martedì 11 dicembre 2007
polyptyque (C) - soulages
la fabbrica apriva presto, come ogni mattina, ancor prima delle luci del giorno, ancor prima del risveglio. doveva essere tutto pronto per il suo arrivo, perché potesse dedicare appieno i suoi sforzi ai marmi ed agli stucchi ora celati dall'impalcatura. la struttura circondava il cenotafio come una gabbia e permetteva agli sguardi di scorgere del restauro solo i particolari, tentazioni, fantasie per distogliere l'intenzione di chi chino in cerca di una speranza, intravedeva ora la mano proterva ed indicatrice della menzogna, ora la spada forse del santo. nel silenzio riprese il lavoro, rimossa la polvere, solo il ritmo degli scalpelli intervallava le ore e le preghiere delle questuanti.
«i particolari di un'opera distolgono lo sguardo dall'armonia dell'insieme e relegano ad una seconda analisi la commozione del primo incontro» avrebbe voluto incidere sul retro della pala. percepiva la sua opera come artefatto di un demiurgo ingannatore. le mani giunte in preghiera contornate dagli sguardi immoti dei profeti, incapaci di trasmettere la spiritualità di un atto e raccolte solo nel fissare la pantomima del fedele. l'agiografia esposta sulle metope a didascalia delle gesta compiute dall'eroe, scelta più per incutere timore che per smuovere all'impresa. dettagli intagliati nella pietra, acanto, glifi ed astronauti.
era ormai notte, a fatica poteva vedere ancora i profili dell'altare, prese la malta ed iniziò a riempire le figure, a completare gli spazi, a plasmare l'intera struttura, a dare vita ai monaci, ai pellegrini, ai miracolati, a fonderli in unico movimento. un'unica massa sonora sorgeva, compatta, dove prima esitava il contrappunto, sommersa, interiore, solcata dal dolore e non dalla speranza. al mattino lo portarono via, ammutoliti guardarono l'intonaco pressoché liscio.
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