giovedì 31 maggio 2007

I due criceti


Il giorno del nostro decimo compleanno cadde di domenica. Mia madre ci vestì, al solito, come due damerini del cazzo.
Ogni settimana prima della messa ci faceva sfilare per le vie del paese. Mi sentivo proprio un coglione mentre camminavo verso la chiesa. Accanto a me mio fratello sembrava a suo agio. Solo la nostra somiglianza fisica mi ha sempre allontanato dal pensiero di essere stato adottato. Sì, d’accordo, eravamo identici. Mia madre ci vestiva allo stesso modo. Aveva capito però fin dalla nostra più tenera età che avevamo due caratteri diametralmente opposti. Forse per questo aggiungeva sempre un particolare ai nostri abiti, per differenziarci.
Quel giorno avevamo due fiori all’occhiello: il mio era blu, quello di mio fratello rosso. L’unico segno esteriore della nostra diversità.
Dopo pranzo nostro padre entrò dalla veranda con un grosso pacco. Per un attimo sentii che questa volta avevano intuito il mio desiderio: un cucciolo di cane. Ci regalarono due criceti.
I due topi bianchi erano in una gabbia. Si muovevano a scatti, timorosi e disorientati. Sulla zampa posteriore destra ciascuno aveva un piccolo fiocco di colore diverso. Riconobbi l’idea di mia madre, anche i criceti a prima vista uguali erano distinguibili da un piccolo particolare.
Mio fratello prese in mano quello con il fiocco rosso, carezzandolo. Sembrava entusiasta di quel regalo. Il mio, come deciso, era quello con il fiocco blu. Non me ne importava nulla: come cazzo si fa a giocare con un criceto? Non l’ho mai capito. Così me ne disinteressai e mio fratello rimase l’unico ad occuparsene tutti i giorni: riempiva la vaschetta d’acqua, quella per il cibo e la puliva da tutta la merda che facevano. Rimaneva per ore a osservarli in silenzio. Non ho mai capito neanche lui.
Io passavo raramente a guardarli. Notai solo che il mio era molto più vivace. Mi sembrava giusto: in fondo era toccato a me. Correva nella ruota per la maggior parte del tempo, si arrampicava disperato sulla gabbia quasi a voler fuggire dalla prigionia. Non stava mai fermo.
Il topo di mio fratello invece era tranquillo, si muoveva poco e spesso perdeva l’equilibrio nella ruota cadendo sulla schiena. Io ridevo alla vista di quella scena. Era un inetto come lui.
I due criceti ingrassavano a vista d’occhio. Mio fratello li stava accudendo con il massimo zelo. E’ sempre stato il più responsabile tra noi due. Ero io la pecora nera della famiglia, il bambino irrequieto, distratto, svogliato. Una testa di cazzo fin da giovane.
Tre domeniche dopo però accadde qualcosa che nessuno si sarebbe aspettato, perlomeno in così poco tempo. Ci svegliammo e ne trovammo uno riverso sul lato con le zampe dritte, rigide. Una schiuma biancastra colava dalla bocca. L’altro incurante piroettava sulla ruota.
Non ci facemmo troppe domande. Mi sembrò però strano che nessuno dei due avesse più il nastro colorato. Fino a ieri l’avevano, o forse era l’altro ieri. Ci pensai, ma non riuscii a ricordare bene. I nostri genitori non lo notarono nemmeno e mio fratello non disse nulla, come sempre. Ad ogni modo non ebbi alcun dubbio: il mio era quello vivo.
Il giorno dopo decisi di liberarlo nel bosco dietro al paese, mio fratello fu d’accordo. Non sembrò dispiaciuto della morte del suo criceto e mi accompagnò. In una radura, poco distante da casa, lui aprì la gabbietta. Io presi il topino e lo posai per terra. Rimase titubante nei pressi dei nostri piedi per qualche minuto. Poi si allontanò sparendo nell’erba alta.
Aveva la sua nuova vita.

