giovedì 29 maggio 2008

Lady Vendetta

Lo sentiva ancora l’odore. Lo sentiva su di sé, come se fosse diventato il suo. Per quanto si lavasse, si strofinasse con forza sotto la doccia, l’odore non se ne andava. Al mattino annusava disgustata le lenzuola. Le lavava ogni giorno, ma non c’era nulla da fare.
Quello che non riusciva ad accettare era sentirlo addosso agli altri, anche a chi voleva bene. La faceva star male.
Aveva lasciato Claudio proprio per questo. Non riusciva più a fare l’amore con lui, non riusciva neanche a stargli vicino. Non che non fosse stato premuroso, o non fosse stato paziente, aveva capito che ci voleva tempo. Per lei però il tempo non aveva più significato. Ogni giorno era uguale all’altro. Non usciva più da casa. Aveva lasciato il lavoro. Non frequentava più nessuno da mesi. Si limitava a fare la spesa una volta la settimana.
Fu proprio un pomeriggio al supermercato che capì cosa doveva fare per ricominciare a vivere.
Era in fila alla cassa, cercando di sentire il profumo di lacca sui capelli bianchi della signora davanti. Non ci riusciva. L’odore che la perseguitava era ancora più intenso e non capiva perché. Ad un certo punto il signore all’inizio della fila, dopo aver riempito i sacchetti della spesa, si voltò per pagare. Appena lo vide il cuore si tuffò nello stomaco. Era lui. Uscì dalla fila con il carrello e lo abbandonò in una corsia. Non poteva perderlo. Lo vide salire su una Toyota Corolla verde. Corse alla macchina e mise in moto. Riuscì a raggiungerlo al primo semaforo. La Toyota svoltò sulla provinciale e dopo pochi minuti si ritrovarono in mezzo ai campi. Cercava di mantenere una certa distanza, ma era inutile, lui non poteva certo sospettare di essere seguito. Al primo paese girò a sinistra e dopo una rotonda parcheggiò davanti al cancello di una villetta.
Lei proseguì fino alla fine della strada, poi fece inversione e si appostò a cinquanta metri dalla Corolla.
Era decisa ad aspettare fino a che non fosse uscito nuovamente, fosse anche per tutta la notte o per tutto il giorno successivo. Dopo sei ore, alle undici e un quarto di sera, vide la luce del cancello accendersi e l’uomo salire in auto. Accese il motore. Fece anche lei la rotonda e si ritrovarono sulla provinciale. Non c’era in giro nessuno. Non ci mise molto a raggiungerlo. Accelererò sempre di più fino a tamponarlo. La Toyota fece un giro su se stessa e finì di traverso in mezzo alla strada.
Aprì la portiera e camminò verso l’auto. L’uomo era riverso sul volante, il sangue colava dalla fronte. Respirava ancora, ma non sembrava cosciente. Risalì in macchina, con il vapore che usciva dal cofano. Fece marcia indietro per un centinaio di metri. Poi accelerò e questa volta lo centrò proprio nella portiera. L’airbag le scoppiò in faccia e si ritrovò in mezzo ai campi.
Scese dall’auto, una gamba dolorante e il viso pieno di escoriazioni. Zoppicando si avvicinò a pochi metri da quello che oramai era solo un ammasso di rottami. Intravide il corpo schiacciato tra le lamiere. Era morto, ora ne era certa.
Sorrise e alzò lo sguardo verso il cielo stellato. Si mise a respirare il dolce profumo di una sera d’estate. La prima sera d’estate della sua nuova vita.

mercoledì 14 maggio 2008

i suoi occhi


portare alle estreme conseguenze le proprie decisioni può dare origine a delle situazioni interessanti, o per lo meno insolite. esempi, quanto mai diffusi, abbondano nelle vicende quotidiane, ma solitamente senza dare prova di originalità. facilmente l'animo umano si lascia trasportare dall'emulazione o dall'abitudine a commettere le più stupide azioni senza che queste incontrino, non dico il tribunale della ragione, ma almeno quello della coscienza. indignarci, ribellarci, denunciare la deriva dei tempi, o semplicemente proseguire per le nostre strade senza ricordi, è insito nello scorrere delle nostre esistenze. proseguiamo diretti senza inciampare, senza sorprenderci, o forse ci manca solo la coerenza, o meglio il cinismo, di ammirare immobili, dimentichi dell'accaduto, le connessioni, i rapporti di causa ed effetto, in particolar modo quell elementari ed evidenti.

era lungo tempo che la osservavo, forse si era accorta della mia presenza, ma non avrei potuto contare ancora per molto tempo sulla confusione della serata per mascherare la mia indiscrezione. i suoi occhi, sinceri, persi, più scuri del vuoto circostante, scrutavano senza sapere, aspettavano un orizzonte su cui posare desideri e progetti. come in una stanza buia l'incedere è accompagnato dal riverbero della luce che penetra dall'ingresso ma presto svanisce, così l'attesa degli eventi copriva il fluire degli istanti, la cui origine lei non poteva ancora supporre.

seguiva i primi balli, i giochi delle coppie che casualmente si formavano e, ad un cenno, si scioglievano rincorrendo gli auspici della serata, ora in attesa della nuova musica, ora in attesa di nuova compagnia. lei pensando a verità nascoste si ingannava doppiamente, troppo spesso la realtà è aliena a comprendere i sogni di chi non sa scegliere le proprie mete. il ritmo calava, più intimi i movimenti che prendevano il posto delle danze. ora riuscivo solo a intravvedere i suoi mutamenti, coperti dalle coppie che, passando lente, permettevano solo dei rari fotogrammi, l'espressione del viso, il corpo reclinato, appoggiato alla parete. forse in quell'istante ci siamo incontrati.

un fermo immagine, un passo indietro, un movimento rapido, avrei aggirato la folla, approfittando dei pochi secondi in cui sarei stato nascosto, lei avrebbe aspettato immobile, in attesa dell'immagine succesiva tra le gambe dei ballerini, l'avrei raggiunta e, senza bisogno di parlare, un solo gesto ed avremmo lasciato la stanza, un solo gesto e lei avrebbe avuto tutte le risposte, ma ora lei guardava una parete vuota, mentre io mi allontanavo cercando di perdere questi ricordi.

