domenica 30 dicembre 2007

Marna

Chiuse la porta dietro di sé. Girò lentamente la chiave. Due mandate, senza fare rumore.
Appese il cappotto. Si allentò la cravatta, nera. Slacciò il primo bottone della camicia, bianca. Andò in bagno e accese la luce della specchiera. L’aveva scelta apposta, una lampadina incandescente da sessanta watt. Lo specchio basso altezza viso. Rimase immobile, il viso a tre quarti. Si fissò l’occhio. Avvicinandosi sempre più alla luce e allo specchio si concentrò sulla vena rossa che dall’angolo interno si disperdeva verso l’iride. Ora si riconosceva. Un cerchio esterno verde scuro, filamenti radiali più chiari. La pupilla nera e lucida che si contrae. Lo notava sempre, se distrattamente perdeva l’attimo spegneva la luce e la riaccendeva, concentrandosi sulla contrazione della pupilla. Poi si guardava riflesso nel nero contratto ad un puntino. La sua immagine nel suo occhio.
L’appartamento era immerso nel silenzio. Non voleva fare alcun rumore. Cercava di controllare anche il respiro. Si fermò nel corridoio. L’orecchio teso, pronto a percepire qualsiasi tipo di suono. Non sentì nulla. Lei non era in casa.
Ora poteva rilassarsi. Appese la giacca nell’armadio. Andò in cucina e mise a scaldare l’acqua. Nella tazza versò tre cucchiai di caffé solubile, decaffeinato, e due di zucchero, bianco. Versò l’acqua calda e tenne la tazza tra le mani. Poi l’appoggiò sul tavolo, aprì la finestra e prese il pacchetto morbido di sigarette dalla tasca dei pantaloni. Si accese una sigaretta espirando il fumo all’esterno. Non sopportava l’odore di tabacco in casa. Con la sigaretta tra l’indice e il medio prese il portacenere e lo mise a fianco la tazza. La cucina era illuminata solo dalla luce del corridoio. Era come se la penombra fosse strettamente collegata al silenzio. Non voleva turbare questo stato di quiete. Il tempo avrebbe potuto fermarsi ora. La tazza sul tavolo. La sigaretta tra le sue dita. La luna sopra il tetto della casa di fronte.

Questa quiete perfetta fu interrotta dal suono di un campanello. Tre squilli poi silenzio, poi altri tre squilli. Non era il suo. Non era il citofono. Qualcuno era rimasto chiuso nell’ascensore bloccato. Spense la sigaretta, prese il telefonino dalla giacca e aprì la porta. Gli squilli continuavano regolari. Nessuno era uscito a controllare, non era la prima volta che capitava da quando abitava in quell’appartamento. Il pulsante di chiamata era spento. Scese al piano inferiore, ma l’ascensore non era lì. Provò a premere il pulsante che si accese. L’ascensore ripartì. Ritornò al suo piano, mentre saliva le scale sentì la porta dell’ascensore chiudersi e un rumore di chiavi. Lei era di spalle, un piede già dentro la soglia. Rimase fermo a fianco le scale. Non disse nulla. La guardò voltarsi per chiudere la porta e i loro sguardi si incrociarono.

- E’ stato lei a far ripartire l’ascensore?

- Sì, ho solo premuto il pulsante.

- La ringrazio molto.

- Non ho fatto nulla di eccezionale.

- Nessun altro però è uscito a controllare.

- Se dovesse capitare a me spero che qualcuno esca a controllare.

- Sì, giusto. Grazie ancora, e buonanotte.

Sorrise e chiuse la porta, tre giri di chiave. Lui rimase alcuni secondi come paralizzato, poi entrò in casa. L’aveva continuato a guardare dallo spioncino? Oppure era semplicemente entrata senza guardare?
Andò in camera e cominciò a spogliarsi. La sentì accendere il televisore. Ora non avrebbe più capito con precisione in quale parte della casa si trovasse, le voci di un telegiornale della notte coprivano tutto il resto.
I loro appartamenti confinavano. Era sicuro che dal lato opposto della stanza da letto ci fosse la sua stanza da letto. Le pareti erano così sottili che la sentiva andare in bagno nel silenzio della notte. I piedi nudi allontanarsi. Una porta chiudersi e poco dopo lo sciacquone.
La cucina era dalla parte apposta. Non era sicuro, ma doveva dare sulla strada. Qualche settimana prima aveva sentito il rumore di piatti, di posate. Si sarebbe aspettato questo genere di rumori più volte in una settimana, ma non era così. Raramente sentiva rumore di stoviglie, o l’aspirapolvere o la centrifuga della lavatrice. Ma lui non era a casa tutto il giorno e non aveva idea di che vita facesse. Rientrava agli orari più disparati. Alcune settimane sembrava una normale impiegata, sveglia alle sette e rientro alle otto. Altre volte rientrava di notte, alle due o usciva la mattina all’alba. Di certo non era una guardia giurata, ma era sicuro non facesse neanche la puttana. Su questo non aveva dubbi. E poi perché non usare la casa con i clienti? Abitava da sola e mai nessuno veniva a trovarla.
Non aveva elementi, certo era facile capire che stava per uscire di casa quando indossava le scarpe con i tacchi. La sentiva andare avanti ed indietro per un po’. Poi il rumore delle chiavi nella porta. In questi casi si precipitava allo spioncino, senza fare rumore. La guardava uscire e aspettare l’ascensore. Tutta incurvata in quella lente piccola e di scarsa qualità.
Tutto quello che sapeva di lei lo aveva ascoltato, filtrato dai muri, elaborato dalla sua fantasia. Sì, l’aveva già incontrata per caso sulle scale, o all’ingresso del palazzo. Non l’aveva però mai vista nel quartiere, o al cinema o dal panettiere o alla vicina fermata del metrò. L’unica informazione certa era il suo nome, perché l’aveva letto sul campanello.
Il suo nome era Marna Rossetti.