lunedì 28 maggio 2007

Dialogo


Mi riconobbe. Si avvicinò al mio tavolo.
“Mi scusi… “ disse appena fu distante il giusto per parlarmi.
“Sì?” risposi alzando la testa, guardandola come se non sapessi chi fosse.
“Lei non mi conosce, ” disse. Poi dopo una breve pausa, “ma io sì!”
“No, infatti, ma ci siamo già visti suppongo”.
“In realtà no”.
“No?” chiesi.
“No, non ci siamo mai conosciuti”.
“Scusi, ma non riesco proprio a capire”.
Erano due anni che aspettavo questo momento. Ero ben preparato. Le cicatrici sulle gambe lo dimostravano.
“Vede, io conoscevo suo fratello”.
Rimasi qualche secondo in silenzio. Mutai l’espressione del viso, come se stessi riflettendo. Lei rimase in piedi aspettando una mia reazione.
“Si accomodi, prego”. Mi alzai e allontanai la sedia dal tavolo.
Lei si sedette. Infilò la tracolla della borsetta sullo schienale.
“Potremmo darci del tu, se non le dispiace”, proposi.
“Certo, ci mancherebbe. Non l’ho vista entrare”. Si fermò un attimo. ” Scusa. Non ti ho visto entrare. Il locale era troppo affollato. Ho guardato il bancone per cercare un cameriere e quasi mi è venuto un infarto. ” Sorrise. “Ti ho visto tornare al tavolo. Ho avuto bisogno di qualche secondo per realizzare. E’ passato tanto tempo”.
“Credevi di aver visto un fantasma?”
“Be’, sì, cioè no. Insomma siete proprio uguali”.
“Capita nei gemelli omozigoti.”
Lei rise. Sembrava più rilassata.
“Sì, giusto ma sono passati due anni, da…” si fermò un secondo, “da quando è stato ucciso.”
“Due anni, sì.”
“Tu non eri al funerale.”
“No. Ho saputo parecchio tempo dopo che era morto”. Feci volutamente una pausa. “Sono stato per anni lontano dall’Italia. Non avevamo parenti prossimi. C’eravamo persi di vista”.
“Sì, lo so, lui parlava spesso di te”.
“Lo conoscevi molto bene quindi.”
“Be’ sì, siamo stati fidanzati, per quattro anni”.
Quattro anni e mezzo, stronzetta, o forse per te gli ultimi sei mesi non sono contati nulla?
“Non dirmelo, dovevate sposarvi?”
“No, no, vedi io l’ho lasciato. Un anno prima che…”
S’interruppe di nuovo. Il pensiero della mia morte violenta l’aveva rattristata. Sentii una fitta di piacere. Una soddisfazione che aspettavo da tanto tempo.
“Sì, lo so,” dissi. “Non riuscivo a crederci. Sono dovuto tornare e vedere la sua tomba. Non mi sembrava vero. Mio fratello morto. Ucciso”.
“Mi spiace molto. Deve essere stato terribile.” appoggiò la mano sul mio braccio.
“Lo deve essere stato anche per te.”
Quanto era stato terribile? Era andata al mio funerale almeno. Potevo ritenermi un po’ soddisfatto.
“Sì, era un anno che non lo vedevo. Non l’avevo dimenticato. Gli volevo ancora molto bene.”
Basta con queste inutili frasi! Lui era morto. Io ero vivo. Lei ancora bellissima.
“Rimarrà per sempre nei nostri cuori, ” dissi per troncare il discorso.
“Sì, anche se sono stata io a lasciarlo, be’ la sua morte mi ha molto impressionato. Ho pensato molto a lui, dopo.”
Ora sono tornato. Sono io. Possiamo ricominciare. Da zero.
“Anche io ci ho pensato. Ho perso quindici anni della sua vita. Mio fratello! Non so nulla di lui, che lavoro faceva, che vita conduceva. Niente. Vorrei tanto cercare di recuperare tutto quel tempo, ma non si può”.
“Certo, ti capisco, ” disse guardandomi negli occhi.
I miei allenamenti per mantenere il controllo ora si rivelavano utili. Mi toccai la prima ferita sulla gamba sinistra.
“Senti, vorrei chiederti un favore… se non ti dispiace”.
“Dimmi pure, ” disse appoggiando il gomito sul tavolo per sostenere la testa.
“Non vorrei essere inopportuno ma se potessimo rivederci… insomma tu potresti raccontarmi qualcosa di lui se non ti dà fastidio, se ti va di ricordare”. Cercavo di essere il più delicato possibile. “Vorrei sapere qualcosa di più sulla sua vita”.
“Non preoccuparti, anch’io nei tuoi panni vorrei sapere, sarei curiosa”.
“Sì, non è solo per un senso di rimorso, è che ho il desiderio di conoscerlo. Recuperare anche pochi frammenti di lui sarebbe prezioso per me”.
“Alle volte il destino è strano. Sei stato fortunato ad incontrarmi, così per caso”.
Per caso? Ci sono voluti tre mesi per ritrovarti. Eri sparita, il tuo nome non era sull’elenco e avevi cambiato casa.
“Meno male che alle volte il destino è dalla nostra parte”. Tirai fuori un biglietto da visita. “Quando sei libera chiama questo numero. Sarò molto lieto di rivederti, anzi mi farai proprio un favore. Saresti molto gentile. Come ha fatto mio fratello a perderti?”
Lei mi guardò sgranando gli occhi. Sì alzò e mi tese la mano.
“Bene… allora ci sentiamo presto.”