martedì 13 maggio 2008

Straniamento: ADAGIO SOSTENUTO

Non ho cronometrato, ma posso dire per esperienza che sono in grado di raggiungere la palazzina 20B, a partire dall’ufficio 518L del fabbricato 31C, in 7 minuti scarsi, a due condizioni: primo che mi trovi in fase armonica con l’ascensore, secondo che i colleghi incontrati nel tragitto abbiano un umore disarmonico con il mondo e lascino stare anche me.
Raggomitolo i fili dell’auricolare, pur riconoscendo l’inutilità del gesto e mi ripeto il ritornello che ancora una volta mi ha cantato il Dott. Sharp al telefono con il suo tono direttivo.
Ho promesso di recarmi nel più breve tempo possibile nel suo ufficio, invece sono qui a distrarmi e ad osservare come sia possibile che io mi ritrovi ad ogni squillo a cercare il bandolo, da infilare nell’orecchio, di quella che diventerà una intricata matassa di cavi. Mi stupisco di quanto appaiano innocui gli stessi auricolari adesso che sono ordinatamente avvolti attorno al cellulare.
Un rintocco, due rintocchi, l’agenda elettronica ricorda che devo prepararmi alla battuta di inizio, tra poco sarà il momento del mio attacco.
Salvo, stampo, sposto la tastiera di lato con un gesto rotondo di una mano e con l’altra spingo l’ultimo report firmato per allinearlo al bordo del tavolo. Riunisco le braccia portandole verso l’alto e afferro pagine pari e dispari a ritmo del cigolio ostinato della stampante, veloce ricompongo la sequenza corretta con abilità nelle dita.
Do un’ultima occhiata furtiva e colpevole all’icona di Messenger che oggi non ha abbellito il mio tempo né con trilli né con tremoli e anche adesso che ho bisogno di una voce amica fuori dal coro, si ostina ad avere il colore del silenzio.
Mi alzo, premendo sui braccioli della sedia quasi a sollevarmi dal suolo. Appoggio adagio i piedi, in punta, facendoli scivolare fino alla fine dell’ombra del cestino disegnata dalla luce che passa attraverso il vetro dall’unica finestra mai aperta.
Mi fermo distratta e osservo: sono da qualche minuto immobile in mezzo ad una stanza, ordinatamente allineata ad una riga d’ombra. Certo l’ordine non è una scusa all’inattività anche se, in questi luoghi, rende l’atto in se meno sospetto. Probabilmente dovrei trovare una diversa collocazione per poter rubare al profitto altri attimi di distrazione.
Devo ammettere purtroppo che in questa azienda una riga disegnata dal sole non gode della stessa dignità e autorevolezza di altre righe, al fianco delle quali ci si può permettere di oziare indisturbati e, a discrezione del lavoratore, anche con un pizzico di lecito orgoglio. Sarebbe sicuramente più facile se fossi allineata a righe di primo ordine come quelle quelle disegnate negli spogliatoi che separano chi è vestito secondo procedura dagli altri, vestiti e basta; o meglio ancora dovrei sostare vicino alle righe di sassi tondi e bianchi, rubati chissà in quale favola, che proteggono i fumatori dai quadrifogli geneticamente modificati.
Non è un concetto facile da capire per i non addetti ai lavori ma posso dire che se fossi un musicista sarebbe come se su uno spartito crome e semicrome venissero scritte a cavallo di una piega accidentale della carta, anziché delle righe del pentagramma. Sorrido e penso che qualcuno più creativo potrebbe suonandole, osare…
Guardo l’ora e decido che non ho il tempo sufficiente per verificare se, anche nel mio caso, la tracotante posizione assunta possa migliorare le mie prospettive professionali.
Adagio ma con un movimenti sostenuti riprendo il ritmo tornando alla postazione di lavoro.
La mano sinistra ravviva la piega dei capelli e la destra cerca alla cieca la giacca sulla spalliera della sedia.
Il telefono è già misteriosamente scivolato nella tasca, lo sento solo dal peso sbilanciato dell’indumento, ricompongo l’equilibrio riponendo nella tasca opposta il portachiavi a collare aziendale. Ho ufficialmente deciso di non metterlo più al collo da quando lo hanno sostituito con un tipo dotato di una apertura di sicurezza a norma di legge, pensata per ridurre il rischio di impiccagione e di improbabili incidenti.
Esorcizzo visioni macabre, della mia testa incastrata tra il collare e le porte del metrò in movimento, attaccandoci vari amuleti: chiavi, chiavette, badge, cercapersone, gadgets per obiettivi raggiunti, ma soprattutto per quelli non raggiunti (i miei preferiti!). E’ diventato un grappolo rumoroso, non facile da smarrire, la trasformazione complessa gli ha donato una nuova identità sonora. Ora il mio collare produce un accordo, forse un arpeggio, che mi accompagna nella danza quotidiana. Ci sono di gran lunga più affezionata che al codice alfa-numerico stampato sul camice.
Un ultimo sguardo al terminale dove vedo riflesso il profilo degli occhiali e non solo, scendo con lo sguardo lungo la linea del naso fino alla bocca, la mia. Non mi piace!. Decido cosi’ di modificare l’immagine delle labbra, chiudendole, evitando che incisivi indisciplinati vi si affaccino. L’ovale del viso è finalmente inscritto nel rettangolo dello schermo, concludo il ritratto riponendo simmetricamente con entrambe le mani i capelli ai lati di quelle orecchie.
Da dietro la porta arriva indiscutibile il segnale dell’ascensore al piano. Mi ricordo della scommessa fatta con il tempo e mi affretto.
Con la mano sinistra appoggiata all’angolo della scrivania mi spingo verso la maniglia, raggiunta prima dalla mano destra e poi dal corpo che compiendo mezzo giro su se stesso, grazie all’incrocio di un piede dietro l’altro, chiude automaticamente anche la porta dell’ufficio.
Come da programma mi trovo sulla traiettoria delle porte scorrevoli dell’ascensore, inquadrata in primo piano della fotocellula. Sorrido.
Segue uno scatto e uno scampanellio ed entro nel vano vuoto. Mi appoggio morbida alla parete sbilanciandomi indietro sui tacchi, i muscoli del polpaccio sono cosi’ tesi che dolgono di un sottile piacere. Pizzico il tasto zero e mi lascio trasportare dalla sorda melodia che, ben oliata, va calando fino al piano terra dove riprendo, allegra ma non troppo, la mia via.
Respiro e mi sento in perfetta armonia con lo spazio e con il tempo! Bene!
I miei tacchi rintoccano a ritmo sul marmo appena lucidato degli interni della palazzina 20B, fin davanti alla porta chiusa del dott. Sharp.
Qui mi concedo una serie di respiri sincopati per l’emozione, è l’ora della mia pausa, comincia l’assolo del protagonista.
Mi concentro abbassando entrambe le braccia lungo il corpo. Inspiro e mi siedo immobile di fronte al gesticolante dott. Sharp. Espiro e ascolto.
Sto recitando in silenzio.
Titolo: “La condivisione”. Atto primo: “L’assertività”.
Gli occhi, purtroppo proprio i miei, impreparati decidono di improvvisare, ne esce una scena che potrebbe essere intitolata: “La Perplessità”. Sottotitolo: “Ma dove cazzo sono finita?”.
Una voce fuori dalla stanza urla: “Buona la prima!”.
Una voce dentro di me risponde: “Dovremmo vederne almeno una seconda prima di giudicare se è buona”. Decido di tacere e penso: “ Non sarò certo io a spiegare al dott. Sharp che siamo solo chimici e ingegneri in una rumorosa multinazionale farmaceutica e non cantanti, ballerini, musicisti di un’orchestra in un teatro d’opera. Non confesserò a nessuno che siamo sordi e sgraziati attori di un’opera intitolata “Creatività e nuovi modelli aziendali” che il Dott. Sharp in persona ha deciso di mettere in scena per la fine di quest’anno.
Cosi’ rimango in silenzio, nella speranza che non mi metta a suonare i campanelli... forse è più probabile i citofoni, ma di un’altra azienda farmaceutica, alla ricerca di una parte in una altra commedia!

