domenica 23 settembre 2007

requies - berio, op.42


scese le scale, come alla fine di ogni giornata. le luci di un falso tramonto si allungavano per i corridoi del dormitorio, lo scatto di un interruttore le avrebbe spente nella notte. lo stabile, per chi lo poteva osservare dall'esterno, era ricavato nei vecchi contrafforti delle mura spagnole. così i primi piani a fatica prendevano i colori del giorno, mentre gli ultimi permettevano di lanciare lo sguardo verso la campagna, verso un al di là congetturale popolato solo dalle fantasie di coloro che riuscivano ad abitare allo stesso tempo quei due mondi.

il continuo dei suoni non poteva essere interrotto. ad uno ad uno gli strumenti prendevano la parola, emettevano le note che avrebbero riempito lo spazio angusto riservato loro dalla partitura. il flauto suonò cinque note senza una logica apparente, rivendicando la propria esistenza. poi i corni e i violini richiusero ogni passaggio, una vetrata inclinata dipinta di cielo increspata solo dal pizzicato dei bassi.

dovette aspettare che il pubblico lasciasse la cappella, sciamando nelle vie del centro. a malincuore dovette indugiare, la mancanza di azione lo infastidiva, permetteva ai suoi pensieri di raggiungerlo. sentiva il disagio di essere osservato da chi poteva capire i suoi segreti, le verità che non poteva dire. sentiva il peso di una folla silenziosa che ogni giorno attendeva da lui una speranza e che ogni giorno veniva delusa.


domenica 16 settembre 2007

numero quattro


alzo lo sguardo, le luci già coperte
ascolto di sfuggita i discorsi di lei
rapisce il piacere ingenuo delle frasi
stereotipi per i pochi spettatori di un teatro di periferia
un lavorio sottile senza scosse svuota le riprese dell'orchestra
ora scoprendo le note dell'oboe, ora quelle profonde dei violoncelli
mi concentro sull'azione, sui particolari del copione
fotogrammi di lanterne magiche che non possono più stupire
si adagiano lentamente in posture differenti
ingressi successivi interrompono la tensione per l'attesa del finale
rincorrendo i disegni della partitura
intrappolate pause tra le battute

sabato 8 settembre 2007

secondo movimento

Eravamo io e il Pu quella sera, non c’era l’altro Pu e nessuno ci capiva mai nulla se dicevo ieri sono uscito con il Pu.
Il gruppo suonava le canzoni tipo blues&soul e la gente ballava e loro si sentivano tutti dei fighi e ammiccavano alle ragazze che ammiccavano a loro. Niente mi avrebbe convinto a salire sul palco e fare il suonatore per ammiccare perché ho sempre pensato che quelli erano solo dei grandi stronzi che si credevano famosi in tutto il mondo invece lo erano solo nella provincia, nella parte sud. Ma a quanto pare funzionava perché le tipe ammiccavano e non solo da quello che si diceva, le voci giravano allora, e saranno state anche vere forse solo un po’ gonfiate.
Stavo lì seduto a fumare perché di ballare proprio non mi andava quella sera, non sono un gran danzatore ma se mi ci metto sono meglio di tutti quelli che sembrano degli ubriachi svolazzanti al bel canto ritmato. Aspettavo il Pu che era andato a casa del suo amore eterno perché aveva la sciolta e tutto il resto, gran brutta cosa in una sera d’estate piena di ragazze che ammiccano al gruppo del momento.
Insomma era giunta l’ora di andarsene e quando il Pu tornò tutto bianco in volto prendemmo il suo mezzo e via a non più di sessanta perché il Pu era un tipo prudente. Il parti era per il genetliaco del caro Guz che era ancora abbastanza giovane o per lo meno si impegnava per esserlo. Il Pu non stava ancora proprio a posto e mi diceva che sarebbe tornato presto ma che voleva passare per fare gli auguri e tutto il resto.

