giovedì 29 maggio 2008

Lady Vendetta

Lo sentiva ancora l’odore. Lo sentiva su di sé, come se fosse diventato il suo. Per quanto si lavasse, si strofinasse con forza sotto la doccia, l’odore non se ne andava. Al mattino annusava disgustata le lenzuola. Le lavava ogni giorno, ma non c’era nulla da fare.
Quello che non riusciva ad accettare era sentirlo addosso agli altri, anche a chi voleva bene. La faceva star male.
Aveva lasciato Claudio proprio per questo. Non riusciva più a fare l’amore con lui, non riusciva neanche a stargli vicino. Non che non fosse stato premuroso, o non fosse stato paziente, aveva capito che ci voleva tempo. Per lei però il tempo non aveva più significato. Ogni giorno era uguale all’altro. Non usciva più da casa. Aveva lasciato il lavoro. Non frequentava più nessuno da mesi. Si limitava a fare la spesa una volta la settimana.
Fu proprio un pomeriggio al supermercato che capì cosa doveva fare per ricominciare a vivere.
Era in fila alla cassa, cercando di sentire il profumo di lacca sui capelli bianchi della signora davanti. Non ci riusciva. L’odore che la perseguitava era ancora più intenso e non capiva perché. Ad un certo punto il signore all’inizio della fila, dopo aver riempito i sacchetti della spesa, si voltò per pagare. Appena lo vide il cuore si tuffò nello stomaco. Era lui. Uscì dalla fila con il carrello e lo abbandonò in una corsia. Non poteva perderlo. Lo vide salire su una Toyota Corolla verde. Corse alla macchina e mise in moto. Riuscì a raggiungerlo al primo semaforo. La Toyota svoltò sulla provinciale e dopo pochi minuti si ritrovarono in mezzo ai campi. Cercava di mantenere una certa distanza, ma era inutile, lui non poteva certo sospettare di essere seguito. Al primo paese girò a sinistra e dopo una rotonda parcheggiò davanti al cancello di una villetta.
Lei proseguì fino alla fine della strada, poi fece inversione e si appostò a cinquanta metri dalla Corolla.
Era decisa ad aspettare fino a che non fosse uscito nuovamente, fosse anche per tutta la notte o per tutto il giorno successivo. Dopo sei ore, alle undici e un quarto di sera, vide la luce del cancello accendersi e l’uomo salire in auto. Accese il motore. Fece anche lei la rotonda e si ritrovarono sulla provinciale. Non c’era in giro nessuno. Non ci mise molto a raggiungerlo. Accelererò sempre di più fino a tamponarlo. La Toyota fece un giro su se stessa e finì di traverso in mezzo alla strada.
Aprì la portiera e camminò verso l’auto. L’uomo era riverso sul volante, il sangue colava dalla fronte. Respirava ancora, ma non sembrava cosciente. Risalì in macchina, con il vapore che usciva dal cofano. Fece marcia indietro per un centinaio di metri. Poi accelerò e questa volta lo centrò proprio nella portiera. L’airbag le scoppiò in faccia e si ritrovò in mezzo ai campi.
Scese dall’auto, una gamba dolorante e il viso pieno di escoriazioni. Zoppicando si avvicinò a pochi metri da quello che oramai era solo un ammasso di rottami. Intravide il corpo schiacciato tra le lamiere. Era morto, ora ne era certa.
Sorrise e alzò lo sguardo verso il cielo stellato. Si mise a respirare il dolce profumo di una sera d’estate. La prima sera d’estate della sua nuova vita.