Si allontanò e uscii dal locale. L’ultima frase era stato un errore grossolano. Andai nel bagno. Era vuoto. Mi fissai a lungo nello specchio. Poi alzai il pugno e colpii più forte che potevo sulle ferite.

martedì 22 maggio 2007

In BiBIOteca

Proseguiva attenta stando lungo gli scaffali a leggere piccole etichette come se cercasse un documento importante in un archivio senza indici.
si muoveva concentrata e osservava con lentezza, mai distratta dai rumori di altri che, come lei, cercavano con piu' naturalezza qualcosa e con la stessa, quel qualcosa, in poco tempo, trovavano.
lei no.
la ricerca si fece piu' attenta, ogni singolo pezzo veniva estratto dallo scaffale ed esaminato nei minimi dettagli.
l'espressione sul viso era sempre la stessa, sintomo che la ricerca non era ancora finita;
nessun moto di gioia o sorriso di stupita meraviglia, nulla.
bisognava ancora pazientare
in fondo lo scaffale era solo il primo...
ma era anche il primo giorno in cui lo scaffale dei prodotti BIO era stato messo in fondo.

lunedì 21 maggio 2007

......

sei o forse
l'aria contro i muri vibra di silenzio
le sillabe digitate i corpi denudati vestono dalla solitudine
forse sei o
voluto mai sara' l'ordine
l'ardire e'.
o forse sei

giovedì 17 maggio 2007

verità sotto la foglia (3)

Quando
il cuore
diverrà pietra
non
risuonerà più
all’eco
di
parole
cieche
nell’ansia
del
sorriso

perduto


mercoledì 16 maggio 2007

tabacaria


não sou nada

nunca serei nada
não posso querer ser nada
à parte isso, tenho em mim todos os sonhos do mundo
[...]

martedì 15 maggio 2007

au lecteur


[...]
tu le connais, lecteur, ce monstre délicat,
- hypocrite lecteur, - mon semblable, - mon frère!

lunedì 7 maggio 2007

verità sotto la foglia (2)


Sono la verità per la quale corri

silenziosa presenza sotto il fogliame

Ogni respiro ricama
il velo che ci nasconde
di ciclamini sbocciati nel freddo

Non temo la notte senza luna
se è certezza di un tuo giorno senza nubi.

