Il giorno del nostro decimo compleanno cadde di domenica. Mia madre ci vestì, al solito, come due damerini del cazzo.
Ogni settimana prima della messa ci faceva sfilare per le vie del paese. Mi sentivo proprio un coglione mentre camminavo verso la chiesa. Accanto a me mio fratello sembrava a suo agio. Solo la nostra somiglianza fisica mi ha sempre allontanato dal pensiero di essere stato adottato. Sì, d’accordo, eravamo identici. Mia madre ci vestiva allo stesso modo. Aveva capito però fin dalla nostra più tenera età che avevamo due caratteri diametralmente opposti. Forse per questo aggiungeva sempre un particolare ai nostri abiti, per differenziarci.
Quel giorno avevamo due fiori all’occhiello: il mio era blu, quello di mio fratello rosso. L’unico segno esteriore della nostra diversità.
Dopo pranzo nostro padre entrò dalla veranda con un grosso pacco. Per un attimo sentii che questa volta avevano intuito il mio desiderio: un cucciolo di cane. Ci regalarono due criceti.
I due topi bianchi erano in una gabbia. Si muovevano a scatti, timorosi e disorientati. Sulla zampa posteriore destra ciascuno aveva un piccolo fiocco di colore diverso. Riconobbi l’idea di mia madre, anche i criceti a prima vista uguali erano distinguibili da un piccolo particolare.
Mio fratello prese in mano quello con il fiocco rosso, carezzandolo. Sembrava entusiasta di quel regalo. Il mio, come deciso, era quello con il fiocco blu. Non me ne importava nulla: come cazzo si fa a giocare con un criceto? Non l’ho mai capito. Così me ne disinteressai e mio fratello rimase l’unico ad occuparsene tutti i giorni: riempiva la vaschetta d’acqua, quella per il cibo e la puliva da tutta la merda che facevano. Rimaneva per ore a osservarli in silenzio. Non ho mai capito neanche lui.
Io passavo raramente a guardarli. Notai solo che il mio era molto più vivace. Mi sembrava giusto: in fondo era toccato a me. Correva nella ruota per la maggior parte del tempo, si arrampicava disperato sulla gabbia quasi a voler fuggire dalla prigionia. Non stava mai fermo.
Il topo di mio fratello invece era tranquillo, si muoveva poco e spesso perdeva l’equilibrio nella ruota cadendo sulla schiena. Io ridevo alla vista di quella scena. Era un inetto come lui.
I due criceti ingrassavano a vista d’occhio. Mio fratello li stava accudendo con il massimo zelo. E’ sempre stato il più responsabile tra noi due. Ero io la pecora nera della famiglia, il bambino irrequieto, distratto, svogliato. Una testa di cazzo fin da giovane.
Tre domeniche dopo però accadde qualcosa che nessuno si sarebbe aspettato, perlomeno in così poco tempo. Ci svegliammo e ne trovammo uno riverso sul lato con le zampe dritte, rigide. Una schiuma biancastra colava dalla bocca. L’altro incurante piroettava sulla ruota.
Non ci facemmo troppe domande. Mi sembrò però strano che nessuno dei due avesse più il nastro colorato. Fino a ieri l’avevano, o forse era l’altro ieri. Ci pensai, ma non riuscii a ricordare bene. I nostri genitori non lo notarono nemmeno e mio fratello non disse nulla, come sempre. Ad ogni modo non ebbi alcun dubbio: il mio era quello vivo.
Il giorno dopo decisi di liberarlo nel bosco dietro al paese, mio fratello fu d’accordo. Non sembrò dispiaciuto della morte del suo criceto e mi accompagnò. In una radura, poco distante da casa, lui aprì la gabbietta. Io presi il topino e lo posai per terra. Rimase titubante nei pressi dei nostri piedi per qualche minuto. Poi si allontanò sparendo nell’erba alta.
Aveva la sua nuova vita.
Ogni settimana prima della messa ci faceva sfilare per le vie del paese. Mi sentivo proprio un coglione mentre camminavo verso la chiesa. Accanto a me mio fratello sembrava a suo agio. Solo la nostra somiglianza fisica mi ha sempre allontanato dal pensiero di essere stato adottato. Sì, d’accordo, eravamo identici. Mia madre ci vestiva allo stesso modo. Aveva capito però fin dalla nostra più tenera età che avevamo due caratteri diametralmente opposti. Forse per questo aggiungeva sempre un particolare ai nostri abiti, per differenziarci.
Quel giorno avevamo due fiori all’occhiello: il mio era blu, quello di mio fratello rosso. L’unico segno esteriore della nostra diversità.
Dopo pranzo nostro padre entrò dalla veranda con un grosso pacco. Per un attimo sentii che questa volta avevano intuito il mio desiderio: un cucciolo di cane. Ci regalarono due criceti.
I due topi bianchi erano in una gabbia. Si muovevano a scatti, timorosi e disorientati. Sulla zampa posteriore destra ciascuno aveva un piccolo fiocco di colore diverso. Riconobbi l’idea di mia madre, anche i criceti a prima vista uguali erano distinguibili da un piccolo particolare.
Mio fratello prese in mano quello con il fiocco rosso, carezzandolo. Sembrava entusiasta di quel regalo. Il mio, come deciso, era quello con il fiocco blu. Non me ne importava nulla: come cazzo si fa a giocare con un criceto? Non l’ho mai capito. Così me ne disinteressai e mio fratello rimase l’unico ad occuparsene tutti i giorni: riempiva la vaschetta d’acqua, quella per il cibo e la puliva da tutta la merda che facevano. Rimaneva per ore a osservarli in silenzio. Non ho mai capito neanche lui.
Io passavo raramente a guardarli. Notai solo che il mio era molto più vivace. Mi sembrava giusto: in fondo era toccato a me. Correva nella ruota per la maggior parte del tempo, si arrampicava disperato sulla gabbia quasi a voler fuggire dalla prigionia. Non stava mai fermo.
Il topo di mio fratello invece era tranquillo, si muoveva poco e spesso perdeva l’equilibrio nella ruota cadendo sulla schiena. Io ridevo alla vista di quella scena. Era un inetto come lui.
I due criceti ingrassavano a vista d’occhio. Mio fratello li stava accudendo con il massimo zelo. E’ sempre stato il più responsabile tra noi due. Ero io la pecora nera della famiglia, il bambino irrequieto, distratto, svogliato. Una testa di cazzo fin da giovane.
Tre domeniche dopo però accadde qualcosa che nessuno si sarebbe aspettato, perlomeno in così poco tempo. Ci svegliammo e ne trovammo uno riverso sul lato con le zampe dritte, rigide. Una schiuma biancastra colava dalla bocca. L’altro incurante piroettava sulla ruota.
Non ci facemmo troppe domande. Mi sembrò però strano che nessuno dei due avesse più il nastro colorato. Fino a ieri l’avevano, o forse era l’altro ieri. Ci pensai, ma non riuscii a ricordare bene. I nostri genitori non lo notarono nemmeno e mio fratello non disse nulla, come sempre. Ad ogni modo non ebbi alcun dubbio: il mio era quello vivo.
Il giorno dopo decisi di liberarlo nel bosco dietro al paese, mio fratello fu d’accordo. Non sembrò dispiaciuto della morte del suo criceto e mi accompagnò. In una radura, poco distante da casa, lui aprì la gabbietta. Io presi il topino e lo posai per terra. Rimase titubante nei pressi dei nostri piedi per qualche minuto. Poi si allontanò sparendo nell’erba alta.
Aveva la sua nuova vita.