mercoledì 14 maggio 2008

i suoi occhi


portare alle estreme conseguenze le proprie decisioni può dare origine a delle situazioni interessanti, o per lo meno insolite. esempi, quanto mai diffusi, abbondano nelle vicende quotidiane, ma solitamente senza dare prova di originalità. facilmente l'animo umano si lascia trasportare dall'emulazione o dall'abitudine a commettere le più stupide azioni senza che queste incontrino, non dico il tribunale della ragione, ma almeno quello della coscienza. indignarci, ribellarci, denunciare la deriva dei tempi, o semplicemente proseguire per le nostre strade senza ricordi, è insito nello scorrere delle nostre esistenze. proseguiamo diretti senza inciampare, senza sorprenderci, o forse ci manca solo la coerenza, o meglio il cinismo, di ammirare immobili, dimentichi dell'accaduto, le connessioni, i rapporti di causa ed effetto, in particolar modo quell elementari ed evidenti.

era lungo tempo che la osservavo, forse si era accorta della mia presenza, ma non avrei potuto contare ancora per molto tempo sulla confusione della serata per mascherare la mia indiscrezione. i suoi occhi, sinceri, persi, più scuri del vuoto circostante, scrutavano senza sapere, aspettavano un orizzonte su cui posare desideri e progetti. come in una stanza buia l'incedere è accompagnato dal riverbero della luce che penetra dall'ingresso ma presto svanisce, così l'attesa degli eventi copriva il fluire degli istanti, la cui origine lei non poteva ancora supporre.

seguiva i primi balli, i giochi delle coppie che casualmente si formavano e, ad un cenno, si scioglievano rincorrendo gli auspici della serata, ora in attesa della nuova musica, ora in attesa di nuova compagnia. lei pensando a verità nascoste si ingannava doppiamente, troppo spesso la realtà è aliena a comprendere i sogni di chi non sa scegliere le proprie mete. il ritmo calava, più intimi i movimenti che prendevano il posto delle danze. ora riuscivo solo a intravvedere i suoi mutamenti, coperti dalle coppie che, passando lente, permettevano solo dei rari fotogrammi, l'espressione del viso, il corpo reclinato, appoggiato alla parete. forse in quell'istante ci siamo incontrati.

un fermo immagine, un passo indietro, un movimento rapido, avrei aggirato la folla, approfittando dei pochi secondi in cui sarei stato nascosto, lei avrebbe aspettato immobile, in attesa dell'immagine succesiva tra le gambe dei ballerini, l'avrei raggiunta e, senza bisogno di parlare, un solo gesto ed avremmo lasciato la stanza, un solo gesto e lei avrebbe avuto tutte le risposte, ma ora lei guardava una parete vuota, mentre io mi allontanavo cercando di perdere questi ricordi.