domenica 6 maggio 2007

HEISENBERG

Nella fisica quantistica, il principio di indeterminazione di Heisenberg sostiene che:
non è possibile conoscere simultaneamente posizione e quantità di moto di un dato oggetto.
Il principio di indeterminazione viene a volte spiegato erroneamente, sostenendo che la misura della posizione disturba necessariamente il momento lineare della particella e lo stesso Heisenberg diede inizialmente questa interpretazione.
In realtà il disturbo non gioca nessun ruolo.
Molti si domandano se il principio possa essere traslato all'essere umano.
Altri lo vivono.
E' il mio Pensiero questa mattina.
Chi va al lavoro con i mezzi e si preoccupa di avere in borsa il libro da leggere; io che vado in tangenziale, perche' preferisco cominciare la giornata pagando subito la mia pena, mi preoccupo di avere in mente un problema irrisolvibile nei tempi medi di un viaggio pavia - segrate all'ora di punta.
Ho riflettuto sul modo di ottimizzare queste ore, con manicure e sfoltimento di sopracciglia, ma ho dovuto constatare che le tempistiche sono piu' adegute ad un trattamento estetico completo compresa ceretta alla brasiliana e terapia per le doppie punte (su ciascun capello ovviamente).
Pensare troppo a Heisenberg non e' dimostrato avere controindicazioni, strapparsi le sopracciglia tutte le mattine qualche problemino puo' arrecarlo.
Poi se una donna di 35 anni deve proprio pensare ad un uomo e meglio che pensi a Heisenberg. Se non chiama, non manda neanche un sms o una mail è in grado di dare una scusa alle amiche senza apparire ridicola.
In fondo nel mio piccolo da grande volevo fare la scienziata, dicono che il primo amore non si scorda mai. Ora che sono grande e la scienziata l’ho fatta con soddisfazione, fino a che scienza e scienziati perplessi sono finiti in una lista di mobilita’, devo constatare purtroppo che anche Heisenberg lo si compra al mercato a poco prezzo, e puo’ essere solo una valida alternativa alla radio per il mio status di pendolare medio.
Del ruolo di ricercatore non mi è rimasto che ricercare un altro ruolo di Pendolare e Impiegata.
Ora pianifico, ottimizzami i tempi, gestisco piani di lavoro, rispetto scadenze…chi l’avrebbe mai detto.. io che non arrivo mai puntuale ad un appuntamento e mi dimentico di pagare le bollette.

Domani è un altro giorno

Ore sette e mezza di una giornata invernale. Particolato atmosferico sopra la soglia consentita di cinquanta microgrammi al metro cubo.
La stazione è silenziosa. Non è vuota. Orde di studenti l’abbandonano. Centinaia di pendolari aspettano intirizziti. Chiusi in un guscio di lana sbuffano vapore.
Le Ferrovie Nord Milano si prendono cura dei loro clienti. L’orario dei treni è stato elaborato utilizzando complessi algoritmi di calcolo. Nulla è lasciato al caso.
Il primo gruppo di treni proveniente da Como, Varese e Novara si avvicina. I tabelloni lo indicano chiaramente. Tra loro uno scarto minimo di quattro minuti. Il regolare ritardo rende gli arrivi aleatori. Poi un vuoto di mezz’ora.
I deboli si avviano indolenti verso i binari tronchi da dove partono i treni regionali che fermano in tutte le stazioni, offrendo un viaggio comodo e lento.
Gli audaci aspettano i treni diretti, affollati certo, ma veloci. Fino a Bovisa viaggeranno alla folle velocità d’ottanta chilometri l’ora. Il rischio è di rimanere in piedi, schiacciati uno sull’altro come in un carro bestiame.
Le persone si guardano negli occhi, mute. Ognuno sa quel che deve fare.
Solo pochi sprovveduti si sistemano a caso. Idioti. La porta del treno non si fermerà mai in quel punto.
Più in là, verso la testa, la prima classe. Non bisogna temere i controllori, non a questa ora del mattino. E’ tempo d’anarchia, non ci sono più classi sociali, nessun biglietto vale più di un altro, nessuna distinzione di sesso, razza o età.

