Parcheggiò la macchina nel piazzale vuoto di fronte alla chiesa. Aveva piovuto tutta la notte, le strade erano ancora bagnate e il fiato si condensava nell’aria umida e gelida del mattino. Entrò dal portone centrale, si tolse i guanti e li infilò nella tasca destra del giubbotto, poi si levò il cappello di lana e lo mise nella tasca sinistra. La temperatura interna non era molto differente da quella esterna. La chiesa era vuota, debolmente illuminata, si avvicinò a una candela e stese la mano sopra la fiamma. Sentiva il calore al centro del palmo. Rimase immobile qualche secondo poi lentamente l’avvicinò al fuoco fino a che il dolore non fu insopportabile. Chiuse la mano a pugno e spense la candela, poi indossò i guanti, cercò delle monete nella tasca sinistra dei pantaloni e le infilò nella cassetta delle offerte.
Si sedette su una panca nella navata laterale, prese il foglio della messa, lesse la lettera di San Giovanni agli Apostoli e poi lo accartocciò, buttandolo sotto la panca. Dopo un quarto d’ora un prete si avvicinò al confessionale, entrò, chiuse la tenda e accese la luce.
L’uomo s’inginocchiò nella parte riservata al penitente. Il prete, finite le sue orazioni, aprì lo sportello fra le due grate. Poteva vedere il contorno della figura del sacerdote, gli occhi che luccicavano nella penombra del confessionale.
Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
Amen.
Vuole sedersi di fronte a me, all’esterno?
No, va bene qui, Padre.
Il tono della voce dell’uomo era basso, ma le parole erano ben scandite e non si faceva fatica a comprenderle.
E’ tanto che non si confessa?
Non mi ricordo Padre.
Non importa, mi dica, prego.
Ho ucciso un uomo.
Il prete rimase in silenzio, scosso. Si tolse il tricorno e lo appoggiò accanto al breviario.
Quando è successo?
Tre anni fa.
E viene ora a confessarsi?
Sì.
E’ stato in prigione?
No.
Lei deve andare dalla polizia.
Non ne ho intenzione, Padre.
Non è pentito? Perché è venuto a confessarsi? Nessuno la potrà perdonare, nemmeno il Signore, se non si pente. Deve prima costituirsi, chiedere perdono alla famiglia e confessare.
Per questo sono venuto da lei.
Da me?
Lei è la sua famiglia.
Scusi, non capisco.
Suo fratello.
Mio fratello?
Io ho ucciso suo fratello, tre anni fa.
Mio fratello è morto nell’incendio della sua casa. E’ stato un incidente.
Non è stato un incidente.
Cosa?
C’è stata una fuga di gas e la casa di suo fratello è andata a fuoco quella notte, mentre dormiva. Ma non è stata accidentale: è stata provocata, di proposito.
Da lei?
Sì.
I pompieri avevano escluso anche il suicidio.
Lo escludo anch’io.
Ma, come ha fatto?
E’ il mio lavoro.
Lavoro?
E’ quello che faccio.
Perché è venuto se non è pentito, perché è venuto a dirmi che ha ucciso mio fratello?
Volevo solo che lei sapesse.
Perché ora e non prima?
Non era il momento giusto.
Il giovane prete chiuse lo sportello, si coprì il volto con le mani e iniziò a piangere.
L’uomo si alzò dal confessionale, indossò il cappello e uscì nel piazzale. Aveva ricominciato a piovere e l’aria era ancora più fredda. Si alzò il bavero e camminò nel viale a fianco alla chiesa fino a raggiungere l’ingresso dell’oratorio. Attraversò un piccolo cortile, raggiunse una porta, non fece fatica a entrare, era aperta e non c’era nessuno.
Dopo dieci minuti il prete entrò nella casa e si ritrovò l’uomo seduto di fronte a lui, sul divano nel salotto.
Cosa ci fa lei qui?
L’uomo lo guardò con un sorriso.
Ho cambiato idea Padre. Mi sono pentito.
Prese con calma la pistola dal giubbotto, la puntò verso il prete e fece fuoco.
domenica 9 marzo 2008
Un racconto sul fuoco
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