ago nel braccio e preme fino in fondo lo stantuffo. Il medico si ferma e guarda un monitor. Una linea retta lo attraversa da parte a parte. Ricomincia con lo stesso ritmo a premermi sul torace. Un’altro ago questa volta mi entra direttamente nel petto. La linea è sempre piatta. La guardo concentrato. Vedo i fosfori verdi allineati come in fila, nell’attesa di spiccare un salto. Il medico si ferma. Si asciuga la fronte sudata con l’avambraccio. Toglie i guanti di lattice e guarda l’orologio in mezzo alla parete. Poi esce. Rimane solo una giovane infermiera. Mi toglie delle ventose dal torace e dal polso. Poi stacca la flebo e se ne va chiudendo la porta.
Non vedo quasi più nulla accanto a me. Guardo la stanza svanire, il letto si scioglie in una massa bianca.
Fisso la linea verde sul monitor ancora acceso, avvicinarsi sempre più. Vedo dei pallini enormi, lampeggiare lentamente, sommergermi. Nuoto nel liquido amniotico della non esistenza. Ora è tutto verde, verde fosforescente.
Poi buio.

lunedì 18 giugno 2007

febbraioduemilaquattro


Accetto. Mi ero detto mesi fa. Qualsiasi cosa. Senza condizioni. Accetto. Voglio vivere il presente che mai si conclude. Voglio vivere come se il prossimo passo fosse l’ultimo, cosa che in effetti è. Ogni passo avanti è l’ultimo e con esso il mondo muore, compreso il proprio io. Ma ogni giorno rinascere. Riguardare il tutto con gli occhi di un neonato. Muovere la testa a destra e a sinistra, sopra e sotto, strabuzzare gli occhi per il sole che sorge o la foglia. Sì, proprio quella che nasce sul ramo dell’albero qua davanti.

Lo sento già sul viso, il tiepido sole di primavera, voglio vivere solo per quello perché tutto il resto non mi interessa.
Io, Walt, nel mio 37° anno di età e in perfetta salute!… Sono in marcia con la mia visione… Io mi amo alla follia… Walt Whitman, un cosmo, di Manhattan figlio, turbolento, carnale, sensuale, che mangia e beve e cresce… Svitate le serrature delle porte! Svitate addirittura le porte dagli stipiti…Qui o da qui in poi per me sarà tutto lo stesso… Esisto così come sono, e questo basta”.
Ho una tale e tanta fretta di riversare i miei pensieri che li supero di corsa nel buio.
Mentre cammino o sono sul treno, scrivo libri, immensi tomi. Ma poi davanti a questi tasti è difficile che esca qualcosa.
In questa casa ho visto l’autunno bruciare in mano la sua foglia. Ora vedo dalla finestra il bagliore della vera luce invernale riflessa dalla neve. Una stagione dietro l’altra. Amo il loro incessante susseguirsi. L’anno scorso sembrava tutto uguale chiuso nel mio guscio. So che vedrò da qui la primavera e sentirò la brezza tiepida che l’accompagna. Il cinguettare degli uccellini nell’alba estiva. Il caldo appiccicoso sulla pelle. Il profumo della sera che entra nella camera.
Ai margini di un temporale occidentale, il rosso fuoco all’orizzonte mentre le nubi gravide di pioggia si avvicinano annunziate da lampi e tuoni, rimango alla finestra per odorare l’acqua già presente nell’aria e il silenzio prima che si scateni la tempesta. Sì madre natura, fai sentire la tua forza!
Un anno intero come minimo passerò qui, dodici mesi stanno trascorrendo sotto di me. E poi non so. Non ne ho la più pallida idea...
Ieri pomeriggio sono tornato assente. Ho continuato ancora un po’ a parlarti. No, non sono pazzo. O forse sì? Molte volte parlo, parlo pensando con le persone che conosco come se loro fossero accanto a me. Forse tu sarai tornata indifferente, contenta, triste, tranquilla, rilassata, decisa, pensierosa, turbata o nulla di tutto ciò. Io mi sentivo come un ventitreenne di fronte ad una trentenne (d’animo mente cuore, anche se ho capito, l’età non conta proprio nulla). Strana sensazione. Sconvolgimento emotivo. Un po’ svuotato di me, ma nel contempo sereno. Non voglio chiedermi cosa e perché, non voglio pensare che sarà o cosa non sarà, che importa?
Se anche solo questo è un attimo che sfugge, è pur sempre un attimo che esiste. Vive. Mangia. Cresce. Sogna.
Non mi ricordo più cosa ti ho detto, cosa ho scritto, quanto ti ho spedito e quanto invece ho cancellato. Tutto si è fuso in un enorme magma.
Alcune volte vorrei distaccarmi dalle persone, esserne completamente indipendente. Vorrei svuotarmi di tutti, come rovesciando una bottiglia d’acqua nel lavabo vedere gorgogliare il contenuto che sembra resistere alla voglia incessante di vuoto.
Vorrei non avere necessità, sogni, speranze, illusioni. Niente di niente potrà più illudermi, diceva Rimbaud.
Ma non è così. Le persone vivono in me. Io le sento. Forse io stesso non esisterei senza di loro. Sarei veramente un guscio vuoto. Sono gli altri che mi illuminano con la loro presenza. Vivo di luce riflessa, come la luna! E quella piccola fiammella che arde in me, cresce e prospera grazie ad essi. Ciò che è al di fuori e ciò che è dentro di me, tutto questo, ogni cosa, è risultato di forze inesplicabili. Un caos il cui ordine è al di fuori di ogni comprensione. O almeno io non lo capisco.
Non voglio restare chiuso tra quattro mura per tentare di scrivere di nulla. La scrittura non è sentimento, è esperienza. È persone, giorni di viaggio, visioni, alberi, città che ti sfiorano, strade che vivono, infanzia ricordata, ore di malattia, albe che nascono, persone che ti abbandonano, nuovi incontri, cieli stellati, stelle cadenti, la finestra aperta, i rumori dei vicini, uccelli che volano, urla di dolore muto, pianti di gioia, timidi silenzi, sorrisi sommersi, risate scroscianti…
… Perché i ricordi, in sé, non sono tutto. Solo quando diventano in noi sangue, sguardo, gesto, anonimi e indistinguibili da noi, soltanto, allora può succedere che in un’ora rarissima da essi si stacchi e s’innalzi la prima parola di un verso”. [ R.M. Rilke]

sabato 16 giugno 2007

paris


sento l'acqua che scorre
sui muri scavando profonde rughe
tocca terra in scrosci
canali di una città che si scioglie in fango
in materia inanimata
in grumi di nuove possibilità

il cielo giallo per gli ultimi rintocchi
del fortunale
è del colore delle pareti delle case
e come queste increspato di nero
è bagnato dalla pioggia
veloce a terra

indifferente un cane attraversa la strada
illuminata dai semafori
sull'acqua scorre la scorza di questa
giornata che parte per il mare
sull'acqua muore l'immagine di un viso
ora troppo lontano per essere ricordato

sull'altro lato il cane si accuccia
in attesa del sole
sapendo inutile ogni pensiero
ogni azione
osservo dietro un vetro lei che parte
e temo il silenzio che verrà

martedì 12 giugno 2007

tonio


La sveglia suonò. Sei e trenta. La spense con una manata.

Rimase qualche secondo seduto sulla sponda del letto. Le mani sulle ginocchia.
Deve essere oggi. E’ il giorno giusto.
L’autorimessa di Tonio il lunedì rimaneva chiusa. Si fece una doccia veloce dopo essersi rasato.
Oramai ho deciso. Non ho i soldi. Non posso rimandare. I suoi scagnozzi verranno a cercarmi presto.
Mise sul fuoco la caffettiera.
Non li ho mai avuti quei soldi. Rinviare il pagamento di una settimana è stato già difficile.
Si mise dei pantaloni di lino chiaro e una camicetta a maniche corte.
Quel maledetto figlio di puttana! Ti faccio un interesse d’amico. Conoscevo tuo padre. Col cazzo! Gli devo ridare il triplo.
Infilò il caricatore. Controllò la sicura. Prese una borsa dall’armadio e ci mise la pistola coprendola con una felpa.
Si guardò per un istante nello specchio dell’anticamera.
Devo solo fare in fretta. Arrivare prima degli altri.
Il secondo lavoro di Tonio cominciava alle otto. Prese le chiavi della macchina e uscì. La Duna grigia era parcheggiata sotto casa. Un altro prestito di Tonio.
Non è difficile. Entro nel garage. Apro la borsa per consegnarli i soldi e sparo.
Avviò il motore e partì.
Fermo ad un semaforo si accese una sigaretta. Era in anticipo. Parcheggiò l’auto davanti ad un bar.
Due colpi con il silenziatore. Uno al petto e uno alla nuca. Non voglio che agonizzante faccia il mio nome.
Bevve un altro caffé. Poi tornò alla macchina.
Tonio ha troppi nemici. Il suo destino è segnato, se non sono io sarà qualcun altro.
Risalì in macchina. Un rumore stridulo seguì il movimento della chiave. Il motore non partiva.
Merda!
Riprovò più volte. Nulla da fare. Imprecò colpendo il volante col pugno. Poi cercò di calmarsi. Non c’era tempo da perdere. Un paio di chilometri a piedi. Prese la borsa, scese ed iniziò a camminare lungo la circonvallazione.
No, non posso aspettare un’altra settimana. Tra poco sarò un uomo libero. Quel bastardo sarà morto.
Il caldo si appiccicava alla pelle. Accelerò il passo. Arrivò all’ingresso del cortile inzuppato di sudore. Otto e venti. Non c’era ancora nessuno. La saracinesca era aperta. Si guardò la mano destra, poi la borsa. Controllò ancora una volta il cortile ed entrò nel garage.
Sono venuto a pagare il mio debito. Puoi essere fiero di me.
Si fermò di colpo. Posò la borsa per terra. Si avvicinò. Lo vide schiacciato contro il muro investito da una macchina. Il sangue gocciolava sul pavimento.
Cristo santo. Che cazzo è successo?
Guardò il corpo disteso sul cofano. Tonio era morto. Non doveva essere passato troppo tempo. Si girò di scatto. No, non c’era ancora nessuno. Sarebbero arrivati. Molto in fretta.
Mi spiace Antonio. Qualcuno mi ha preceduto. Il tuo credito con Ivan Masetti è annullato.
Sorrise, recuperò la borsa e uscì dal garage.
Nessuno lo vide.


Cognome e nome.
Rinoldi Maurizio.
Luogo e data di nascita.
Milano, venti quattro millenovecentosessanta.
Professione.
Disoccupato.
Precedente occupazione.
Impiegato in un’azienda di prodotti per…
Non si dilunghi. Coniugato?
Sì con due figli, di tre e cinque anni.
Risponda solo alle domande. Coniugato?
Sì.
Figli?
Due.
Età?
Tre e cinque anni, un maschio e una femmina, come le stavo dicendo.
Signor Rinoldi, dobbiamo seguire la prassi.
Sta verbalizzando?
Non siamo qui per farci due chiacchiere.
E’ stato un incidente.
Incidente o non incidente il verbale va redatto.
Io, be', sono subito venuto qua.
E ha fatto bene. Ha fatto benissimo. Dove voleva scappare?
Non volevo scappare. Non c’era nessuno. Non sapevo cosa fare e...
Poteva chiamare un’autoambulanza.
Certo, sì… ma vede, ero nel panico e mi sono detto…
Si è detto bene, signor Rinoldi. Si è detto benissimo.
Insomma vado subito dai carabinieri.
Lo sappiamo. Si è presentato spontaneamente.
Certo, per la denuncia.
Lei conosceva Antonio Cabella?
Be’, sì, ho comprato da lui una macchina la settimana scorsa.
Una Fiat Duna grigia del novantuno.
Sì una Duna, mi serviva per un lavoro che mi hanno offerto...
Come mai è tornato proprio stamattina al garage?
Per la frizione.
La frizione?
Certo la frizione. Non ha mai funzionato bene, saliva a colpi e…
Voleva lamentarsi con lui per avergli venduto un catorcio.
Be', no, ma vede, quel lavoro, è a Bologna.
Continui, continui.
Prima di partire sono passato perché la controllasse. Non volevo rimanere a piedi.
E perché proprio all’autorimessa Tonio l’ha comprata, questa macchina?
Vede, venerdì scorso sono passato per caso e ho letto un cartello, proprio fuori il cortile. La vendeva a trecento euro. Mi serviva.
Stamattina lei è arrivato al garage a che ora?
Saranno state circa le otto.
Era chiuso, vero?
Sì, be', era chiuso, ma la saracinesca in fondo al cortile era alzata a metà. Così ho bussato.
Ah, il signor Antonio Cabella era al lavoro?
Certo era lì, gli ho spiegato, dovevo partire e la frizione… insomma lui mi ha guardato storto, sembrava scocciato, non ha detto una parola. Poi mi ha fatto parcheggiare la macchina nel garage.
Ecco venga al punto: l’incidente.
Sì, ho parcheggiato, il muso rivolto al muro. Il signor Antonio mi ha fatto cenno di rimanere in auto e ha aperto il cofano. Non ho fatto neanche a tempo a spegnere il motore, lo ha richiuso con un botto, mi sono spaventato e… insomma, ho lasciato leggermente la frizione.
Spiaccicando il signor Cabella contro il muro.
Sì, Dio mio, l’auto è partita di colpo! Ho visto il corpo piegarsi in due. E’ stato un attimo, la testa sul cofano e tutto quel sangue. Ho cercato aiuto, non c’era nessuno, così sono venuto qua.
Il signor Antonio Cabella era un usuraio. Lei lo sapeva?
No.
Sicuro?
Le ripeto che era la seconda volta che lo vedevo.
Signor Rinoldi, non aveva un qualche debito con il signor Cabella?
No, che debiti! Volevo solo che la frizione…
Perché vede Rinoldi, il signor Cabella aveva precedenti penali.
Non lo sapevo.
Il signor Antonio Cabella era un meccanico. Vendeva anche auto usate, ma per arrotondare prestava soldi a tasso d’usura.
Be', ma cosa c’entro, non lo conoscevo, mi ha solo venduto l’auto.
Vede questo quaderno signor Rinoldi Maurizio?
Sì.
Lo ha mai visto prima?
No, mai.
Va bene. Ogni pagina ha due colonne. A sinistra un elenco d’automobili, sulla destra un numero.
Allora?
Legga le ultime tre righe. Ecco prenda il quaderno. Scoprirà che conosciamo il movente, il debito contratto con il signor Cabella e ipotizziamo un omicidio premeditato, che lei vuole far passare come un incidente.
Omicidio?
Sù, avanti, legga ad alta voce.
Ford Fiesta nera, quarantamila. Fiat Punto rossa metallizzata, ottantaquattromila. Fiat Duna grigia, trecentomila.

lunedì 4 giugno 2007

a paola

aspettando una passione nel dolore,
l'amore celebrato è con odio,
finche' una dolcezza violenta dara' germogli

(a paola che e' una donna forte perche' ha i tatuaggi, :-))

domenica 3 giugno 2007

Dialogo (2)


Aprii la porta. Rimasi immobile senza parlare.