Era proprio un parti come si deve con la gente sparsa e tutto il resto come piace a me. Il caro Guz ci portò il regalo di benvenuto perché noi non si doveva portare regali, era lui che li distribuiva ed era cosa buona perché dopo poco le molecole entrarono in contatto con gli alveoli, il loro RNA fece il giusto messaggero e il Pu non aveva più l’ombra del minimo cagotto, come lui amava dire. Così si restò lì senza preoccuparsi del fresco della sera perché le stelle luccicavano anche troppo.
Anche qui però era pieno di gente che ci credeva, ridevano e ammiccavano perché alla fine i parti si fanno per questo e c'era gente strana che si sedeva a parlare e non capivi quel che dicevano perché avevano esagerato con il liquido o con il gassoso, non lo so, o entrambi ben miscelati. Come quello che non si trovava e tutti o quasi erano agitati perché chissà dove è andato magari è caduto in un pozzo ma nessuno faceva nulla tipo andarlo a cercare perché era un parti di quelli che funzionano ed era giusto che uno si perdesse e che ci si preoccupasse per un poco. Tanto di pozzi non c’erano in zona.
Ci sembrava di essere lì da ore così decidemmo che si era fatto tardi. Ma non era poi passato tanto tempo solo che oltre a fare bene al cagotto, come amava dire il Pu, quella roba dilatava anche parecchio e saliti in macchina ci avviammo silenziosi ma non trovammo come andarcene da quel buco di paese. Si girava intorno e tutto il resto ma non si usciva. Così passammo un incrocio e solo dopo un po’ guardai verso il Pu e gli dissi che era rosso, lui non si voltò nemmeno e rispose ho visto e continuò zitto sui suoi prudenti sessanta.
Era stata una serata di lusso, non avevamo falciato una famiglia e bimbi e cane e tutto il resto e non finimmo sul giornale e nessuno pianse, si ritornò a casa beati e steso sul letto mi dissi convinto che l’uomo non avrebbe dovuto costruire semafori rossi.

domenica 2 settembre 2007

primo movimento


Nel mio sogno è a est non ricordo più il suono della voce il campanello della bici come quella volta in cui mi dicevi non è passato troppo tempo come si fa a ricordare una voce? Sirio la vedi al mattino eppure tutto si ricorda come se fosse registrato è estate e quel campanello non vuol dire nulla basta un sogno o un suono è un attimo ti ritorna nella mente vivo lo hai anche scritto e lo pensavo la luna è appena sorta luna piena bisogna perdersi per ritrovarsi devo vedere almeno una stella cometa per esprimere il desiderio ho tutto il tempo perché lo voglio è l’unica cosa che voglio con tutto me stesso chissà se credi ancora a Cummings le luci sono accese sparse alla finestre io ci credo l’aria è ferma nessuna foglia si muove forse un giorno ci ritroveremo un aereo passa diretto chissà dove non so se mi pensi in un livello energetico non degenere il relativo autostato del sistema è unico ed invariante sotto trasformazioni di simmetria non so nulla e ho sbagliato tutto ma era l’unico modo prevedono pioggia la prossima settimana l’unica possibilità che avevamo i treni si stanno svuotando io lo so che mi pensi lo sento come quella città nelle fiandre e i suoi canali potrei sbagliarmi non ho alcuna certezza il negozio libanese vicino a rue Mouffetard ma sono passati troppi mesi e mi chiedo perché come si dice un bacio in greco? o forse è poco tempo non ho fretta la basilica illuminata di notte vicino al mare tutto è dentro di me e non se ne va ascoltando Shostakovich all’Opéra Garnier tutto sarà dentro di me come quella volta che avevo le placche in gola due mesi e non sarò più qui singolare scritto alla rovescia tutto sarà perché lo sento palazzo bruchi ai margini del tuo sorriso nel mio sogno non è più domenica ovunque tu vai io vado e una strada parte da me.

giovedì 19 luglio 2007

verità sotto la foglia (4)


Non sono altro che la cruda terra
Il mio odore è quello della pioggia
Il mio odore è quello del vento
Il mio odore è quello degli alberi