martedì 13 maggio 2008

Straniamento: ADAGIO SOSTENUTO

Non ho cronometrato, ma posso dire per esperienza che sono in grado di raggiungere la palazzina 20B, a partire dall’ufficio 518L del fabbricato 31C, in 7 minuti scarsi, a due condizioni: primo che mi trovi in fase armonica con l’ascensore, secondo che i colleghi incontrati nel tragitto abbiano un umore disarmonico con il mondo e lascino stare anche me.
Raggomitolo i fili dell’auricolare, pur riconoscendo l’inutilità del gesto e mi ripeto il ritornello che ancora una volta mi ha cantato il Dott. Sharp al telefono con il suo tono direttivo.
Ho promesso di recarmi nel più breve tempo possibile nel suo ufficio, invece sono qui a distrarmi e ad osservare come sia possibile che io mi ritrovi ad ogni squillo a cercare il bandolo, da infilare nell’orecchio, di quella che diventerà una intricata matassa di cavi. Mi stupisco di quanto appaiano innocui gli stessi auricolari adesso che sono ordinatamente avvolti attorno al cellulare.
Un rintocco, due rintocchi, l’agenda elettronica ricorda che devo prepararmi alla battuta di inizio, tra poco sarà il momento del mio attacco.
Salvo, stampo, sposto la tastiera di lato con un gesto rotondo di una mano e con l’altra spingo l’ultimo report firmato per allinearlo al bordo del tavolo. Riunisco le braccia portandole verso l’alto e afferro pagine pari e dispari a ritmo del cigolio ostinato della stampante, veloce ricompongo la sequenza corretta con abilità nelle dita.
Do un’ultima occhiata furtiva e colpevole all’icona di Messenger che oggi non ha abbellito il mio tempo né con trilli né con tremoli e anche adesso che ho bisogno di una voce amica fuori dal coro, si ostina ad avere il colore del silenzio.
Mi alzo, premendo sui braccioli della sedia quasi a sollevarmi dal suolo. Appoggio adagio i piedi, in punta, facendoli scivolare fino alla fine dell’ombra del cestino disegnata dalla luce che passa attraverso il vetro dall’unica finestra mai aperta.
Mi fermo distratta e osservo: sono da qualche minuto immobile in mezzo ad una stanza, ordinatamente allineata ad una riga d’ombra. Certo l’ordine non è una scusa all’inattività anche se, in questi luoghi, rende l’atto in se meno sospetto. Probabilmente dovrei trovare una diversa collocazione per poter rubare al profitto altri attimi di distrazione.
Devo ammettere purtroppo che in questa azienda una riga disegnata dal sole non gode della stessa dignità e autorevolezza di altre righe, al fianco delle quali ci si può permettere di oziare indisturbati e, a discrezione del lavoratore, anche con un pizzico di lecito orgoglio. Sarebbe sicuramente più facile se fossi allineata a righe di primo ordine come quelle quelle disegnate negli spogliatoi che separano chi è vestito secondo procedura dagli altri, vestiti e basta; o meglio ancora dovrei sostare vicino alle righe di sassi tondi e bianchi, rubati chissà in quale favola, che proteggono i fumatori dai quadrifogli geneticamente modificati.
Non è un concetto facile da capire per i non addetti ai lavori ma posso dire che se fossi un musicista sarebbe come se su uno spartito crome e semicrome venissero scritte a cavallo di una piega accidentale della carta, anziché delle righe del pentagramma. Sorrido e penso che qualcuno più creativo potrebbe suonandole, osare…
Guardo l’ora e decido che non ho il tempo sufficiente per verificare se, anche nel mio caso, la tracotante posizione assunta possa migliorare le mie prospettive professionali.
Adagio ma con un movimenti sostenuti riprendo il ritmo tornando alla postazione di lavoro.
La mano sinistra ravviva la piega dei capelli e la destra cerca alla cieca la giacca sulla spalliera della sedia.
Il telefono è già misteriosamente scivolato nella tasca, lo sento solo dal peso sbilanciato dell’indumento, ricompongo l’equilibrio riponendo nella tasca opposta il portachiavi a collare aziendale. Ho ufficialmente deciso di non metterlo più al collo da quando lo hanno sostituito con un tipo dotato di una apertura di sicurezza a norma di legge, pensata per ridurre il rischio di impiccagione e di improbabili incidenti.
Esorcizzo visioni macabre, della mia testa incastrata tra il collare e le porte del metrò in movimento, attaccandoci vari amuleti: chiavi, chiavette, badge, cercapersone, gadgets per obiettivi raggiunti, ma soprattutto per quelli non raggiunti (i miei preferiti!). E’ diventato un grappolo rumoroso, non facile da smarrire, la trasformazione complessa gli ha donato una nuova identità sonora. Ora il mio collare produce un accordo, forse un arpeggio, che mi accompagna nella danza quotidiana. Ci sono di gran lunga più affezionata che al codice alfa-numerico stampato sul camice.
Un ultimo sguardo al terminale dove vedo riflesso il profilo degli occhiali e non solo, scendo con lo sguardo lungo la linea del naso fino alla bocca, la mia. Non mi piace!. Decido cosi’ di modificare l’immagine delle labbra, chiudendole, evitando che incisivi indisciplinati vi si affaccino. L’ovale del viso è finalmente inscritto nel rettangolo dello schermo, concludo il ritratto riponendo simmetricamente con entrambe le mani i capelli ai lati di quelle orecchie.
Da dietro la porta arriva indiscutibile il segnale dell’ascensore al piano. Mi ricordo della scommessa fatta con il tempo e mi affretto.
Con la mano sinistra appoggiata all’angolo della scrivania mi spingo verso la maniglia, raggiunta prima dalla mano destra e poi dal corpo che compiendo mezzo giro su se stesso, grazie all’incrocio di un piede dietro l’altro, chiude automaticamente anche la porta dell’ufficio.
Come da programma mi trovo sulla traiettoria delle porte scorrevoli dell’ascensore, inquadrata in primo piano della fotocellula. Sorrido.
Segue uno scatto e uno scampanellio ed entro nel vano vuoto. Mi appoggio morbida alla parete sbilanciandomi indietro sui tacchi, i muscoli del polpaccio sono cosi’ tesi che dolgono di un sottile piacere. Pizzico il tasto zero e mi lascio trasportare dalla sorda melodia che, ben oliata, va calando fino al piano terra dove riprendo, allegra ma non troppo, la mia via.
Respiro e mi sento in perfetta armonia con lo spazio e con il tempo! Bene!
I miei tacchi rintoccano a ritmo sul marmo appena lucidato degli interni della palazzina 20B, fin davanti alla porta chiusa del dott. Sharp.
Qui mi concedo una serie di respiri sincopati per l’emozione, è l’ora della mia pausa, comincia l’assolo del protagonista.
Mi concentro abbassando entrambe le braccia lungo il corpo. Inspiro e mi siedo immobile di fronte al gesticolante dott. Sharp. Espiro e ascolto.
Sto recitando in silenzio.
Titolo: “La condivisione”. Atto primo: “L’assertività”.
Gli occhi, purtroppo proprio i miei, impreparati decidono di improvvisare, ne esce una scena che potrebbe essere intitolata: “La Perplessità”. Sottotitolo: “Ma dove cazzo sono finita?”.
Una voce fuori dalla stanza urla: “Buona la prima!”.
Una voce dentro di me risponde: “Dovremmo vederne almeno una seconda prima di giudicare se è buona”. Decido di tacere e penso: “ Non sarò certo io a spiegare al dott. Sharp che siamo solo chimici e ingegneri in una rumorosa multinazionale farmaceutica e non cantanti, ballerini, musicisti di un’orchestra in un teatro d’opera. Non confesserò a nessuno che siamo sordi e sgraziati attori di un’opera intitolata “Creatività e nuovi modelli aziendali” che il Dott. Sharp in persona ha deciso di mettere in scena per la fine di quest’anno.
Cosi’ rimango in silenzio, nella speranza che non mi metta a suonare i campanelli... forse è più probabile i citofoni, ma di un’altra azienda farmaceutica, alla ricerca di una parte in una altra commedia!