“Cazzo non mi fai neanche entrare?”
“Scusa. Sono solo sorpreso di vederti”.
“Non puoi non riconoscere tuo fratello maggiore”.
“Solo di pochi minuti”.
“Siamo ancora identici. Invecchiati allo stesso modo. Mi sembra ancora di specchiarmi, guardandoti”.
“Ma non ti riconosci vero?
“No. La luce dei nostri occhi è sempre stata diversa”. Abbandonò la borsa vicino all’ingresso e si sedette sul divano.
“Così uguali eppure così diversi”, dissi citando la nonna.
“Lo so. Ce l’hai con me”.
“No, affatto”.
“Posso capire… sono sparito per quindici anni e di colpo ricompaio nella tua vita, così, all’improvviso”.
“Non ho mai pensato che saresti tornato”.
“Neanche io ci avevo mai pensato, fino a pochi mesi fa. ” Corrugò la fronte. “Tutto quello che sono è in quella valigia. Non ho nient’altro. Sono partito per ricominciare da zero e sono tornato per fare altrettanto”. Fece una pausa guardandosi intorno. “Vivi con una donna?”
“No”.
“Si vede. Le tende fanno schifo. Dovresti comprare un tappeto. Darebbe un tono all’ambiente”.
“Non m’interessa molto l’arredamento”.
“Già”, sorrise. “Io sono stato sposato. Lei ora vive con un altro. Un canadese, pure lui”.
“Mi spiace”.
“Non me ne frega nulla e non abbiamo avuto figli”.
“Per questo sei tornato?”
“Non avevo più niente da fare. Una mattina mi sono svegliato con l’idea di tornare. Eccomi qua”. Allargò le braccia ridendo.
“Sei sempre stato impulsivo”.
“E tu sempre prudente, no?”
Ignorai la domanda e preparai da bere.
“Ecco quello che ci vuole: un whisky! Non sarai ancora astemio?”
“Non bevo mai, sono anni che ho questa bottiglia. E’ un regalo, ” dissi porgendoli il bicchiere.
“Tu? Hai figli? Hai divorziato?”
“No, nessun figlio e non sono mai stato sposato”.
“L’avrai avuta qualche donna, no?”
“Sì, ma è finita”.
“Ti ha mollato lei, ”disse quasi con piacere, “ne sono sicuro”.
“Ho commesso un errore, non mi ha concesso una seconda possibilità”.
“Non ti ha concesso cosa? Cristo, non capisci perché ti ha mollato?”
“Preferirei evitare l’argomento”.
“Sai, io parlavo spesso di te alla mia ex moglie: ho un fratello gemello in Italia, le dicevo. Non so perché ma quella stronza non mi ha mai creduto. Ha sempre pensato che raccontassi palle”.
“Sei il tipo che le racconta”.
“Sì, ma questo era vero! Tu hai parlato di me?”
“Ho parlato di te, certo, e mi hanno creduto”.
“Cazzo, non sei cambiato proprio per nulla. Il tipico bravo ragazzo, giusto?”
Non risposi. Lui sorseggiò il suo whisky.
“Quando i nostri genitori sono morti, ”dissi, “ho sentito subito che te ne saresti andato”.
“Io reagisco così. Non sono fuggito. E’ solo il mio modo per continuare a vivere. Ricominciare da capo dall’altra parte del mondo”.
“Sì, lo so”.
Prese un pacchetto di sigarette dalla tasca e ne tirò fuori una.
“Ti dispiace se fumo?” Chiese accendendola.
“Fai pure”.
“Ne vuoi?” mi porse il pacchetto.
“No grazie, non fumo”.
“Immaginavo, ” disse con soddisfazione dopo aver inspirato profondamente la sigaretta, “mi troverò un lavoro, ma ho bisogno di un favore”.
“Non c’è problema. Puoi stare qui”.
“Sapevo che non mi avresti deluso”.
“Sei mio fratello”.
“Già, tuo fratello, nessuno ne dubiterebbe”.
Finì il whisky. Poi si alzò. “Dov’è il bagno?” chiese appoggiando il bicchiere sul tavolo.
“Quella porta sulla destra”.
Rimasi in piedi in mezzo alla stanza. In quei pochi minuti un pensiero mi attraversò la mente. Non mi era sembrato folle. Era l’unico modo. Sì. Avere una seconda possibilità. D’altronde lei mi amava. Io lo sapevo. Sarei stato io, o almeno qualcuno di molto simile, ma senza aver commesso errori.
Uscì dal bagno dirigendosi verso la borsa. Si chinò per aprirla.
La mente era vuota. Presi il pesante vaso di cristallo sul tavolo. Lo alzai con entrambe le mani.
Lo colpii più forte che potevo appena sopra la nuca. Si accasciò all’istante. Non uscii molto sangue.
Lo spogliai e misi tutto nella sua borsa. Poi lo vestii con un paio di miei pantaloni e una maglietta. Misi nella tasca il mio portafoglio e presi il suo.
Afferrai la borsa e uscii senza chiudere la porta a chiave.
Io ero morto. Avevo la sua nuova vita.

venerdì 1 giugno 2007

..e al fin della licenza io tocco..

non c'e' bonta' in un giorno per sfidar la sorte
non c'e' incitamento da nessun cielo stellato al coraggio
non c'e' accadimento ora che abbia senso per il rimando
che il destino si compia

questa e la singolar tenzone della vita e delle morte
e noi soldati disertori della natura
ora -sigor si- rispondiamo ai comandi
che il destino si compia

eventi scansati
eventi rifiutati
docili inver ora ci si piega all'evento
che il destino si compia

(anonima) (!!??)