domenica 27 aprile 2008

andrea mantegna


scelti i ricordi
mi accingevo a disporre i colori
alibi del tempo
coprivo i contorni delle sinopie
per nascondere inceretezze e dubbi del soggetto
solo l'impronta dei volti sarebbe soppravvissuta alla messa a fresco
ogni pennellata mostrava quello che avavo già dimenticato
solo il falso poteva prendere corpo
la cruda materia impediva allo spirito dei miei pensieri di prendere vita
ogni figura svaniva per lasciare il passo alla maniera
solo la menzogna mi era concessa, solo questa sentivo mia
potevo donarle le mie immagini senza vederle modificate dalla retorica
del gesto
nitide e false così come concepite

presi servizio
non appena la verosimiglianza copiò la vita
dovevo ritrarre le voglie del regime
le immaginifiche bellezze della famiglia regnante
intonacai camera e volte
degli ardori degli dei olimpici
nessuno abbassava gli occhi alla vergogna della vita dei mortali
non un sorriso alle tele inneggianti agli amori ed alle vittorie
nemmeno se sguaiate e tronfie nella loro insensatezza

allora finii per essere l'immagine del reale
la triste copia della vita di ogni giorno
e misi in mostra le brutture del quotidiano
le spietate vesti di chi gestiva il potere
volti allungati senza dignità
solo ghigni di protervia e mediocrità
ma fu inutile
nessuno capì e non fui cacciato.

martedì 1 aprile 2008

fuga

il debole ritmo di un respiro scivolava assonnato tra le coltri mentre cercavo di lasciare indisturbato la stanza. discesi incerto le scale ancora nella notte, affidando alla memoria il computo dei gesti. superata la soglia trovai l'alba e il movimento fluido degli storni ad interrompere un cielo troppo sereno segno di antiche tempeste. ripetevo queste parole come eco dei miei pensieri, passo dopo passo, mentre il battito cardiaco accelerava, impietoso della mia mal celata sicurezza. allora annuivo convinto, indovinando il fondo dei giornali pomeridiani "... già lontano quando la trama del giorno svegliò i vicini di casa, sorpresi dai soccorritori e dai curiosi che andavano ammucchiandosi davanti all'ingresso, in un brusio di voci agitato dall'impertinenza di considerare sicura la sorte dei rei". così pensavo, o cercavo di convincermi, mentre vedevo scorrere le vetrine del centro ora che il tram era partito carico dei lavoratori del mattino.

mercoledì 26 marzo 2008

Racconto sulla memoria

Si svegliò in una stanza sfuocata. Senza pensieri. Senza dolore. Un’infermiera entrò poco prima dell’alba. Controllò la fleboclisi di morfina. Lesse la frequenza cardiaca e misurò la temperatura. Annotò tutto in una scheda che ripose ai piedi del letto.
Aveva due gambe in trazione, un braccio ingessato, varie costole rotte, un polmone collassato. Il trauma cranico aveva provocato una perdita di coscienza.
Dopo sei lunghe operazioni la prognosi fu sciolta.


Dottore, mi scusi, come sta mio fratello?

Signorina De Santis, non si preoccupi. Suo fratello è stabile. Non è più in pericolo di vita.

Vi ringrazio per tutto quello che avete fatto.

Stia tranquilla. Siamo molto contenti per la prognosi. La spina dorsale non ha subito danni permanenti. Dovrà affrontare una lunga fisioterapia. Non abbiamo elementi ora, ma è possibile che suo fratello ritorni a camminare come prima. E’ stato molto fortunato.

Sì, certo, è stato un miracolo dottore. Però, mi scusi, quando prima gli ero accanto, riusciva a dire qualche parola, a bassa voce, ma io lo sentivo, solo non riuscivo a capire il senso della frase. Pronunciava parole a caso senza nessun nesso apparente. Mi sono spaventata e ho pensato al trauma cranico.