domenica 27 aprile 2008

andrea mantegna


scelti i ricordi
mi accingevo a disporre i colori
alibi del tempo
coprivo i contorni delle sinopie
per nascondere inceretezze e dubbi del soggetto
solo l'impronta dei volti sarebbe soppravvissuta alla messa a fresco
ogni pennellata mostrava quello che avavo già dimenticato
solo il falso poteva prendere corpo
la cruda materia impediva allo spirito dei miei pensieri di prendere vita
ogni figura svaniva per lasciare il passo alla maniera
solo la menzogna mi era concessa, solo questa sentivo mia
potevo donarle le mie immagini senza vederle modificate dalla retorica
del gesto
nitide e false così come concepite

presi servizio
non appena la verosimiglianza copiò la vita
dovevo ritrarre le voglie del regime
le immaginifiche bellezze della famiglia regnante
intonacai camera e volte
degli ardori degli dei olimpici
nessuno abbassava gli occhi alla vergogna della vita dei mortali
non un sorriso alle tele inneggianti agli amori ed alle vittorie
nemmeno se sguaiate e tronfie nella loro insensatezza

allora finii per essere l'immagine del reale
la triste copia della vita di ogni giorno
e misi in mostra le brutture del quotidiano
le spietate vesti di chi gestiva il potere
volti allungati senza dignità
solo ghigni di protervia e mediocrità
ma fu inutile
nessuno capì e non fui cacciato.