giovedì 31 maggio 2007

I due criceti


Il giorno del nostro decimo compleanno cadde di domenica. Mia madre ci vestì, al solito, come due damerini del cazzo.
Ogni settimana prima della messa ci faceva sfilare per le vie del paese. Mi sentivo proprio un coglione mentre camminavo verso la chiesa. Accanto a me mio fratello sembrava a suo agio. Solo la nostra somiglianza fisica mi ha sempre allontanato dal pensiero di essere stato adottato. Sì, d’accordo, eravamo identici. Mia madre ci vestiva allo stesso modo. Aveva capito però fin dalla nostra più tenera età che avevamo due caratteri diametralmente opposti. Forse per questo aggiungeva sempre un particolare ai nostri abiti, per differenziarci.
Quel giorno avevamo due fiori all’occhiello: il mio era blu, quello di mio fratello rosso. L’unico segno esteriore della nostra diversità.
Dopo pranzo nostro padre entrò dalla veranda con un grosso pacco. Per un attimo sentii che questa volta avevano intuito il mio desiderio: un cucciolo di cane. Ci regalarono due criceti.
I due topi bianchi erano in una gabbia. Si muovevano a scatti, timorosi e disorientati. Sulla zampa posteriore destra ciascuno aveva un piccolo fiocco di colore diverso. Riconobbi l’idea di mia madre, anche i criceti a prima vista uguali erano distinguibili da un piccolo particolare.
Mio fratello prese in mano quello con il fiocco rosso, carezzandolo. Sembrava entusiasta di quel regalo. Il mio, come deciso, era quello con il fiocco blu. Non me ne importava nulla: come cazzo si fa a giocare con un criceto? Non l’ho mai capito. Così me ne disinteressai e mio fratello rimase l’unico ad occuparsene tutti i giorni: riempiva la vaschetta d’acqua, quella per il cibo e la puliva da tutta la merda che facevano. Rimaneva per ore a osservarli in silenzio. Non ho mai capito neanche lui.
Io passavo raramente a guardarli. Notai solo che il mio era molto più vivace. Mi sembrava giusto: in fondo era toccato a me. Correva nella ruota per la maggior parte del tempo, si arrampicava disperato sulla gabbia quasi a voler fuggire dalla prigionia. Non stava mai fermo.
Il topo di mio fratello invece era tranquillo, si muoveva poco e spesso perdeva l’equilibrio nella ruota cadendo sulla schiena. Io ridevo alla vista di quella scena. Era un inetto come lui.
I due criceti ingrassavano a vista d’occhio. Mio fratello li stava accudendo con il massimo zelo. E’ sempre stato il più responsabile tra noi due. Ero io la pecora nera della famiglia, il bambino irrequieto, distratto, svogliato. Una testa di cazzo fin da giovane.
Tre domeniche dopo però accadde qualcosa che nessuno si sarebbe aspettato, perlomeno in così poco tempo. Ci svegliammo e ne trovammo uno riverso sul lato con le zampe dritte, rigide. Una schiuma biancastra colava dalla bocca. L’altro incurante piroettava sulla ruota.
Non ci facemmo troppe domande. Mi sembrò però strano che nessuno dei due avesse più il nastro colorato. Fino a ieri l’avevano, o forse era l’altro ieri. Ci pensai, ma non riuscii a ricordare bene. I nostri genitori non lo notarono nemmeno e mio fratello non disse nulla, come sempre. Ad ogni modo non ebbi alcun dubbio: il mio era quello vivo.
Il giorno dopo decisi di liberarlo nel bosco dietro al paese, mio fratello fu d’accordo. Non sembrò dispiaciuto della morte del suo criceto e mi accompagnò. In una radura, poco distante da casa, lui aprì la gabbietta. Io presi il topino e lo posai per terra. Rimase titubante nei pressi dei nostri piedi per qualche minuto. Poi si allontanò sparendo nell’erba alta.
Aveva la sua nuova vita.