Fortunatamente il trauma non è grave. Ha perso conoscenza per molte ore, ma la tac ha escluso danni al cervello. Ci vorrà un po’ di tempo perché recuperi le funzioni del linguaggio. La confabulazione e il disorientamento, sono caratteristiche di un’amnesia post traumatica.

Mi guardava come se non mi riconoscesse!

Deve avere pazienza. Ora non possiamo pronunciarci. Più velocemente questi sintomi spariranno, più è probabile un recupero completo delle funzioni. Non ci rimane altro che aspettare.

La ringrazio molto dottore.

Non si preoccupi signorina. Ha già parlato con la polizia?

Sì, stamattina.

Mi scusi la curiosità, ma… non si sa nulla dell’incidente?

Hanno trovato l’appartamento sottosopra. La serratura della porta è stata scassinata. La caduta è stata frenata dai rami. Il tetto dell’auto ha attutito il colpo. Non avrebbe potuto salvarsi altrimenti.

Qualcuno è entrato in casa?

Pensano a un furto. I ladri hanno scassinato la porta credendo di entrare in una casa vuota. Giovanni probabilmente è stato svegliato dai rumori. Ci deve essere stata una colluttazione e… insomma non si sa come ma è caduto dal balcone. Purtroppo non ci sono testimoni. Era domenica mattina, molto presto. I ladri sono scappati indisturbati. I vicini non si sono accorti di nulla e non c’è la portinaia nel fine settimana.

Mi dispiace molto, signorina Monica.

Sì, grazie, lei è molto gentile. E’ stato terribile, ma siamo contenti che sia vivo.


Era ancora buio. Mi alzai e feci subito una doccia. Poi presi il rasoio e iniziai a radermi. Avvicinandomi allo specchio mi fermai a guardare una vena che partiva dall’angolo dell’occhio e si disperdeva nell’iride. Spensi e riaccesi la luce, mi concentrai sulla contrazione della pupilla. Lo feci più volte. Sembrava avere una vita propria.
Mi vestii e presi la borsa dall’armadio. La riempii con un grosso cacciavite, un sacco della spazzatura, la macchina fotografica digitale, il portatile e il candelabro in oro. Non avevo altro di valore in casa.
Uscii e non incontrai nessuno nel palazzo. Presi l’auto e mi diressi verso la periferia. Mi fermai a un cassonetto e ci buttai il portafoglio avendo cura di togliere i soldi. Poi mi avvicinai alla riva del naviglio. Mi guardai in giro: la strada era deserta. Svuotai la borsa nel sacco dell’immondizia, lo annodai bene e lo buttai in acqua. Affondò in un attimo. Con l’accendino bruciai le banconote. Le monetine le lasciai per terra, in mezzo alle erbacce.
Tornai mentre il sole stava per sorgere. Per entrare in casa scassinai la porta. Non mi ci volle molto. Mi ero allenato con una serratura simile. Il borsone lo rimisi nell’armadio. Poi iniziai a frugare in giro per la casa, facendo più confusione che potevo. Quando fui soddisfatto mi rimisi il pigiama. Andai in salotto con un cuscino e spaccai il vetro della porta finestra. Pulii bene il cuscino dalle schegge e lo risistemai sul letto nella camera degli ospiti. L’aria del mattino era molto fredda. Rimasi seduto in silenzio sulla poltrona fissando il televisore spento. Non so per quanto tempo. Poi d’improvviso mi alzai, calpestai i frammenti di vetro con i piedi nudi e mi buttai dal balcone.


Non sapeva bene che ore erano, non aveva dormito neanche un minuto. Poteva muovere solo il braccio sinistro. Ruotare il collo rigidamente di pochi gradi. Non si sentiva le gambe e l’altro braccio, ma non era preoccupato.
Per giorni non aveva capito dove si trovava. Poi non aveva capito perché era in ospedale. Aveva avuto un incidente d’auto?
Stanotte tutto era tornato alla mente, prima dei piccoli particolari sparsi: le schegge di vetro che si conficcavano nella pianta del piede, le banconote che bruciavano. Poi immagini collocate in un tempo disordinato e confuso. Il naviglio, l’appartamento in disordine. La sua immagine riflessa nello schermo del televisore.
Con molta fatica in quelle ultime ore era riuscito a ricostruire tutto. Aveva capito cosa doveva fare.
Ruotò lentamente la testa e guardò la flebo poco sopra, sulla sinistra. Dopo dodici secondi una goccia cadde nella piccola camera da dove partiva il tubo che gli entrava in vena. Allungò il braccio fino a arrivare al regolatore di flusso e lo ruotò al massimo. Le gocce iniziarono a scendere una dietro l’altra. Riportò il collo nella posizione originaria, poi distese il braccio sul bordo del letto e chiuse gli occhi.

sabato 15 marzo 2008

è passato del tempo


e molti ponti sono crollati

così che non si può tornare indietro.

lo vedi quel cuore coperto di foglie in mezzo al bosco?

non è mio, prendilo pure e incamminati

solo i deboli aspettano, così dicono,

ma a me piace voltarmi nella luce del tramonto

guardando i palazzi che prendono forma

perchè ci riconosco sensazioni infantili

varchi che si aprono nello stomaco

déjà vu di vite passate e premonizione di anni a venire.