lunedì 17 dicembre 2007

incipit

Cosa ci può essere di peggio di una domenica pomeriggio? Ti chiedi mentre sdraiato sul divano passi da un canale all'altro. La risposta ti viene automatica il lunedì mattina. In un attimo ti rendi conto di quanto sei stato stupido a buttare via un pomeriggio libero, capisci quanto è stato inutile rimanere sveglio fine a dopo l'una per non fare nulla. In quei pochi secondi prometti a te stesso che il prossimo fine settimana sarà diverso, ma sempre in quel breve periodo di tempo realizzi che non sarà così.
Il bus affronta la prima delle quindici fermate che ti separano dal centro città e già ti guardi attorno come se non appartenessi a questo pianeta. Nessuno parla. Tu non sei da meno, non potresti rispondere a nessuna domanda, non riusciresti ad aprire bocca. Saranno quarantotto ore che non parli con nessuno e non vuoi di certo cominciare ora. Alla quinta fermata sale un tizio con la fisarmonica a tracolla. Il suo sguardo è vuoto. Il tuo è di puro terrore. Un rumore assordante inizia d'improvviso a rimbalzare sulle pareti del bus bucando quella corazza di silenzio che ti avvolgeva come in un bozzolo. Ti vedi andare verso di lui facendoti largo tra la gente in piedi. Ti vedi prendere quel dannato strumento e scaraventarlo fuori appena la porta si apre. Non hai mai sopportato la fisarmonica neanche suonata bene. Alle otto meno venti di lunedì mattina è lo strumento che odi di più al mondo. Rimani fermo, non ti muovi, aspetti che tutto abbia fine.

Entri nel palazzo dove ha sede la società per cui lavori. Il portiere ti saluta, tu rispondi con un cenno del capo e un sorriso. Non sei ancora pronto, ma prima o poi dovrai aprire quella cazzo di bocca.
Il portiere viene dal Bangladesh. Parla l'italiano meglio di te. Indossa un completo nero, camicia più bianca dei suoi denti e una massa di capelli che potrebbe donarne la metà a qualche calvo senza accorgersene nemmeno. Quanti anni avrà? Trenta? Quaranta? Non ha età quell'uomo. Non sai nulla di lui. L'unica cosa di cui sei certo è che se facesse un corso di trentasei ore potrebbe benissimo prendere il tuo posto.

Che il vento risuoni nelle orecchie di chi ti ha dimenticato. Questo è l'Haiku di oggi. Lo mandi per email a Laura anche se è seduta proprio di fronte. E' stata lasciata dal suo fidanzato tre settimane fa. Dovevano sposarsi in primavera. Non l'ha presa molto bene. Questa è l'unica cosa che vi unisce: l'essere dimenticati. Per il resto tu non vai a messa, odi i mobili ikea, preferisci gli assorbenti interni e non sopporti Barbara Streisand. Insomma due mondi differenti.

Sono le otto e quaranta e nel piccolo ufficio non c'è ancora nessuno, la settimana non è neanche cominciata.

mercoledì 12 dicembre 2007

immagini di parigi (1-6)


I - altrove

risalgo le strade della riva sinistra
per rue seine verso saint sulpice alla ricerca di ricordi

è come vedersi in mezzo alla folla mentre si cerca di nascondersi
ingannandosi di non essere seguiti
non si è mai veramente soli i nostri passi pesanti ci accompagnano
le nostre debolezza
i nostri pensieri

piego a destra risalgo rue bonaparte verso i giardini
uno corre sotto la pioggia
gente ai tavoli gioca a scacchi ma di fretta come braccata
le famiglie affollano i viali
sabato pomeriggio

scendo di fretta le scale e mi siedo davanti al palazzo di lussemburgo
guardo la gente passare
cercano di non pensare
riesco sempre a sentirmi estraneo a volere un altrove
a confonderlo con un luogo

