lunedì 18 giugno 2007

febbraioduemilaquattro


Accetto. Mi ero detto mesi fa. Qualsiasi cosa. Senza condizioni. Accetto. Voglio vivere il presente che mai si conclude. Voglio vivere come se il prossimo passo fosse l’ultimo, cosa che in effetti è. Ogni passo avanti è l’ultimo e con esso il mondo muore, compreso il proprio io. Ma ogni giorno rinascere. Riguardare il tutto con gli occhi di un neonato. Muovere la testa a destra e a sinistra, sopra e sotto, strabuzzare gli occhi per il sole che sorge o la foglia. Sì, proprio quella che nasce sul ramo dell’albero qua davanti.

Lo sento già sul viso, il tiepido sole di primavera, voglio vivere solo per quello perché tutto il resto non mi interessa.
Io, Walt, nel mio 37° anno di età e in perfetta salute!… Sono in marcia con la mia visione… Io mi amo alla follia… Walt Whitman, un cosmo, di Manhattan figlio, turbolento, carnale, sensuale, che mangia e beve e cresce… Svitate le serrature delle porte! Svitate addirittura le porte dagli stipiti…Qui o da qui in poi per me sarà tutto lo stesso… Esisto così come sono, e questo basta”.
Ho una tale e tanta fretta di riversare i miei pensieri che li supero di corsa nel buio.
Mentre cammino o sono sul treno, scrivo libri, immensi tomi. Ma poi davanti a questi tasti è difficile che esca qualcosa.
In questa casa ho visto l’autunno bruciare in mano la sua foglia. Ora vedo dalla finestra il bagliore della vera luce invernale riflessa dalla neve. Una stagione dietro l’altra. Amo il loro incessante susseguirsi. L’anno scorso sembrava tutto uguale chiuso nel mio guscio. So che vedrò da qui la primavera e sentirò la brezza tiepida che l’accompagna. Il cinguettare degli uccellini nell’alba estiva. Il caldo appiccicoso sulla pelle. Il profumo della sera che entra nella camera.
Ai margini di un temporale occidentale, il rosso fuoco all’orizzonte mentre le nubi gravide di pioggia si avvicinano annunziate da lampi e tuoni, rimango alla finestra per odorare l’acqua già presente nell’aria e il silenzio prima che si scateni la tempesta. Sì madre natura, fai sentire la tua forza!
Un anno intero come minimo passerò qui, dodici mesi stanno trascorrendo sotto di me. E poi non so. Non ne ho la più pallida idea...
Ieri pomeriggio sono tornato assente. Ho continuato ancora un po’ a parlarti. No, non sono pazzo. O forse sì? Molte volte parlo, parlo pensando con le persone che conosco come se loro fossero accanto a me. Forse tu sarai tornata indifferente, contenta, triste, tranquilla, rilassata, decisa, pensierosa, turbata o nulla di tutto ciò. Io mi sentivo come un ventitreenne di fronte ad una trentenne (d’animo mente cuore, anche se ho capito, l’età non conta proprio nulla). Strana sensazione. Sconvolgimento emotivo. Un po’ svuotato di me, ma nel contempo sereno. Non voglio chiedermi cosa e perché, non voglio pensare che sarà o cosa non sarà, che importa?
Se anche solo questo è un attimo che sfugge, è pur sempre un attimo che esiste. Vive. Mangia. Cresce. Sogna.
Non mi ricordo più cosa ti ho detto, cosa ho scritto, quanto ti ho spedito e quanto invece ho cancellato. Tutto si è fuso in un enorme magma.
Alcune volte vorrei distaccarmi dalle persone, esserne completamente indipendente. Vorrei svuotarmi di tutti, come rovesciando una bottiglia d’acqua nel lavabo vedere gorgogliare il contenuto che sembra resistere alla voglia incessante di vuoto.
Vorrei non avere necessità, sogni, speranze, illusioni. Niente di niente potrà più illudermi, diceva Rimbaud.
Ma non è così. Le persone vivono in me. Io le sento. Forse io stesso non esisterei senza di loro. Sarei veramente un guscio vuoto. Sono gli altri che mi illuminano con la loro presenza. Vivo di luce riflessa, come la luna! E quella piccola fiammella che arde in me, cresce e prospera grazie ad essi. Ciò che è al di fuori e ciò che è dentro di me, tutto questo, ogni cosa, è risultato di forze inesplicabili. Un caos il cui ordine è al di fuori di ogni comprensione. O almeno io non lo capisco.
Non voglio restare chiuso tra quattro mura per tentare di scrivere di nulla. La scrittura non è sentimento, è esperienza. È persone, giorni di viaggio, visioni, alberi, città che ti sfiorano, strade che vivono, infanzia ricordata, ore di malattia, albe che nascono, persone che ti abbandonano, nuovi incontri, cieli stellati, stelle cadenti, la finestra aperta, i rumori dei vicini, uccelli che volano, urla di dolore muto, pianti di gioia, timidi silenzi, sorrisi sommersi, risate scroscianti…
… Perché i ricordi, in sé, non sono tutto. Solo quando diventano in noi sangue, sguardo, gesto, anonimi e indistinguibili da noi, soltanto, allora può succedere che in un’ora rarissima da essi si stacchi e s’innalzi la prima parola di un verso”. [ R.M. Rilke]

Nessun commento: