Non ho cronometrato, ma posso dire per esperienza che sono in grado di raggiungere la palazzina 20B, a partire dall’ufficio 518L del fabbricato 31C, in 7 minuti scarsi, a due condizioni: primo che mi trovi in fase armonica con l’ascensore, secondo che i colleghi incontrati nel tragitto abbiano un umore disarmonico con il mondo e lascino stare anche me.
Raggomitolo i fili dell’auricolare, pur riconoscendo l’inutilità del gesto e mi ripeto il ritornello che ancora una volta mi ha cantato il Dott. Sharp al telefono con il suo tono direttivo.
Ho promesso di recarmi nel più breve tempo possibile nel suo ufficio, invece sono qui a distrarmi e ad osservare come sia possibile che io mi ritrovi ad ogni squillo a cercare il bandolo, da infilare nell’orecchio, di quella che diventerà una intricata matassa di cavi. Mi stupisco di quanto appaiano innocui gli stessi auricolari adesso che sono ordinatamente avvolti attorno al cellulare.
Un rintocco, due rintocchi, l’agenda elettronica ricorda che devo prepararmi alla battuta di inizio, tra poco sarà il momento del mio attacco.
Salvo, stampo, sposto la tastiera di lato con un gesto rotondo di una mano e con l’altra spingo l’ultimo report firmato per allinearlo al bordo del tavolo. Riunisco le braccia portandole verso l’alto e afferro pagine pari e dispari a ritmo del cigolio ostinato della stampante, veloce ricompongo la sequenza corretta con abilità nelle dita.
Do un’ultima occhiata furtiva e colpevole all’icona di Messenger che oggi non ha abbellito il mio tempo né con trilli né con tremoli e anche adesso che ho bisogno di una voce amica fuori dal coro, si ostina ad avere il colore del silenzio.
Mi alzo, premendo sui braccioli della sedia quasi a sollevarmi dal suolo. Appoggio adagio i piedi, in punta, facendoli scivolare fino alla fine dell’ombra del cestino disegnata dalla luce che passa attraverso il vetro dall’unica finestra mai aperta.
Mi fermo distratta e osservo: sono da qualche minuto immobile in mezzo ad una stanza, ordinatamente allineata ad una riga d’ombra. Certo l’ordine non è una scusa all’inattività anche se, in questi luoghi, rende l’atto in se meno sospetto. Probabilmente dovrei trovare una diversa collocazione per poter rubare al profitto altri attimi di distrazione.
Devo ammettere purtroppo che in questa azienda una riga disegnata dal sole non gode della stessa dignità e autorevolezza di altre righe, al fianco delle quali ci si può permettere di oziare indisturbati e, a discrezione del lavoratore, anche con un pizzico di lecito orgoglio. Sarebbe sicuramente più facile se fossi allineata a righe di primo ordine come quelle quelle disegnate negli spogliatoi che separano chi è vestito secondo procedura dagli altri, vestiti e basta; o meglio ancora dovrei sostare vicino alle righe di sassi tondi e bianchi, rubati chissà in quale favola, che proteggono i fumatori dai quadrifogli geneticamente modificati.
Non è un concetto facile da capire per i non addetti ai lavori ma posso dire che se fossi un musicista sarebbe come se su uno spartito crome e semicrome venissero scritte a cavallo di una piega accidentale della carta, anziché delle righe del pentagramma. Sorrido e penso che qualcuno più creativo potrebbe suonandole, osare…
Guardo l’ora e decido che non ho il tempo sufficiente per verificare se, anche nel mio caso, la tracotante posizione assunta possa migliorare le mie prospettive professionali.
Adagio ma con un movimenti sostenuti riprendo il ritmo tornando alla postazione di lavoro.
La mano sinistra ravviva la piega dei capelli e la destra cerca alla cieca la giacca sulla spalliera della sedia.
Il telefono è già misteriosamente scivolato nella tasca, lo sento solo dal peso sbilanciato dell’indumento, ricompongo l’equilibrio riponendo nella tasca opposta il portachiavi a collare aziendale. Ho ufficialmente deciso di non metterlo più al collo da quando lo hanno sostituito con un tipo dotato di una apertura di sicurezza a norma di legge, pensata per ridurre il rischio di impiccagione e di improbabili incidenti.