Tutto questo congiunge la vita alla morte,

la contrazione dell'eternità in un istante

domenica 9 marzo 2008

Un racconto sul fuoco


Parcheggiò la macchina nel piazzale vuoto di fronte alla chiesa. Aveva piovuto tutta la notte, le strade erano ancora bagnate e il fiato si condensava nell’aria umida e gelida del mattino. Entrò dal portone centrale, si tolse i guanti e li infilò nella tasca destra del giubbotto, poi si levò il cappello di lana e lo mise nella tasca sinistra. La temperatura interna non era molto differente da quella esterna. La chiesa era vuota, debolmente illuminata, si avvicinò a una candela e stese la mano sopra la fiamma. Sentiva il calore al centro del palmo. Rimase immobile qualche secondo poi lentamente l’avvicinò al fuoco fino a che il dolore non fu insopportabile. Chiuse la mano a pugno e spense la candela, poi indossò i guanti, cercò delle monete nella tasca sinistra dei pantaloni e le infilò nella cassetta delle offerte.
Si sedette su una panca nella navata laterale, prese il foglio della messa, lesse la lettera di San Giovanni agli Apostoli e poi lo accartocciò, buttandolo sotto la panca. Dopo un quarto d’ora un prete si avvicinò al confessionale, entrò, chiuse la tenda e accese la luce.
L’uomo s’inginocchiò nella parte riservata al penitente. Il prete, finite le sue orazioni, aprì lo sportello fra le due grate. Poteva vedere il contorno della figura del sacerdote, gli occhi che luccicavano nella penombra del confessionale.
Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
Amen.
Vuole sedersi di fronte a me, all’esterno?
No, va bene qui, Padre.
Il tono della voce dell’uomo era basso, ma le parole erano ben scandite e non si faceva fatica a comprenderle.
E’ tanto che non si confessa?
Non mi ricordo Padre.
Non importa, mi dica, prego.
Ho ucciso un uomo.
Il prete rimase in silenzio, scosso. Si tolse il tricorno e lo appoggiò accanto al breviario.
Quando è successo?
Tre anni fa.
E viene ora a confessarsi?
Sì.
E’ stato in prigione?
No.
Lei deve andare dalla polizia.
Non ne ho intenzione, Padre.
Non è pentito? Perché è venuto a confessarsi? Nessuno la potrà perdonare, nemmeno il Signore, se non si pente. Deve prima costituirsi, chiedere perdono alla famiglia e confessare.
Per questo sono venuto da lei.
Da me?
Lei è la sua famiglia.
Scusi, non capisco.
Suo fratello.
Mio fratello?
Io ho ucciso suo fratello, tre anni fa.
Mio fratello è morto nell’incendio della sua casa. E’ stato un incidente.
Non è stato un incidente.
Cosa?
C’è stata una fuga di gas e la casa di suo fratello è andata a fuoco quella notte, mentre dormiva. Ma non è stata accidentale: è stata provocata, di proposito.
Da lei?
Sì.
I pompieri avevano escluso anche il suicidio.
Lo escludo anch’io.
Ma, come ha fatto?
E’ il mio lavoro.
Lavoro?
E’ quello che faccio.
Perché è venuto se non è pentito, perché è venuto a dirmi che ha ucciso mio fratello?
Volevo solo che lei sapesse.
Perché ora e non prima?
Non era il momento giusto.
Il giovane prete chiuse lo sportello, si coprì il volto con le mani e iniziò a piangere.
L’uomo si alzò dal confessionale, indossò il cappello e uscì nel piazzale. Aveva ricominciato a piovere e l’aria era ancora più fredda. Si alzò il bavero e camminò nel viale a fianco alla chiesa fino a raggiungere l’ingresso dell’oratorio. Attraversò un piccolo cortile, raggiunse una porta, non fece fatica a entrare, era aperta e non c’era nessuno.
Dopo dieci minuti il prete entrò nella casa e si ritrovò l’uomo seduto di fronte a lui, sul divano nel salotto.
Cosa ci fa lei qui?
L’uomo lo guardò con un sorriso.
Ho cambiato idea Padre. Mi sono pentito.
Prese con calma la pistola dal giubbotto, la puntò verso il prete e fece fuoco.


giovedì 6 marzo 2008

senza titolo


grattavo le pareti con le unghie senza fare rumore; la finestra aperta e la luce di settembre così dolce, così cruda.
e io solo pelle, un guscio senza muscoli ossa nervi sangue
immerso nello spazio vuoto che mozza il fiato

volevo solo uscirne e scappare ma rimanevo immobile, appoggiato al divano, aspettando la pioggia per lavare via tutto,

tutto quanto non c'è più, non c'è mai stato



domenica 2 marzo 2008

occasioni


sui pendii scoperti dal sole del mattino

il vento compone i contorni della neve di una sera
una polvere bianca si solleva in piccole volute
sembra rotolare veloce mentre la luce rifrange
colori nascosti

una linea curva traccia di un passaggio
segna un limite tra due mondi
una frattura fra due possibilità ed un medesimo esito
risale i dossi prima scomparendo fino ad un ipotetico valico
mostra una scelta una decisione non ancora presa

verso sera quando la luce scompare
dopo il tramonto del sole
in queste ore che aprono alla riflessione
che ricordano ciò che non è stato fatto
e ciò che non sarà

il gioco del vento si fa più chiaro
ti accorgi che i particolari del paesaggio
si confondono
mentre la linea svanisce
ben prima dell'oscurità

sabato 1 marzo 2008

appuntamento

Le vedo le molte insegne su quel lato della strada.
Attraverso di corsa. Poche manciate di minuti per comprare un accessorio che quella sera avrebbe fatto la differenza. Ma cosa? mi chiedo, sara' l'istinto a dirlo, mi rispondo. colorirumorioggettipersonedeciselescansolastradailmarciapiedefinisceiltempogiàdamolto
fermati
mi guardo in una vetrina ormai buia, nessuna differenza da sempre
prendo dal fodero la pistola che mi protegge dal resto del mondo
INVIO
con calma una sigaretta verso casa

lunedì 25 febbraio 2008

edward estlin cummings (2)


là dove non sono mai stato, piacevolmente oltre

ogni esperienza, i tuoi occhi hanno il loro silenzio:

nel tuo gesto più delicato ci sono cose che m'imprigionano,

o che non posso toccare perché mi sono troppo vicine


il tuo sguardo più insignificante facilmente mi schiude

sebbene io mi sia chiuso come le dita di una mano,

tu mi apri sempre facilmente petalo per petalo come la Primavera apre

(sfiorando abilmente, misteriosamente) la sua prima rosa


o se il tuo desiderio sia chiudermi, io e

la mia vita ci chiuderemo di scatto meravigliosamente, improvvisamente,

come quando il cuore di questo fiore s'immagina

la neve scendere con cautela ovunque;