lunedì 28 maggio 2007

Dialogo


Mi riconobbe. Si avvicinò al mio tavolo.
“Mi scusi… “ disse appena fu distante il giusto per parlarmi.
“Sì?” risposi alzando la testa, guardandola come se non sapessi chi fosse.
“Lei non mi conosce, ” disse. Poi dopo una breve pausa, “ma io sì!”
“No, infatti, ma ci siamo già visti suppongo”.
“In realtà no”.
“No?” chiesi.
“No, non ci siamo mai conosciuti”.
“Scusi, ma non riesco proprio a capire”.
Erano due anni che aspettavo questo momento. Ero ben preparato. Le cicatrici sulle gambe lo dimostravano.
“Vede, io conoscevo suo fratello”.
Rimasi qualche secondo in silenzio. Mutai l’espressione del viso, come se stessi riflettendo. Lei rimase in piedi aspettando una mia reazione.
“Si accomodi, prego”. Mi alzai e allontanai la sedia dal tavolo.
Lei si sedette. Infilò la tracolla della borsetta sullo schienale.
“Potremmo darci del tu, se non le dispiace”, proposi.
“Certo, ci mancherebbe. Non l’ho vista entrare”. Si fermò un attimo. ” Scusa. Non ti ho visto entrare. Il locale era troppo affollato. Ho guardato il bancone per cercare un cameriere e quasi mi è venuto un infarto. ” Sorrise. “Ti ho visto tornare al tavolo. Ho avuto bisogno di qualche secondo per realizzare. E’ passato tanto tempo”.
“Credevi di aver visto un fantasma?”
“Be’, sì, cioè no. Insomma siete proprio uguali”.
“Capita nei gemelli omozigoti.”
Lei rise. Sembrava più rilassata.
“Sì, giusto ma sono passati due anni, da…” si fermò un secondo, “da quando è stato ucciso.”
“Due anni, sì.”
“Tu non eri al funerale.”
“No. Ho saputo parecchio tempo dopo che era morto”. Feci volutamente una pausa. “Sono stato per anni lontano dall’Italia. Non avevamo parenti prossimi. C’eravamo persi di vista”.
“Sì, lo so, lui parlava spesso di te”.
“Lo conoscevi molto bene quindi.”
“Be’ sì, siamo stati fidanzati, per quattro anni”.
Quattro anni e mezzo, stronzetta, o forse per te gli ultimi sei mesi non sono contati nulla?
“Non dirmelo, dovevate sposarvi?”
“No, no, vedi io l’ho lasciato. Un anno prima che…”
S’interruppe di nuovo. Il pensiero della mia morte violenta l’aveva rattristata. Sentii una fitta di piacere. Una soddisfazione che aspettavo da tanto tempo.
“Sì, lo so,” dissi. “Non riuscivo a crederci. Sono dovuto tornare e vedere la sua tomba. Non mi sembrava vero. Mio fratello morto. Ucciso”.
“Mi spiace molto. Deve essere stato terribile.” appoggiò la mano sul mio braccio.
“Lo deve essere stato anche per te.”
Quanto era stato terribile? Era andata al mio funerale almeno. Potevo ritenermi un po’ soddisfatto.
“Sì, era un anno che non lo vedevo. Non l’avevo dimenticato. Gli volevo ancora molto bene.”
Basta con queste inutili frasi! Lui era morto. Io ero vivo. Lei ancora bellissima.
“Rimarrà per sempre nei nostri cuori, ” dissi per troncare il discorso.
“Sì, anche se sono stata io a lasciarlo, be’ la sua morte mi ha molto impressionato. Ho pensato molto a lui, dopo.”
Ora sono tornato. Sono io. Possiamo ricominciare. Da zero.
“Anche io ci ho pensato. Ho perso quindici anni della sua vita. Mio fratello! Non so nulla di lui, che lavoro faceva, che vita conduceva. Niente. Vorrei tanto cercare di recuperare tutto quel tempo, ma non si può”.
“Certo, ti capisco, ” disse guardandomi negli occhi.
I miei allenamenti per mantenere il controllo ora si rivelavano utili. Mi toccai la prima ferita sulla gamba sinistra.
“Senti, vorrei chiederti un favore… se non ti dispiace”.
“Dimmi pure, ” disse appoggiando il gomito sul tavolo per sostenere la testa.
“Non vorrei essere inopportuno ma se potessimo rivederci… insomma tu potresti raccontarmi qualcosa di lui se non ti dà fastidio, se ti va di ricordare”. Cercavo di essere il più delicato possibile. “Vorrei sapere qualcosa di più sulla sua vita”.
“Non preoccuparti, anch’io nei tuoi panni vorrei sapere, sarei curiosa”.
“Sì, non è solo per un senso di rimorso, è che ho il desiderio di conoscerlo. Recuperare anche pochi frammenti di lui sarebbe prezioso per me”.
“Alle volte il destino è strano. Sei stato fortunato ad incontrarmi, così per caso”.
Per caso? Ci sono voluti tre mesi per ritrovarti. Eri sparita, il tuo nome non era sull’elenco e avevi cambiato casa.
“Meno male che alle volte il destino è dalla nostra parte”. Tirai fuori un biglietto da visita. “Quando sei libera chiama questo numero. Sarò molto lieto di rivederti, anzi mi farai proprio un favore. Saresti molto gentile. Come ha fatto mio fratello a perderti?”
Lei mi guardò sgranando gli occhi. Sì alzò e mi tese la mano.
“Bene… allora ci sentiamo presto.”

Si allontanò e uscii dal locale. L’ultima frase era stato un errore grossolano. Andai nel bagno. Era vuoto. Mi fissai a lungo nello specchio. Poi alzai il pugno e colpii più forte che potevo sulle ferite.

martedì 22 maggio 2007

In BiBIOteca

Proseguiva attenta stando lungo gli scaffali a leggere piccole etichette come se cercasse un documento importante in un archivio senza indici.
si muoveva concentrata e osservava con lentezza, mai distratta dai rumori di altri che, come lei, cercavano con piu' naturalezza qualcosa e con la stessa, quel qualcosa, in poco tempo, trovavano.
lei no.
la ricerca si fece piu' attenta, ogni singolo pezzo veniva estratto dallo scaffale ed esaminato nei minimi dettagli.
l'espressione sul viso era sempre la stessa, sintomo che la ricerca non era ancora finita;
nessun moto di gioia o sorriso di stupita meraviglia, nulla.
bisognava ancora pazientare
in fondo lo scaffale era solo il primo...
ma era anche il primo giorno in cui lo scaffale dei prodotti BIO era stato messo in fondo.

lunedì 21 maggio 2007

......

sei o forse
l'aria contro i muri vibra di silenzio
le sillabe digitate i corpi denudati vestono dalla solitudine
forse sei o
voluto mai sara' l'ordine
l'ardire e'.
o forse sei

giovedì 17 maggio 2007

verità sotto la foglia (3)

Quando
il cuore
diverrà pietra
non
risuonerà più
all’eco
di
parole
cieche
nell’ansia
del
sorriso

perduto


mercoledì 16 maggio 2007

tabacaria


não sou nada

nunca serei nada
não posso querer ser nada
à parte isso, tenho em mim todos os sonhos do mundo
[...]

martedì 15 maggio 2007

au lecteur


[...]
tu le connais, lecteur, ce monstre délicat,
- hypocrite lecteur, - mon semblable, - mon frère!

lunedì 7 maggio 2007

verità sotto la foglia (2)


Sono la verità per la quale corri

silenziosa presenza sotto il fogliame

Ogni respiro ricama
il velo che ci nasconde
di ciclamini sbocciati nel freddo

Non temo la notte senza luna
se è certezza di un tuo giorno senza nubi.