Esorcizzo visioni macabre, della mia testa incastrata tra il collare e le porte del metrò in movimento, attaccandoci vari amuleti: chiavi, chiavette, badge, cercapersone, gadgets per obiettivi raggiunti, ma soprattutto per quelli non raggiunti (i miei preferiti!). E’ diventato un grappolo rumoroso, non facile da smarrire, la trasformazione complessa gli ha donato una nuova identità sonora. Ora il mio collare produce un accordo, forse un arpeggio, che mi accompagna nella danza quotidiana. Ci sono di gran lunga più affezionata che al codice alfa-numerico stampato sul camice.
Un ultimo sguardo al terminale dove vedo riflesso il profilo degli occhiali e non solo, scendo con lo sguardo lungo la linea del naso fino alla bocca, la mia. Non mi piace!. Decido cosi’ di modificare l’immagine delle labbra, chiudendole, evitando che incisivi indisciplinati vi si affaccino. L’ovale del viso è finalmente inscritto nel rettangolo dello schermo, concludo il ritratto riponendo simmetricamente con entrambe le mani i capelli ai lati di quelle orecchie.
Da dietro la porta arriva indiscutibile il segnale dell’ascensore al piano. Mi ricordo della scommessa fatta con il tempo e mi affretto.
Con la mano sinistra appoggiata all’angolo della scrivania mi spingo verso la maniglia, raggiunta prima dalla mano destra e poi dal corpo che compiendo mezzo giro su se stesso, grazie all’incrocio di un piede dietro l’altro, chiude automaticamente anche la porta dell’ufficio.
Come da programma mi trovo sulla traiettoria delle porte scorrevoli dell’ascensore, inquadrata in primo piano della fotocellula. Sorrido.
Segue uno scatto e uno scampanellio ed entro nel vano vuoto. Mi appoggio morbida alla parete sbilanciandomi indietro sui tacchi, i muscoli del polpaccio sono cosi’ tesi che dolgono di un sottile piacere. Pizzico il tasto zero e mi lascio trasportare dalla sorda melodia che, ben oliata, va calando fino al piano terra dove riprendo, allegra ma non troppo, la mia via.
Respiro e mi sento in perfetta armonia con lo spazio e con il tempo! Bene!
I miei tacchi rintoccano a ritmo sul marmo appena lucidato degli interni della palazzina 20B, fin davanti alla porta chiusa del dott. Sharp.
Qui mi concedo una serie di respiri sincopati per l’emozione, è l’ora della mia pausa, comincia l’assolo del protagonista.
Mi concentro abbassando entrambe le braccia lungo il corpo. Inspiro e mi siedo immobile di fronte al gesticolante dott. Sharp. Espiro e ascolto.
Sto recitando in silenzio.
Titolo: “La condivisione”. Atto primo: “L’assertività”.
Gli occhi, purtroppo proprio i miei, impreparati decidono di improvvisare, ne esce una scena che potrebbe essere intitolata: “La Perplessità”. Sottotitolo: “Ma dove cazzo sono finita?”.
Una voce fuori dalla stanza urla: “Buona la prima!”.
Una voce dentro di me risponde: “Dovremmo vederne almeno una seconda prima di giudicare se è buona”. Decido di tacere e penso: “ Non sarò certo io a spiegare al dott. Sharp che siamo solo chimici e ingegneri in una rumorosa multinazionale farmaceutica e non cantanti, ballerini, musicisti di un’orchestra in un teatro d’opera. Non confesserò a nessuno che siamo sordi e sgraziati attori di un’opera intitolata “Creatività e nuovi modelli aziendali” che il Dott. Sharp in persona ha deciso di mettere in scena per la fine di quest’anno.
Cosi’ rimango in silenzio, nella speranza che non mi metta a suonare i campanelli... forse è più probabile i citofoni, ma di un’altra azienda farmaceutica, alla ricerca di una parte in una altra commedia!
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