niente di tutto ciò che sperimenteremo in questo mondo è pari

alla forza della tua intensa delicatezza: la cui trama

mi costringe nel colore delle sue terre,

rendendo omaggio alla morte e al per sempre ad ogni fiato


(non so cosa sia di te che chiude

e apre; solo qualcosa mi dice

che la voce dei tuoi occhi è più profonda di tutte le rose)

nessuno, nemmeno la pioggia, ha mani tanto piccole

domenica 24 febbraio 2008

Racconto d'autunno


Sono nato il giorno dei morti. Da piccolo non capivo perché ogni anno mia madre mi portasse al Monumentale. Gli altri bambini lo festeggiavano in modo diverso, ne ero sicuro. Lei puliva la tomba dei nonni, cambiava i fiori e intanto mi raccontava del pomeriggio in cui mi diede alla luce. Non te lo puoi ricordare Tato, iniziava sempre, ma quel giorno faceva molto freddo. Il papà faticò non poco per accompagnarci in ospedale. Tutta la città era immersa nella nebbia, ad ogni incrocio bisognava fermarsi perché non si vedeva la luce del semaforo. Bisognava stare attenti! Tu eri nella mia pancia e volevi uscire…

Ora immagino mio padre bestemmiare al volante della Seicento, mentre mia madre soffia e grida ad ogni contrazione. Nella storia di mia madre questo però non c’era.


Trentadue anni dopo mi alzo e non ho intenzione di andare in ufficio. Tanto meno al cimitero. Mi concedo un giorno di ferie. Non voglio lavorare il giorno del mio compleanno.
Guardo nel frigorifero: latte scaduto e sciroppo d’acero, neanche un uovo. Decido di andare a fare colazione in centro.

Esco e mi accorgo che fa più caldo di quanto pensassi. Mi metto la giacca sul braccio e cammino fino alla fermata del bus.

L'autobus è vuoto, sono le dieci passate e tutti sono già al lavoro, chini sulle scrivanie. Un vecchietto è seduto davanti, vicino all'uscita. Si toglie il cappello per asciugarsi la testa sudata con il fazzoletto, indossa un completo di lana, non capisco come faccia a resistere con questo caldo. C’è anche una ragazza seduta poco distante da me, legge un libro, ogni tanto alza la testa per controllare dov’è. Le vedo il seno spuntare dalla camicia sbottonata. Adoro questa stagione: spariscono giacche, sciarpe, cappelli e compaiono gonne corte, canottiere, magliette aderenti.

Scendo nella zona pedonale e cerco un bar con i tavolini all'aperto. Ordino una spremuta d'arancia e una fetta di torta di mele. Il caffé non lo fanno bene qui.

Vedo un giornale abbandonato sul tavolino a fianco. Lo prendo, leggo distrattamente la prima pagina, ma poi lo rimetto dov’era. Non mi interessa quello che è successo o potrà succedere. Mi rilasso sulla sedia e guardo le foglie appena nate che già colorano gli alberi del viale. Un passero becchetta una merda di cane sotto un’aiuola. Come deve essere più facile la vita per lui. Ora che le giornate si stanno allungando, l'aria si riempirà di insetti e troverà cibo a volontà.

Finita la colazione mi viene un’idea. Inizio a camminare verso la spiaggia, me la prendo comoda passando dal parco. Voglio vedere i primi fiori sul prato, sentirne il profumo nell’aria. Niente strade trafficate oggi. Avrei voglia di tuffarmi in mare, accarezzo l'idea per tutto il percorso, ma poi penso all’acqua fredda. E' troppo presto per fare il bagno. Mi sdraierò a guardare i gabbiani risalire le correnti. Spero di addormentarmi al suono delle onde. Non ho voglia di fare nulla. Non so cosa fare tutto il giorno. Che importa?


Ho sempre odiato i compleanni in giornate piovose, fredde e grigie. Oggi invece c’è il sole, fa caldo, tutto è colorato. Una sensazione di infinita libertà mi assale. Erano anni che non mi sentivo così tranquillo.
Non so perché mi sono trasferito in Nuova Zelanda. E’ stata una scommessa con me stesso. Non sapevo cosa mi aspettava, ma volevo andarmene, il più lontano possibile.

Oggi ne sono certo: ho scelto il posto giusto.

martedì 12 febbraio 2008

sacco (IV) - burri


è successo ancora, da non credere, erano settimane che me lo ripetevo è stato lui a presentarmela, è stato lui ad organizzare i primi incontri... ma solo per non essere troppo esplicito per avere una scusa, un alibi perché lei non rifiutasse... bravo, e ora vuoi approfittarne tu, non meriti neanche che ti risponda, quasi mi sembri un'altra persona... chissà lei come si diverte a vederci giocare, forse ha già deciso chi di noi due è
fernando e chi guglielmo... per ora lo assecondo. oggi in collina, ha proposto lui, pensando lei è ungherese, vino, campagna, ricordi della terra natia, tanto per coglierla di sorpresa quando rilassata pensa ad altro... e via su per le strade sempre più piccole abbarbicate, lei sul sedile davanti, lui su quello dietro a ciarlare intrecciando storie per vedere come lei si muove, come ammicca al gioco. io attento, ora destra ora a sinistra, senza fretta raggiungo il bosco dei castagni, dovrebbe essere il giorno della sagra, ma al mattino in paese sono rimasti in pochi, si sa prima della festa occorre prendere il cinghiale. scendiamo senza una meta evitando di finire nella rete dei cacciatori, saliamo sul limitare dei campi, ormai senza fiori, ma ancora di un verde intenso quasi cupo, sfiorando i tronchi degli alberi, il sentiero appena nascosto dalle foglie... mi lascio trasportare dai sapori di immagini lontane, cullate dai suoni insoliti dell'accento straniero di lei. lui ci fotografa sotto un olmo isolato in mezzo al prato... la guardo, forse è la prima volta così da vicino, mettendoci in posa le ho sfiorato una mano cercando un segno dal suo volto, ma non ho avuto risposta. è difficile fare un passo dietro le quinte del reale, capire i legami, i rimandi che formano il nostro mondo senza aggrovigliare le fibre del vivere quotidiano. ora in silenzio, è già ottobre avanzato di molti anni dopo, guardo con malinconia l'immagine di quel giorno e noto, forse per la prima volta, le prime foglie gialle staccarsi in volo.