domenica 6 maggio 2007

HEISENBERG

Nella fisica quantistica, il principio di indeterminazione di Heisenberg sostiene che:
non è possibile conoscere simultaneamente posizione e quantità di moto di un dato oggetto.
Il principio di indeterminazione viene a volte spiegato erroneamente, sostenendo che la misura della posizione disturba necessariamente il momento lineare della particella e lo stesso Heisenberg diede inizialmente questa interpretazione.
In realtà il disturbo non gioca nessun ruolo.
Molti si domandano se il principio possa essere traslato all'essere umano.
Altri lo vivono.
E' il mio Pensiero questa mattina.
Chi va al lavoro con i mezzi e si preoccupa di avere in borsa il libro da leggere; io che vado in tangenziale, perche' preferisco cominciare la giornata pagando subito la mia pena, mi preoccupo di avere in mente un problema irrisolvibile nei tempi medi di un viaggio pavia - segrate all'ora di punta.
Ho riflettuto sul modo di ottimizzare queste ore, con manicure e sfoltimento di sopracciglia, ma ho dovuto constatare che le tempistiche sono piu' adegute ad un trattamento estetico completo compresa ceretta alla brasiliana e terapia per le doppie punte (su ciascun capello ovviamente).
Pensare troppo a Heisenberg non e' dimostrato avere controindicazioni, strapparsi le sopracciglia tutte le mattine qualche problemino puo' arrecarlo.
Poi se una donna di 35 anni deve proprio pensare ad un uomo e meglio che pensi a Heisenberg. Se non chiama, non manda neanche un sms o una mail è in grado di dare una scusa alle amiche senza apparire ridicola.
In fondo nel mio piccolo da grande volevo fare la scienziata, dicono che il primo amore non si scorda mai. Ora che sono grande e la scienziata l’ho fatta con soddisfazione, fino a che scienza e scienziati perplessi sono finiti in una lista di mobilita’, devo constatare purtroppo che anche Heisenberg lo si compra al mercato a poco prezzo, e puo’ essere solo una valida alternativa alla radio per il mio status di pendolare medio.
Del ruolo di ricercatore non mi è rimasto che ricercare un altro ruolo di Pendolare e Impiegata.
Ora pianifico, ottimizzami i tempi, gestisco piani di lavoro, rispetto scadenze…chi l’avrebbe mai detto.. io che non arrivo mai puntuale ad un appuntamento e mi dimentico di pagare le bollette.

Domani è un altro giorno

Ore sette e mezza di una giornata invernale. Particolato atmosferico sopra la soglia consentita di cinquanta microgrammi al metro cubo.
La stazione è silenziosa. Non è vuota. Orde di studenti l’abbandonano. Centinaia di pendolari aspettano intirizziti. Chiusi in un guscio di lana sbuffano vapore.
Le Ferrovie Nord Milano si prendono cura dei loro clienti. L’orario dei treni è stato elaborato utilizzando complessi algoritmi di calcolo. Nulla è lasciato al caso.
Il primo gruppo di treni proveniente da Como, Varese e Novara si avvicina. I tabelloni lo indicano chiaramente. Tra loro uno scarto minimo di quattro minuti. Il regolare ritardo rende gli arrivi aleatori. Poi un vuoto di mezz’ora.
I deboli si avviano indolenti verso i binari tronchi da dove partono i treni regionali che fermano in tutte le stazioni, offrendo un viaggio comodo e lento.
Gli audaci aspettano i treni diretti, affollati certo, ma veloci. Fino a Bovisa viaggeranno alla folle velocità d’ottanta chilometri l’ora. Il rischio è di rimanere in piedi, schiacciati uno sull’altro come in un carro bestiame.
Le persone si guardano negli occhi, mute. Ognuno sa quel che deve fare.
Solo pochi sprovveduti si sistemano a caso. Idioti. La porta del treno non si fermerà mai in quel punto.
Più in là, verso la testa, la prima classe. Non bisogna temere i controllori, non a questa ora del mattino. E’ tempo d’anarchia, non ci sono più classi sociali, nessun biglietto vale più di un altro, nessuna distinzione di sesso, razza o età.

Il primo treno dovrebbe arrivare sul binario uno. Si vedono già i fari del Varese sul terzo. Due puntini nella foschia lontana.
Bisogna decidere in fretta. Il Como sbuca in curva, non lo si vede fino all’ultimo. Il Varese si avvicina, sempre più.
I due treni potrebbero arrivare contemporaneamente.
Mi preparo allo scatto. D’improvviso compare il Como. Il Varese è lanciato, inizia ora la frenata.
Mi lancio sui binari insieme a pochi altri. Il treno fischia. La folla rimane sul primo, bloccata dall’indecisione.
Sul Varese si sale facile. Trovo un posto e mi siedo soddisfatto.
Sono vestito per sopportare temperature prossime allo zero e la carrozza sfiora i quaranta gradi, ma non importa. Oggi ci sono riuscito.
Il mio treno parte per primo.

venerdì 4 maggio 2007

genève


quando si è in visita per una città straniera ci si sente come protetti da un involucro, da una pellicola protettiva, voci fuori campo a commento dei fotogrammi rubati a chi corre verso la fine di ogni giornata. rallentiamo il passo, quasi ci fermiamo increduli che tutto proceda indifferente mentre noi osserviamo e col tempo abbiamo anche l'ardire di indicare, senza mai riuscire a confessarlo,
cadiamo nella trappola del giudicare. ipocriti dovremmo allora metterci a sedere davanti ai nostri cortili, spalle alle ringhiere, dopo tutto sono solo le ombre sui muri che riusciamo a vedere.

una casa dall'intonaco giallo, intervallato da pietre sagomate più numerose in prossimità del selciato, si perde tra i palazzi lasciandomi solo mentre costruisco le immagini di altri luoghi. si dipartono a raggiera da un'unica casa dello stesso colore, attraversati da un dedalo di strade che prendono vita animate dai rumori lontani, alle mie spalle, tinte scure che cercano una propria vita con un movimento improvviso.