Il mio sapore è quello degli alberi oscillanti al vento nella pioggia

Notte, prendi le mie mani
Acuisci la mia visione
In punta di piedi sulla soglia
Ti aspetto
Ai margini della debole luce
Ti vedo


martedì 3 luglio 2007

fuochi


i fuochi di san pietro segnano l'orizzonte
opaco come i vetri delle case in inverno
quando i lumi sono deboli chiarori nel cupo delle stanze
dopo che è passato l'ultimo segno del giorno
il suono distinto della porta chiusa nel cortile
quando i passi sono la prova del silenzio della notte

dalla fiamma dei ricordi si scosta il volto di una donna
ancora astratto dalle forme del corpo
prigioniero più dei sogni che della realtà
circondato dalle scene e dalle parole di una commedia
atto unico di una maschera
alla ricerca delle proprie verità

pochi particolari rendono più difficile l'incontro
il colore dei capelli appena cambiato

il profilo meno deciso più arrotondato

rapidi saluti cercando la trama di vecchi pensieri

inciampando nelle abitudini di giorni trascorsi

a sopravvivere


la luce della luna allunga le ombre e nasconde

il tramonto della stella della sera

con una finta commozione avvolta di retorica

la caligine copre gli ultimi fuochi e soffoca le braci

lei si allontana

la scena si svuota

giovedì 28 giugno 2007

Cupio dissolvi


Il pentotal entra bruciando nella vena. Non faccio neanche a tempo a contare fino a due. Buio.


Due dita mi aprono le palpebre. Una luce intensa penetra nell’occhio per pochi secondi. La pupilla reagisce appena. Lentamente inizio a prendere coscienza.
Mi vedo sdraiato in un letto, il braccio collegato con una cannula ad una flebo. La testa è appoggiata su più cuscini e le lenzuola prendono la forma del mio corpo, immobile. Un’infermiera mi guarda per pochi attimi poi passa al letto successivo. Il medico visita un vecchio. Vedo la bocca dell’infermiera aprirsi, ma non esce alcun suono. Mi prende il panico. Perchè non si accorgono che sono sveglio? Provo a parlare, ma non si muove nulla, nessuno si volta.
E’ notte. Solo una debole luce esce da sopra il letto riflettendosi sul soffitto. Forse è solo un sogno, o il ricordo di un sogno.
Mi vedo camminare accanto a lei, vicini, ma non vedo il suo viso come se lo vedessi dalla prospettiva dei miei occhi. No, la visione è esterna. Io guardo la scena da fuori, uno spettatore dinanzi a una diapositiva del passato. Forse è solo una ricostruzione del cervello, un assemblaggio d’immagini da vari punti di vista, il montaggio di un film mentale.
Ora è proprio così, mi vedo lì fermo, non posso girare la testa, ma ugualmente vedo il dottore che si allontana ed esce dalla stanza. I pensieri si accumulano. Cerco di fare mente locale, di calmarmi. Non può essere eppure... non riesco a crederci, qualcosa deve essere andato storto, non lo so.

I primi bagliori dell’alba illuminano la finestra. Devo aver perso coscienza per un po’ d’ore. Accanto a me non c’è più nessuno, il letto è vuoto, perfettamente rifatto come se da giorni non ci dormisse più nessuno. La stanza è tutta per me. Non sono passate solo poche ore allora, forse sono giorni o settimane. Non ho più cognizione del tempo.
Mi sembra di essere in un incubo, solo con i miei pensieri, senza possibilità di comunicare. Ho già perso coscienza una volta e non so quanto è passato. Guardo fuori dalla finestra, gli alberi hanno ancora tutte le foglie ben attaccate ai rami. Bene, per lo meno siamo ancora in estate. Non sento alcun dolore, forse mi riempiono continuamente di barbiturici, oppure semplicemente non ho più sensazioni fisiche. Nello stesso modo in cui non riesco a parlare o percepire i suoni, forse anche per lo stesso motivo non provo alcun tipo di dolore. Faccio un altro tentativo, urlo, ma la bocca non si apre. Gli occhi rimangono chiusi.

La luce è forte ora. D’improvviso lei entra nella stanza. Il viso è sciupato ma gli occhi sempre svegli e combattivi. Si avvicina, mi dice qualcosa e mi accarezza dolcemente la fronte. Prende la sedia da sotto il tavolino di fronte al letto. Si siede accanto e mi prende la mano. Continua a parlare, come se mi raccontasse qualcosa. Non riesco a sentirla. Ogni tanto mi bacia dolcemente sulla fronte, trattiene le lacrime, gli occhi si chiudono. Poi riprende con un sorriso forzato.
Non riesco a parlarle, ma cosa mi dice? Forse che mi ama o forse mi racconta la sua giornata, parla del lavoro o dello spettacolo teatrale che ha visto martedì, o del divano nuovo che vorrebbe comprare. Parole su parole per tentare di svegliarmi. Non sto dormendo. Sono qui immobile, ma ci sono.
Ora la vedo nella sua completezza, forse perché la considero perduta. Nella frenesia quotidiana la vita ci passa ai margini, noi nuotiamo nella corrente ma solo in quei punti di discontinuità, quando la normalità non è la regola, solo allora, fermi, aggrappati alla riva del fiume, possiamo guardarci le mani, aprirle e vedere se e quanto sono vuote.

Un attimo di buio e lei non c’è più. Sono attorniato da medici, riconosco il professor De Blasi, è lui che mi ha seguito e operato. Parlano tra loro, ogni tanto si avvicinano, aprono e chiudono una cartella, riprendono a parlare. Poi d’improvviso escono chiudendo la porta. Passa un attimo e lei rientra, il viso più disteso. Forse avrà avuto buone notizie. Io comunque non provo più angoscia. Sono sereno. La vedo dinanzi a me, i cappelli raccolti in una coda. E’ ancora giovane, brillante e capace. Non sono preoccupato, se la caverà. Non m’importa se troverà un altro e se da lui avrà finalmente un figlio. Forse è questo che doveva accadere. Certo non l’avrei mai pensato prima d’ora. Sono sempre stato geloso e solo il pensiero che un altro potesse anche solo desiderarla mi faceva imbestialire. Ora non sembra poi così importante. Desidero solo che stia bene, che si goda la vita senza guardare al passato. Vorrei tanto dirle addio, almeno riuscissi a stringere debolmente la mano, a farle capire che ci sono. Sorriderle, per comunicare che non ho rimpianti. Aprire per un attimo gli occhi.
Dopo aver messo a posto la sedia ritorna al mio capezzale, mi bacia la fronte, mi accarezza la testa dolcemente, più volte. Leggo chiaramente il labiale: a domani amore.
Quando esce dalla stanza io sento che non la rivedrò più. Mi sono sempre piaciuti gli addii. Ho sempre voluto fare il melodrammatico, e proprio ora quando la drammaticità è al culmine nella mia vita non me ne importa più nulla.
Non ho più alcun desiderio d’esistere.

Perdita di coscienza.
Un dottore, circondato da paramedici, mi preme il petto con forza. Un’infermiera infila un ago nel braccio e preme fino in fondo lo stantuffo. Il medico si ferma e guarda un monitor. Una linea retta lo attraversa da parte a parte. Ricomincia con lo stesso ritmo a premermi sul torace. Un’altro ago questa volta mi entra direttamente nel petto. La linea è sempre piatta. La guardo concentrato. Vedo i fosfori verdi allineati come in fila, nell’attesa di spiccare un salto. Il medico si ferma. Si asciuga la fronte sudata con l’avambraccio. Toglie i guanti di lattice e guarda l’orologio in mezzo alla parete. Poi esce. Rimane solo una giovane infermiera. Mi toglie delle ventose dal torace e dal polso. Poi stacca la flebo e se ne va chiudendo la porta.
Non vedo quasi più nulla accanto a me. Guardo la stanza svanire, il letto si scioglie in una massa bianca.
Fisso la linea verde sul monitor ancora acceso, avvicinarsi sempre più. Vedo dei pallini enormi, lampeggiare lentamente, sommergermi. Nuoto nel liquido amniotico della non esistenza. Ora è tutto verde, verde fosforescente.
Poi buio.