Il primo treno dovrebbe arrivare sul binario uno. Si vedono già i fari del Varese sul terzo. Due puntini nella foschia lontana.
Bisogna decidere in fretta. Il Como sbuca in curva, non lo si vede fino all’ultimo. Il Varese si avvicina, sempre più.
I due treni potrebbero arrivare contemporaneamente.
Mi preparo allo scatto. D’improvviso compare il Como. Il Varese è lanciato, inizia ora la frenata.
Mi lancio sui binari insieme a pochi altri. Il treno fischia. La folla rimane sul primo, bloccata dall’indecisione.
Sul Varese si sale facile. Trovo un posto e mi siedo soddisfatto.
Sono vestito per sopportare temperature prossime allo zero e la carrozza sfiora i quaranta gradi, ma non importa. Oggi ci sono riuscito.
Il mio treno parte per primo.

venerdì 4 maggio 2007

genève


quando si è in visita per una città straniera ci si sente come protetti da un involucro, da una pellicola protettiva, voci fuori campo a commento dei fotogrammi rubati a chi corre verso la fine di ogni giornata. rallentiamo il passo, quasi ci fermiamo increduli che tutto proceda indifferente mentre noi osserviamo e col tempo abbiamo anche l'ardire di indicare, senza mai riuscire a confessarlo,
cadiamo nella trappola del giudicare. ipocriti dovremmo allora metterci a sedere davanti ai nostri cortili, spalle alle ringhiere, dopo tutto sono solo le ombre sui muri che riusciamo a vedere.

una casa dall'intonaco giallo, intervallato da pietre sagomate più numerose in prossimità del selciato, si perde tra i palazzi lasciandomi solo mentre costruisco le immagini di altri luoghi. si dipartono a raggiera da un'unica casa dello stesso colore, attraversati da un dedalo di strade che prendono vita animate dai rumori lontani, alle mie spalle, tinte scure che cercano una propria vita con un movimento improvviso.

l'ultima volta anni addietro, ancora ricordo il vuoto lasciato da lei che fugge senza una parola, mentre i miei versi sono ancora aperti sul tavolo. il suo sguardo fisso davanti ai miei occhi senza poterle parlare, senza potere ripetere quelle parole prima di vedere il suo volto dileguarsi nelle ombre di un'altra città. rimangono i rami degli alberi a nascondere finestre e muri mentre il quadro si allarga alle vie affollate per l'ora del mercato.

strane le notti di maggio, quando provi ad avvicinarti alle ombre, queste fuggono, scivolano negli interstizi oppure sotto l'intonaco delle pareti, in attesa che tu torni a guardarle da lontano. appoggiando un palmo puoi sentire un respiro calmo non più coperto dal rumore dei passi, ma le vie sono vuote all'ora di cena, ti scosti e riprendi il cammino per visitare i monumenti della città per dipingerli dei colori di chagall.

ancora alcuni passi per la strada che porta alla cattedrale, al luogo dove furono bruciati i libri di rousseau. qualche passante, pochi ormai quando la giornata volge al termine, una donna dai lineamenti delicati sul lato opposto della strada è forse di ritorno a casa. immerso in altri pensieri non l'avevo notata, ma ora che mi cammina quasi a fianco anche lei mi guarda, un gesto di saluto sembra interromperla nell'esitazione del ricordo. anche ora non riesco a ripetere parole troppo lontane mentre la vedo dileguarsi nelle ombre della città.

verità sotto la foglia (1)


Continuo a rimandare il momento
in cui non ci ritroveremo

In nessun luogo ci sarà dato ascolto
resteremo muti come urla nel deserto

Non tardare a soffiar via le tue parole scritte nella sabbia.