sabato 9 febbraio 2008

la bottiglia di klein


siamo nati dopo la tempesta

e ora che tutto è brughiera

attendiamo l'arrivo dei demoni


guardiamo nelle finestre

la vita delle persone

siamo solo angeli caduti

senza sesso senza cuore
riflessi di luce nel vetro

ora viviamo la nostra seconda vita
sentiamo tuoni lontani, il cielo è già scuro
arrivano arrivano presto saranno qui

domenica 3 febbraio 2008

ad marginem - klee


camminai per strade umide di pioggia
in attesa che il ritmo lento di un respiro scandisse la mia vita

mercoledì 30 gennaio 2008

Non temo fato

Non c’è nient’altro da fare. Vivo una vita rarefatta. Una sequenza d’immagini disconnesse. Fabio ha ragione. Basta guardarsi la punta dei piedi! Siamo qui. Non c’è nulla da fare. Lasciamoci trascinare dalla corrente. Ho smesso di preoccuparmi del passato. Non guardo più avanti di domani. Questo è il mio unico modo di sopravvivere. Non me ne rendo conto. Tutto sta qui, nell’inconsapevolezza.

Preparo un cuba mentre aspetto che Fabio passi a prendermi. Venerdì sera. Che si fa? Che si fa? Guardo dalla finestra della cucina e mi fumo una sigaretta. Ho messo troppo rhum e poca coca. Apro il frigorifero e prendo la coca. Ho finito la mia scorta di gigetto. Spero Fabio ne abbia un po’. Sono troppo nervoso. Sono troppo me stesso. Butto giù il cuba il più velocemente possibile, il tempo di finire la sigaretta.

Non riesco a leggere un libro da settimane. Qualsiasi racconto, lungo o breve. Preferisco le poesie. Non sopporto i poemi. Mi servono poche frasi. Frasi in cui mi riconosco. Ero così vicino a te che ho freddo vicino agli altri. Cerco disperatamente poesie. Non mi fanno sentire solo. Ti sono amico Paul, ti sono amico Edward, come mai mi capisci sempre Eugenio?

Entriamo e il Triangolo di Cielo è ancora vuoto. E’ presto. Non sono neanche le dieci. Una coppia sta seduta in un angolo. Andranno via tra poco.
Ci sediamo sui divanetti. Arriva Ivan. Si siede a fianco a noi. Ordino un cuba. Ivan è un bel ragazzo. Alcuni dicono sia gay, ci sono dei sospetti perché non conclude mai pur avendo tutte le possibilità. A me sta simpatico perché è tranquillo. Non siamo amici, non quanto lo è con Fabio. Non abbiamo nulla da dirci. Con chi ho qualcosa da dire? Sono tutti musicisti. Parlano di musica e di donne, se ci sono le donne parlano di musica.
Dopo mezz’ora il Triangolo è quasi pieno. Io ho già finito il mio cuba. Ne ordino un altro. Fabio mi fa un cenno e usciamo nel parcheggio. Saliamo in macchina. Tira fuori un sacchetto pieno di maria. Il profumo riempie l’abitacolo. Sono già eccitato. Tiro fuori le cartine e inizio a rollare. Fabio prepara il filtro. Doppia esse.
Lo tengo nei polmoni il più possibile. Siamo due tossici veri. Un tiro per uno, divisione dei beni. Odiamo tutti e due chi fuma in compagnia e si tiene la canna per ore. Si fa più di tre tiri. Va bene, magari la maria è la sua ma allora perché non se la fuma a casa? Oramai che sei qui con noi e offri: dividi equamente.
Mi sento le gambe e le braccia rilassate. Bisogna andare. Rimango alcuni secondi bloccato.

Sono arrivate Paola e le sue amiche. Non le conosco tutte. C’è Silvia, sua sorella maggiore. Piace a Fabio. E’ assieme ad un francese, uno di Lione, ma se la fa il Cuffi. Conosco Roberta, è al terzo anno di matematica. So che fa la tesi in teoria dei gruppi, o almeno così mi ha detto Fabio. E’ bionda tinta, sembra un’oca, ma non lo deve essere. Forse ci fa. Di fianco a lei però c’è Giulia. So solo il suo nome, che suona il violoncello, ha i capelli neri, lunghi fino a metà schiena. Fuma una sigaretta dietro l’altra e sembra non importargli niente di nessuno.
Sono lì seduto sul divano. Sorseggio un altro cuba. Fabio l’ho perso appena rientrati. Si starà avvicinando a Silvia. Peccato che si vede che ha fumato. Si comporta da coglione. Ha gli occhi a palla e si mangia le parole. Non so perché si deve sempre spaccare. Per lui fumare è andare fuori di testa. Io la uso solo come calmante. Sono lucido, anche se i pensieri si rincorrono nella mia mente e non so cosa uscirà appena aprirò bocca.
Guardo Giulia ostinatamente, mai una volta che guardi verso di me. Non c’è pericolo che i nostri occhi s’incrocino. Devo fare qualcosa. Ha il gomito appoggiato sul fianco. La sigaretta si sta consumando mentre parla con non so chi. Ad un tratto capisco che devo agire. Mi alzo e mi siedo tra lei e Roberta. Non so come ma escono parole sensate. Le chiedo della tesina che sta scrivendo. Chi è il relatore? Ma dai Serbenti non è male, però la segue l’assistente, la Califano. E’ stata la mia esercitatrice al corso di geometria. Si vestiva da fare schifo. Le racconto che ai tempi pensavamo che la mattina si ricoprisse di colla, buttasse dei vestiti sul letto e poi ci si rotolasse. Solo così poteva combinarsi in quel modo.
Uso Roberta come medium. Parlo con lei affinché mi senta Giulia. Fa finta di non ascoltare, ma so che sente. Non sta parlando con nessuno e le siamo troppo vicini.
Dopo qualche minuto Roberta si alza. Dovrei alzarmi anch’io perché non c’è più motivo apparente per rimanere seduto lì. Non ci riesco. Non riesco a dire nulla. Non posso rimanere in silenzio in eterno. Che cazzo ho bevuto a fare tre cuba, perché ho fumato in quella macchina nel parcheggio?
Mi giro di scatto.
- Il tuo compleanno è sabato prossimo? Il cinque come Fabio?
- Sì.
Risposta corretta. Non puoi dire qualcos’altro? Ho bisogno di un feedback. Non mettermi in testa l’idea che non ti interesso.
- Potreste organizzare la festa insieme?
- Non mi piace festeggiare il compleanno.
Cristo santo anche a me non piace.
- Be’ dai sarebbe carino. Fabio ha una casa enorme, verrebbe fuori una bella festa.
- Non so, ci penserò.
Prende una sigaretta dalla borsa e l'accende.
I fear no fate(for you are my fate, my sweet).
- Dovresti farla. Fabio sarà contento. Non è tipo che si fa problemi.
- Ok, non so, si potrebbe anche fare.
Una conversazione veramente scarsa. Potrebbe essere la sua serata no, o almeno ci spero. Ma si apre un’opportunità. Almeno so che la rivedrò tra breve. Ritorno al mio posto e chiacchierò un po’ con Beppe. Mi parla della sua nuova chitarra elettrica. Potrei parlare di chitarre per ore adesso, potrei parlare di qualsiasi cosa: scaldabagni, ateismo, origami, dell’inversione del campo magnetico terreste. Non m’importa. Voglio solo parlare e basta.
Dopo un po’ Paola e le amiche se ne vanno. Vedo Giulia uscire. Non ci salutiamo neanche. Forse sabato prossimo la rivedrò.