martedì 1 aprile 2008

fuga

il debole ritmo di un respiro scivolava assonnato tra le coltri mentre cercavo di lasciare indisturbato la stanza. discesi incerto le scale ancora nella notte, affidando alla memoria il computo dei gesti. superata la soglia trovai l'alba e il movimento fluido degli storni ad interrompere un cielo troppo sereno segno di antiche tempeste. ripetevo queste parole come eco dei miei pensieri, passo dopo passo, mentre il battito cardiaco accelerava, impietoso della mia mal celata sicurezza. allora annuivo convinto, indovinando il fondo dei giornali pomeridiani "... già lontano quando la trama del giorno svegliò i vicini di casa, sorpresi dai soccorritori e dai curiosi che andavano ammucchiandosi davanti all'ingresso, in un brusio di voci agitato dall'impertinenza di considerare sicura la sorte dei rei". così pensavo, o cercavo di convincermi, mentre vedevo scorrere le vetrine del centro ora che il tram era partito carico dei lavoratori del mattino.

mercoledì 26 marzo 2008

Racconto sulla memoria

Si svegliò in una stanza sfuocata. Senza pensieri. Senza dolore. Un’infermiera entrò poco prima dell’alba. Controllò la fleboclisi di morfina. Lesse la frequenza cardiaca e misurò la temperatura. Annotò tutto in una scheda che ripose ai piedi del letto.
Aveva due gambe in trazione, un braccio ingessato, varie costole rotte, un polmone collassato. Il trauma cranico aveva provocato una perdita di coscienza.
Dopo sei lunghe operazioni la prognosi fu sciolta.


Dottore, mi scusi, come sta mio fratello?

Signorina De Santis, non si preoccupi. Suo fratello è stabile. Non è più in pericolo di vita.

Vi ringrazio per tutto quello che avete fatto.

Stia tranquilla. Siamo molto contenti per la prognosi. La spina dorsale non ha subito danni permanenti. Dovrà affrontare una lunga fisioterapia. Non abbiamo elementi ora, ma è possibile che suo fratello ritorni a camminare come prima. E’ stato molto fortunato.

Sì, certo, è stato un miracolo dottore. Però, mi scusi, quando prima gli ero accanto, riusciva a dire qualche parola, a bassa voce, ma io lo sentivo, solo non riuscivo a capire il senso della frase. Pronunciava parole a caso senza nessun nesso apparente. Mi sono spaventata e ho pensato al trauma cranico.

Fortunatamente il trauma non è grave. Ha perso conoscenza per molte ore, ma la tac ha escluso danni al cervello. Ci vorrà un po’ di tempo perché recuperi le funzioni del linguaggio. La confabulazione e il disorientamento, sono caratteristiche di un’amnesia post traumatica.

Mi guardava come se non mi riconoscesse!

Deve avere pazienza. Ora non possiamo pronunciarci. Più velocemente questi sintomi spariranno, più è probabile un recupero completo delle funzioni. Non ci rimane altro che aspettare.

La ringrazio molto dottore.

Non si preoccupi signorina. Ha già parlato con la polizia?

Sì, stamattina.

Mi scusi la curiosità, ma… non si sa nulla dell’incidente?

Hanno trovato l’appartamento sottosopra. La serratura della porta è stata scassinata. La caduta è stata frenata dai rami. Il tetto dell’auto ha attutito il colpo. Non avrebbe potuto salvarsi altrimenti.

Qualcuno è entrato in casa?

Pensano a un furto. I ladri hanno scassinato la porta credendo di entrare in una casa vuota. Giovanni probabilmente è stato svegliato dai rumori. Ci deve essere stata una colluttazione e… insomma non si sa come ma è caduto dal balcone. Purtroppo non ci sono testimoni. Era domenica mattina, molto presto. I ladri sono scappati indisturbati. I vicini non si sono accorti di nulla e non c’è la portinaia nel fine settimana.

