Si svegliò in una stanza sfuocata. Senza pensieri. Senza dolore. Un’infermiera entrò poco prima dell’alba. Controllò la fleboclisi di morfina. Lesse la frequenza cardiaca e misurò la temperatura. Annotò tutto in una scheda che ripose ai piedi del letto.
Aveva due gambe in trazione, un braccio ingessato, varie costole rotte, un polmone collassato. Il trauma cranico aveva provocato una perdita di coscienza.
Dopo sei lunghe operazioni la prognosi fu sciolta.
Dopo sei lunghe operazioni la prognosi fu sciolta.
Dottore, mi scusi, come sta mio fratello?
Signorina De Santis, non si preoccupi. Suo fratello è stabile. Non è più in pericolo di vita.
Vi ringrazio per tutto quello che avete fatto.
Stia tranquilla. Siamo molto contenti per la prognosi. La spina dorsale non ha subito danni permanenti. Dovrà affrontare una lunga fisioterapia. Non abbiamo elementi ora, ma è possibile che suo fratello ritorni a camminare come prima. E’ stato molto fortunato.
Sì, certo, è stato un miracolo dottore. Però, mi scusi, quando prima gli ero accanto, riusciva a dire qualche parola, a bassa voce, ma io lo sentivo, solo non riuscivo a capire il senso della frase. Pronunciava parole a caso senza nessun nesso apparente. Mi sono spaventata e ho pensato al trauma cranico.
Fortunatamente il trauma non è grave. Ha perso conoscenza per molte ore, ma la tac ha escluso danni al cervello. Ci vorrà un po’ di tempo perché recuperi le funzioni del linguaggio. La confabulazione e il disorientamento, sono caratteristiche di un’amnesia post traumatica.
Mi guardava come se non mi riconoscesse!
Deve avere pazienza. Ora non possiamo pronunciarci. Più velocemente questi sintomi spariranno, più è probabile un recupero completo delle funzioni. Non ci rimane altro che aspettare.
La ringrazio molto dottore.
Non si preoccupi signorina. Ha già parlato con la polizia?
Sì, stamattina.
Mi scusi la curiosità, ma… non si sa nulla dell’incidente?
Hanno trovato l’appartamento sottosopra. La serratura della porta è stata scassinata. La caduta è stata frenata dai rami. Il tetto dell’auto ha attutito il colpo. Non avrebbe potuto salvarsi altrimenti.
Qualcuno è entrato in casa?
Pensano a un furto. I ladri hanno scassinato la porta credendo di entrare in una casa vuota. Giovanni probabilmente è stato svegliato dai rumori. Ci deve essere stata una colluttazione e… insomma non si sa come ma è caduto dal balcone. Purtroppo non ci sono testimoni. Era domenica mattina, molto presto. I ladri sono scappati indisturbati. I vicini non si sono accorti di nulla e non c’è la portinaia nel fine settimana.
Mi dispiace molto, signorina Monica.
Sì, grazie, lei è molto gentile. E’ stato terribile, ma siamo contenti che sia vivo.
Era ancora buio. Mi alzai e feci subito una doccia. Poi presi il rasoio e iniziai a radermi. Avvicinandomi allo specchio mi fermai a guardare una vena che partiva dall’angolo dell’occhio e si disperdeva nell’iride. Spensi e riaccesi la luce, mi concentrai sulla contrazione della pupilla. Lo feci più volte. Sembrava avere una vita propria.
Mi vestii e presi la borsa dall’armadio. La riempii con un grosso cacciavite, un sacco della spazzatura, la macchina fotografica digitale, il portatile e il candelabro in oro. Non avevo altro di valore in casa.
Uscii e non incontrai nessuno nel palazzo. Presi l’auto e mi diressi verso la periferia. Mi fermai a un cassonetto e ci buttai il portafoglio avendo cura di togliere i soldi. Poi mi avvicinai alla riva del naviglio. Mi guardai in giro: la strada era deserta. Svuotai la borsa nel sacco dell’immondizia, lo annodai bene e lo buttai in acqua. Affondò in un attimo. Con l’accendino bruciai le banconote. Le monetine le lasciai per terra, in mezzo alle erbacce.
Tornai mentre il sole stava per sorgere. Per entrare in casa scassinai la porta. Non mi ci volle molto. Mi ero allenato con una serratura simile. Il borsone lo rimisi nell’armadio. Poi iniziai a frugare in giro per la casa, facendo più confusione che potevo. Quando fui soddisfatto mi rimisi il pigiama. Andai in salotto con un cuscino e spaccai il vetro della porta finestra. Pulii bene il cuscino dalle schegge e lo risistemai sul letto nella camera degli ospiti. L’aria del mattino era molto fredda. Rimasi seduto in silenzio sulla poltrona fissando il televisore spento. Non so per quanto tempo. Poi d’improvviso mi alzai, calpestai i frammenti di vetro con i piedi nudi e mi buttai dal balcone.
Non sapeva bene che ore erano, non aveva dormito neanche un minuto. Poteva muovere solo il braccio sinistro. Ruotare il collo rigidamente di pochi gradi. Non si sentiva le gambe e l’altro braccio, ma non era preoccupato.
Per giorni non aveva capito dove si trovava. Poi non aveva capito perché era in ospedale. Aveva avuto un incidente d’auto?
Stanotte tutto era tornato alla mente, prima dei piccoli particolari sparsi: le schegge di vetro che si conficcavano nella pianta del piede, le banconote che bruciavano. Poi immagini collocate in un tempo disordinato e confuso. Il naviglio, l’appartamento in disordine. La sua immagine riflessa nello schermo del televisore.
Con molta fatica in quelle ultime ore era riuscito a ricostruire tutto. Aveva capito cosa doveva fare.
Ruotò lentamente la testa e guardò la flebo poco sopra, sulla sinistra. Dopo dodici secondi una goccia cadde nella piccola camera da dove partiva il tubo che gli entrava in vena. Allungò il braccio fino a arrivare al regolatore di flusso e lo ruotò al massimo. Le gocce iniziarono a scendere una dietro l’altra. Riportò il collo nella posizione originaria, poi distese il braccio sul bordo del letto e chiuse gli occhi.
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