II - visioni del passato

gli occhi mi guardavano fissi leggermente ravvicinati
estranei
occhi scuri di donna
più che guadarmi passavano oltre all'infinito
non potevo evitarla

in fondo alla sala io all'altra estremità

la prospettiva schiacciata nell'incontro
non mi preoccupavo di non sapere la sua lingua
sapevo che l'avrei capita
attorno a lei la luce si offuscava svaniva
come proiettata in un'altra epoca

feci per avvicinarvi ma invano

ogni passo verso di lei non mi portava più vicino
cercai di fingere indifferenza ma il respiro mi tradiva
e qui iniziai a capire
lei non respirava era fissa immobile
solo un'immagine di un tempo
remoto

III - teatro

su vari piani
costruiti sui desideri
di un incontro
inclinati
tra i tratti di un percorso
un quadro rosso messo all'incastro
tra due fila di pensieri
senza veli

nell'attesa formulati sull'incessante moto dei passi

solo parole senza frasi senza tempo
lettere agglutinate
al centro un quadro rosso
sequenze ripetute non conosciute
centrate sulle labbra dell'attore
in moto incessante
sul nulla

IV - la danza

tre persone parlano oltre la vetrata
e lentamente cambiano posizione

uno sguardo e solo la donna dai capelli rossi
mentre l'uomo e la donna con la borsa di spalle
entrano in un altro riquadro

un secondo sguardo e le donne affiancate gesticolano
mentre l'uomo indietreggia

un passo ed un quarto di giro
la borsa in spalla
e un riso scioglie la compagnia

V - attesa

nell'afa del pomeriggio
i giardini vengono chiusi uno ad uno
la tempesta è in arrivo

macchie di grigio nel cielo

come muffe che ricoprono il sereno
salgono dai muri della città
lente solo quando non le guardi

a saint merri il sole scompare

dietro le vetrate e i colori svaniscono
il cielo è coperto di nubi
in attesa
di aprirsi all'unisono

nelle strade alcuni corrono

altri si siedono vicino ai muri
in attesa della pioggia
inevitabile

VI - jardin des plantes

sento l'acqua che scorre
sui muri scavando profonde rughe
tocca terra in scrosci
formando canali

la città si scioglie in fango

in materia inanimata
in grumi di nuove possibilità
il cielo giallo per gli ultimi rintocchi
del fortunale

è del colore delle pareti delle case

e come queste increspato di nero
è bagnato dalla pioggia
veloce a terra

indifferente un cane attraversa la strada

illuminata dai semafori
sull'acqua scorre la scorza di questa
giornata che parte per il mare
sull'acqua muore l'immagine di un viso
ora troppo lontano per essere ricordato

sull'altro lato il cane si accuccia

in attesa del sole
sapendo inutile ogni pensiero
ogni azione
osservo dietro un vetro lei che parte
e temo il silenzio che verrà

martedì 11 dicembre 2007

polyptyque (C) - soulages


la fabbrica apriva presto, come ogni mattina, ancor prima delle luci del giorno, ancor prima del risveglio. doveva essere tutto pronto per il suo arrivo, perché potesse dedicare appieno i suoi sforzi ai marmi ed agli stucchi ora celati dall'impalcatura. la struttura circondava il cenotafio come una gabbia e permetteva agli sguardi di scorgere del restauro solo i particolari, tentazioni, fantasie per distogliere l'intenzione di chi chino in cerca di una speranza, intravedeva ora la mano proterva ed indicatrice della menzogna, ora la spada forse del santo. nel silenzio riprese il lavoro, rimossa la polvere, solo il ritmo degli scalpelli intervallava le ore e le preghiere delle questuanti.

«i particolari di un'opera distolgono lo sguardo dall'armonia dell'insieme e relegano ad una seconda analisi la commozione del primo incontro» avrebbe voluto incidere sul retro della pala. percepiva la sua opera come artefatto di un demiurgo ingannatore. le mani giunte in preghiera contornate dagli sguardi immoti dei profeti, incapaci di trasmettere la spiritualità di un atto e raccolte solo nel fissare la pantomima del fedele. l'agiografia esposta sulle metope a didascalia delle gesta compiute dall'eroe, scelta più per incutere timore che per smuovere all'impresa. dettagli intagliati nella pietra, acanto, glifi ed astronauti.

era ormai notte, a fatica poteva vedere ancora i profili dell'altare, prese la malta ed iniziò a riempire le figure, a completare gli spazi, a plasmare l'intera struttura, a dare vita ai monaci, ai pellegrini, ai miracolati, a fonderli in unico movimento. un'unica massa sonora sorgeva, compatta, dove prima esitava il contrappunto, sommersa, interiore, solcata dal dolore e non dalla speranza. al mattino lo portarono via, ammutoliti guardarono l'intonaco pressoché liscio.