l'ultima volta anni addietro, ancora ricordo il vuoto lasciato da lei che fugge senza una parola, mentre i miei versi sono ancora aperti sul tavolo. il suo sguardo fisso davanti ai miei occhi senza poterle parlare, senza potere ripetere quelle parole prima di vedere il suo volto dileguarsi nelle ombre di un'altra città. rimangono i rami degli alberi a nascondere finestre e muri mentre il quadro si allarga alle vie affollate per l'ora del mercato.

strane le notti di maggio, quando provi ad avvicinarti alle ombre, queste fuggono, scivolano negli interstizi oppure sotto l'intonaco delle pareti, in attesa che tu torni a guardarle da lontano. appoggiando un palmo puoi sentire un respiro calmo non più coperto dal rumore dei passi, ma le vie sono vuote all'ora di cena, ti scosti e riprendi il cammino per visitare i monumenti della città per dipingerli dei colori di chagall.

ancora alcuni passi per la strada che porta alla cattedrale, al luogo dove furono bruciati i libri di rousseau. qualche passante, pochi ormai quando la giornata volge al termine, una donna dai lineamenti delicati sul lato opposto della strada è forse di ritorno a casa. immerso in altri pensieri non l'avevo notata, ma ora che mi cammina quasi a fianco anche lei mi guarda, un gesto di saluto sembra interromperla nell'esitazione del ricordo. anche ora non riesco a ripetere parole troppo lontane mentre la vedo dileguarsi nelle ombre della città.

verità sotto la foglia (1)


Continuo a rimandare il momento
in cui non ci ritroveremo

In nessun luogo ci sarà dato ascolto
resteremo muti come urla nel deserto

Non tardare a soffiar via le tue parole scritte nella sabbia.


mercoledì 2 maggio 2007

a teatro

uomo sedia vuota veloce torpore sipari ogni voce incerta scuri ogni gesto rivisto sguardo silenzioso prima attesa rumori sullo sfondo stretta passata solo frammenti scatti incontrollati scatti di riso lampi vuoti solo frammenti venti incerti dolore spaccato segni strascicati esistenze vissute sguardi dimezzati

edward estlin cummings


G
uarda
le mie dita, che

toccarono te
e il tuo caldo e il frale
tuo poco
– vedi? non sembrano le mie
dita. Le mani i polsi miei
che strinsero cautamente il fioco silenzio
di te (del corpo del
sorriso degli occhi delle mani dei piedi tuoi)
sono diversi
da quello che erano. Le mie braccia
in cui tutto di te si ripiegò
quietamente, come una
foglia o qualche fiore
appena fatto dalla Primavera
Stessa, non sono le mie
braccia. Non riconosco
come me stesso questo che trovo davanti
a me in uno specchio. Non
credo
di avere mai visto queste cose;
qualcuno che tu ami
e che è più magro
più alto di
me è entrato e divenuto le
labbra che uso per parlare,
una nuova persona vive e
gesticola con il mio
o sei forse tu che
con la mia voce
stai
giocando.


Io inizio con lui.

martedì 1 maggio 2007

occhi azzurri


occhi azzurri
dall'ultimo sole scoperti
nel calore d'una sera estiva
solo sognati
col ricordo d'un sorriso smarrito

una vecchia poesia, forse di cinque anni fa
persa, lontana dai pensieri
che ora fa affiorare un viso senza immagine
il cammino è lento su una passeggiata in riva al mare
perché cerca di di evitare che il passo si arresti al termine del molo
è l'attesa insita nel sole che tramonta e ci invita a scegliere un ultimo istante
a costruire ricordi
senza sapere di aver già scelto

Quandi sali su di un treno speri sempre che ci sia una poltroncina libera di fianco al finestrino possibilmente rivolta nello stesso senso del treno.
Una speranza fomentata dal diritto acquisito con il pagamento del biglietto.
Non che io prenda molti treni, ma probablmente non perderei questo ottimismo nemmeno se fossi una pendolare sulla tratta pavia-milano all'ora di punta.
Ebbene questa speranza oggi non solo non e' stata esaudita, ma guardando il prezzo stampato sul documento di viaggio comincio a pensare che sia un tributo per un certo indeterminato volume di aria, non obbilgatoriamente adiacente al pavimento del treno.
Qualcuno con tempra imperturbabile, barattando con altri passeggeri uno spazio per il piede destro di modo che si creasse una certa distanza utile dal piede sinistro, ha permesso al proprio baricento di oscillare in un equilibrio piu' o meno stabile in sinergia con le onde del treno.
Questo qualcuno si diceva sul treno avesse un ottimo curriculum in ambito fisico-matematico e comprovate abilita' di danzatrice del ventre; purtroppo anche pettegolezzi si diffondevano a suo riguardo a proposito di un infortunio al ginocchio destro che non le ha permesso di trovare altre soluzioni piu' pacifiche.
L'eleganza comunque non le è mai venuta meno nelle due ore di viaggio e come se fosse in poltrona, davanti al camino con ai piedi le sue ciabatte preferite ha estratto dalla borsa, con movimenti minimali, un libro che si e' accinta a leggere, sorridendo e accennando una danza come se dalle pagine uscisse una musica tra le piu' sublimi, quel tipo di musica che non ti permette di stare ferma.
Purtroppo non le era arrivata notizia che stranamente la tazza del cesso non era stato prenotata da nessun passeggero e che li seduta la sua attivita culturale sarebbe stata piu' consona.