Mi dispiace molto, signorina Monica.

Sì, grazie, lei è molto gentile. E’ stato terribile, ma siamo contenti che sia vivo.


Era ancora buio. Mi alzai e feci subito una doccia. Poi presi il rasoio e iniziai a radermi. Avvicinandomi allo specchio mi fermai a guardare una vena che partiva dall’angolo dell’occhio e si disperdeva nell’iride. Spensi e riaccesi la luce, mi concentrai sulla contrazione della pupilla. Lo feci più volte. Sembrava avere una vita propria.
Mi vestii e presi la borsa dall’armadio. La riempii con un grosso cacciavite, un sacco della spazzatura, la macchina fotografica digitale, il portatile e il candelabro in oro. Non avevo altro di valore in casa.
Uscii e non incontrai nessuno nel palazzo. Presi l’auto e mi diressi verso la periferia. Mi fermai a un cassonetto e ci buttai il portafoglio avendo cura di togliere i soldi. Poi mi avvicinai alla riva del naviglio. Mi guardai in giro: la strada era deserta. Svuotai la borsa nel sacco dell’immondizia, lo annodai bene e lo buttai in acqua. Affondò in un attimo. Con l’accendino bruciai le banconote. Le monetine le lasciai per terra, in mezzo alle erbacce.
Tornai mentre il sole stava per sorgere. Per entrare in casa scassinai la porta. Non mi ci volle molto. Mi ero allenato con una serratura simile. Il borsone lo rimisi nell’armadio. Poi iniziai a frugare in giro per la casa, facendo più confusione che potevo. Quando fui soddisfatto mi rimisi il pigiama. Andai in salotto con un cuscino e spaccai il vetro della porta finestra. Pulii bene il cuscino dalle schegge e lo risistemai sul letto nella camera degli ospiti. L’aria del mattino era molto fredda. Rimasi seduto in silenzio sulla poltrona fissando il televisore spento. Non so per quanto tempo. Poi d’improvviso mi alzai, calpestai i frammenti di vetro con i piedi nudi e mi buttai dal balcone.


Non sapeva bene che ore erano, non aveva dormito neanche un minuto. Poteva muovere solo il braccio sinistro. Ruotare il collo rigidamente di pochi gradi. Non si sentiva le gambe e l’altro braccio, ma non era preoccupato.
Per giorni non aveva capito dove si trovava. Poi non aveva capito perché era in ospedale. Aveva avuto un incidente d’auto?
Stanotte tutto era tornato alla mente, prima dei piccoli particolari sparsi: le schegge di vetro che si conficcavano nella pianta del piede, le banconote che bruciavano. Poi immagini collocate in un tempo disordinato e confuso. Il naviglio, l’appartamento in disordine. La sua immagine riflessa nello schermo del televisore.
Con molta fatica in quelle ultime ore era riuscito a ricostruire tutto. Aveva capito cosa doveva fare.
Ruotò lentamente la testa e guardò la flebo poco sopra, sulla sinistra. Dopo dodici secondi una goccia cadde nella piccola camera da dove partiva il tubo che gli entrava in vena. Allungò il braccio fino a arrivare al regolatore di flusso e lo ruotò al massimo. Le gocce iniziarono a scendere una dietro l’altra. Riportò il collo nella posizione originaria, poi distese il braccio sul bordo del letto e chiuse gli occhi.

sabato 15 marzo 2008

è passato del tempo


e molti ponti sono crollati

così che non si può tornare indietro.

lo vedi quel cuore coperto di foglie in mezzo al bosco?

non è mio, prendilo pure e incamminati

solo i deboli aspettano, così dicono,

ma a me piace voltarmi nella luce del tramonto

guardando i palazzi che prendono forma

perchè ci riconosco sensazioni infantili

varchi che si aprono nello stomaco

déjà vu di vite passate e premonizione di anni a venire.

Tutto questo congiunge la vita alla morte,

la contrazione dell'eternità in un istante