mercoledì 2 maggio 2007

a teatro

uomo sedia vuota veloce torpore sipari ogni voce incerta scuri ogni gesto rivisto sguardo silenzioso prima attesa rumori sullo sfondo stretta passata solo frammenti scatti incontrollati scatti di riso lampi vuoti solo frammenti venti incerti dolore spaccato segni strascicati esistenze vissute sguardi dimezzati

edward estlin cummings


G
uarda
le mie dita, che

toccarono te
e il tuo caldo e il frale
tuo poco
– vedi? non sembrano le mie
dita. Le mani i polsi miei
che strinsero cautamente il fioco silenzio
di te (del corpo del
sorriso degli occhi delle mani dei piedi tuoi)
sono diversi
da quello che erano. Le mie braccia
in cui tutto di te si ripiegò
quietamente, come una
foglia o qualche fiore
appena fatto dalla Primavera
Stessa, non sono le mie
braccia. Non riconosco
come me stesso questo che trovo davanti
a me in uno specchio. Non
credo
di avere mai visto queste cose;
qualcuno che tu ami
e che è più magro
più alto di
me è entrato e divenuto le
labbra che uso per parlare,
una nuova persona vive e
gesticola con il mio
o sei forse tu che
con la mia voce
stai
giocando.


Io inizio con lui.

martedì 1 maggio 2007

occhi azzurri


occhi azzurri
dall'ultimo sole scoperti
nel calore d'una sera estiva
solo sognati
col ricordo d'un sorriso smarrito

una vecchia poesia, forse di cinque anni fa
persa, lontana dai pensieri
che ora fa affiorare un viso senza immagine
il cammino è lento su una passeggiata in riva al mare
perché cerca di di evitare che il passo si arresti al termine del molo
è l'attesa insita nel sole che tramonta e ci invita a scegliere un ultimo istante
a costruire ricordi
senza sapere di aver già scelto

Quandi sali su di un treno speri sempre che ci sia una poltroncina libera di fianco al finestrino possibilmente rivolta nello stesso senso del treno.
Una speranza fomentata dal diritto acquisito con il pagamento del biglietto.
Non che io prenda molti treni, ma probablmente non perderei questo ottimismo nemmeno se fossi una pendolare sulla tratta pavia-milano all'ora di punta.
Ebbene questa speranza oggi non solo non e' stata esaudita, ma guardando il prezzo stampato sul documento di viaggio comincio a pensare che sia un tributo per un certo indeterminato volume di aria, non obbilgatoriamente adiacente al pavimento del treno.
Qualcuno con tempra imperturbabile, barattando con altri passeggeri uno spazio per il piede destro di modo che si creasse una certa distanza utile dal piede sinistro, ha permesso al proprio baricento di oscillare in un equilibrio piu' o meno stabile in sinergia con le onde del treno.
Questo qualcuno si diceva sul treno avesse un ottimo curriculum in ambito fisico-matematico e comprovate abilita' di danzatrice del ventre; purtroppo anche pettegolezzi si diffondevano a suo riguardo a proposito di un infortunio al ginocchio destro che non le ha permesso di trovare altre soluzioni piu' pacifiche.
L'eleganza comunque non le è mai venuta meno nelle due ore di viaggio e come se fosse in poltrona, davanti al camino con ai piedi le sue ciabatte preferite ha estratto dalla borsa, con movimenti minimali, un libro che si e' accinta a leggere, sorridendo e accennando una danza come se dalle pagine uscisse una musica tra le piu' sublimi, quel tipo di musica che non ti permette di stare ferma.
Purtroppo non le era arrivata notizia che stranamente la tazza del cesso non era stato prenotata da nessun passeggero e che li seduta la sua attivita culturale sarebbe stata piu' consona.

Cominciamo con una citazione..


"Qualunque cosa si dica in giro, parole e idee possono cambiare il mondo".


dal film: L'attimo fuggente