Il silenzio quieterà la tempesta darà saggezza al fogliame profondo.
Oramai la serata è finita. Non mi resta altro che aspettare. Non ho scelta. Ma lei mi piace. Non si può spiegare. C’erano un sacco di ragazze carine stasera. Solo lei mi interessava. Perché è strana. Particolare. E’ questo che mi colpisce sempre, non l’aspetto fisico. Potrebbe essere bella o brutta. Ora non so giudicare. Però intravedo un mondo. Qualcosa di non banale. E questo mi fa impazzire. Questo la rende desiderabile ai miei occhi.

Torniamo e Fabio guida da schifo. Frena e accelera di colpo. Prende le curve alla cazzo. Ho la nausea. Ad un semaforo farfuglia che gli piace Silvia. Questo lo sapevo già. Mi racconta che le manda dei messaggi e ogni tanto lei risponde, ma mai riceve un messaggio di sua iniziativa. Non lo ha mai chiamato. La nausea non mi passa. Lui lo sa che non è un buon segno. Cristo santo lo stramaledetto feedback! Va bene avete chiacchierato questa sera, ma lei ti cerca? No, e perché? Non mi sento di dirgli queste ovvietà. Le sa anche lui ma se le nasconde. So che gli piace seriamente. Ma da fuori capisco bene che lei non è interessata. Vorrei fare qualcosa. Vorrei parlarle, dirgli di dargli una possibilità. Ma non si può fare. La nausea aumenta.
Scendo dall’auto e lo vedo allontanarsi. L’aria punge e in testa mi batte un martello. Non faccio a tempo ad arrivare al portone. Vomito nell’aiuola vicino all’ingresso.


martedì 15 gennaio 2008

Un'impronta lasciata sull’erba fresca


Tu vieni da sud,
dove la luce brucia e l’erba è secca.
Tu vieni da est,
dove il mattino cresce in sorrisi se vuoi.
Tu vieni da ovest quando mi addormento.
Tu vieni da nord soffiando sull’unica nostra candela.


Ti vedo ballare con le catene ai piedi
perché ho solo ricordi di gesti,
di come cammini e stai seduta,
delle tue dita che si arrotolano tra i capelli.


Una terra tutta da esplorare
da percorrere a piedi senza fretta
non posso fare altro che seguire una traccia
Un'impronta lasciata sull’erba fresca


venerdì 11 gennaio 2008

contrappunto


lo sguardo di lei era rivolto verso il fiume

la vedevi di profilo pensosa
quasi corrucciata
fissare un punto dell'orizzonte
senza prestare attenzione

spesso un sentimento di stanchezza ti avvolgeva
vedendo quegli occhi lontani
ma non volevi riflettere oltre
forse mancavi del coraggio di affrontare l'evidenza
fingendo di non vedere il castello delle incomprensioni

ti alzasti per farti più vicino
lei
sorridente si staccò dalla balaustra per venirti incontro
cadevi sempre in errore
bastava osservare anche per poco la serenità del suo sguardo
per dimenticare i dubbi
e le ombre della dissimulazione

la strada lasciava la madeleine
per colorarsi vivacemente dei vestiti degli africani
mentre le chiese risuonavano per la forza della liturgia meticcia
adagiato sui ritmi del gospel aspettavi
mentre lei sembrava trovare una nuova allegria

i passi allungavano la giornata e vi portarono oltre i boulevard
verso saint martin e l'acqua calma dei canali

senza immaginare che la frattura potesse essere imminente
cercavi di ricomporre i suoi discorsi
lei fredda era sicura della decisione presa

martedì 8 gennaio 2008

cadiz


seguo il circolo dell'orizzonte
completarsi
alle spalle della baia contro la sagoma del molo
mentre il mare lascia sulla rena
i nudi resti di una giornata

schegge bagnate ed arse da acque salmastre
segnano il filo della risacca e delimitano
il muoversi delle onde
ricordano l'accadere degli eventi quando
l'affanno diventa malinconia

ombre se osservate da lontano stanno
come silenzi
segni ritmici nella composizione di un'armonia
mentre la risacca completa il suo ciclo
scandendo il ripetersi dei flutti

esitando decido
di non raccogliere le tracce
di non cancellare i percorsi che conducono ai ricordi
illudendomi che la marea sia sempre disposta a ripetersi
lasciandomi libero di disporre le tessere