domenica 24 febbraio 2008

Racconto d'autunno


Sono nato il giorno dei morti. Da piccolo non capivo perché ogni anno mia madre mi portasse al Monumentale. Gli altri bambini lo festeggiavano in modo diverso, ne ero sicuro. Lei puliva la tomba dei nonni, cambiava i fiori e intanto mi raccontava del pomeriggio in cui mi diede alla luce. Non te lo puoi ricordare Tato, iniziava sempre, ma quel giorno faceva molto freddo. Il papà faticò non poco per accompagnarci in ospedale. Tutta la città era immersa nella nebbia, ad ogni incrocio bisognava fermarsi perché non si vedeva la luce del semaforo. Bisognava stare attenti! Tu eri nella mia pancia e volevi uscire…

Ora immagino mio padre bestemmiare al volante della Seicento, mentre mia madre soffia e grida ad ogni contrazione. Nella storia di mia madre questo però non c’era.


Trentadue anni dopo mi alzo e non ho intenzione di andare in ufficio. Tanto meno al cimitero. Mi concedo un giorno di ferie. Non voglio lavorare il giorno del mio compleanno.
Guardo nel frigorifero: latte scaduto e sciroppo d’acero, neanche un uovo. Decido di andare a fare colazione in centro.

Esco e mi accorgo che fa più caldo di quanto pensassi. Mi metto la giacca sul braccio e cammino fino alla fermata del bus.

L'autobus è vuoto, sono le dieci passate e tutti sono già al lavoro, chini sulle scrivanie. Un vecchietto è seduto davanti, vicino all'uscita. Si toglie il cappello per asciugarsi la testa sudata con il fazzoletto, indossa un completo di lana, non capisco come faccia a resistere con questo caldo. C’è anche una ragazza seduta poco distante da me, legge un libro, ogni tanto alza la testa per controllare dov’è. Le vedo il seno spuntare dalla camicia sbottonata. Adoro questa stagione: spariscono giacche, sciarpe, cappelli e compaiono gonne corte, canottiere, magliette aderenti.

Scendo nella zona pedonale e cerco un bar con i tavolini all'aperto. Ordino una spremuta d'arancia e una fetta di torta di mele. Il caffé non lo fanno bene qui.

Vedo un giornale abbandonato sul tavolino a fianco. Lo prendo, leggo distrattamente la prima pagina, ma poi lo rimetto dov’era. Non mi interessa quello che è successo o potrà succedere. Mi rilasso sulla sedia e guardo le foglie appena nate che già colorano gli alberi del viale. Un passero becchetta una merda di cane sotto un’aiuola. Come deve essere più facile la vita per lui. Ora che le giornate si stanno allungando, l'aria si riempirà di insetti e troverà cibo a volontà.

Finita la colazione mi viene un’idea. Inizio a camminare verso la spiaggia, me la prendo comoda passando dal parco. Voglio vedere i primi fiori sul prato, sentirne il profumo nell’aria. Niente strade trafficate oggi. Avrei voglia di tuffarmi in mare, accarezzo l'idea per tutto il percorso, ma poi penso all’acqua fredda. E' troppo presto per fare il bagno. Mi sdraierò a guardare i gabbiani risalire le correnti. Spero di addormentarmi al suono delle onde. Non ho voglia di fare nulla. Non so cosa fare tutto il giorno. Che importa?


Ho sempre odiato i compleanni in giornate piovose, fredde e grigie. Oggi invece c’è il sole, fa caldo, tutto è colorato. Una sensazione di infinita libertà mi assale. Erano anni che non mi sentivo così tranquillo.
Non so perché mi sono trasferito in Nuova Zelanda. E’ stata una scommessa con me stesso. Non sapevo cosa mi aspettava, ma volevo andarmene, il più lontano possibile.

Oggi ne sono certo: ho scelto il posto giusto.

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