domenica 9 marzo 2008

Un racconto sul fuoco


Parcheggiò la macchina nel piazzale vuoto di fronte alla chiesa. Aveva piovuto tutta la notte, le strade erano ancora bagnate e il fiato si condensava nell’aria umida e gelida del mattino. Entrò dal portone centrale, si tolse i guanti e li infilò nella tasca destra del giubbotto, poi si levò il cappello di lana e lo mise nella tasca sinistra. La temperatura interna non era molto differente da quella esterna. La chiesa era vuota, debolmente illuminata, si avvicinò a una candela e stese la mano sopra la fiamma. Sentiva il calore al centro del palmo. Rimase immobile qualche secondo poi lentamente l’avvicinò al fuoco fino a che il dolore non fu insopportabile. Chiuse la mano a pugno e spense la candela, poi indossò i guanti, cercò delle monete nella tasca sinistra dei pantaloni e le infilò nella cassetta delle offerte.
Si sedette su una panca nella navata laterale, prese il foglio della messa, lesse la lettera di San Giovanni agli Apostoli e poi lo accartocciò, buttandolo sotto la panca. Dopo un quarto d’ora un prete si avvicinò al confessionale, entrò, chiuse la tenda e accese la luce.
L’uomo s’inginocchiò nella parte riservata al penitente. Il prete, finite le sue orazioni, aprì lo sportello fra le due grate. Poteva vedere il contorno della figura del sacerdote, gli occhi che luccicavano nella penombra del confessionale.
Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
Amen.
Vuole sedersi di fronte a me, all’esterno?
No, va bene qui, Padre.
Il tono della voce dell’uomo era basso, ma le parole erano ben scandite e non si faceva fatica a comprenderle.
E’ tanto che non si confessa?
Non mi ricordo Padre.
Non importa, mi dica, prego.
Ho ucciso un uomo.
Il prete rimase in silenzio, scosso. Si tolse il tricorno e lo appoggiò accanto al breviario.
Quando è successo?
Tre anni fa.
E viene ora a confessarsi?
Sì.
E’ stato in prigione?
No.
Lei deve andare dalla polizia.
Non ne ho intenzione, Padre.
Non è pentito? Perché è venuto a confessarsi? Nessuno la potrà perdonare, nemmeno il Signore, se non si pente. Deve prima costituirsi, chiedere perdono alla famiglia e confessare.
Per questo sono venuto da lei.
Da me?
Lei è la sua famiglia.
Scusi, non capisco.
Suo fratello.
Mio fratello?
Io ho ucciso suo fratello, tre anni fa.
Mio fratello è morto nell’incendio della sua casa. E’ stato un incidente.
Non è stato un incidente.
Cosa?
C’è stata una fuga di gas e la casa di suo fratello è andata a fuoco quella notte, mentre dormiva. Ma non è stata accidentale: è stata provocata, di proposito.
Da lei?
Sì.
I pompieri avevano escluso anche il suicidio.
Lo escludo anch’io.
Ma, come ha fatto?
E’ il mio lavoro.
Lavoro?
E’ quello che faccio.
Perché è venuto se non è pentito, perché è venuto a dirmi che ha ucciso mio fratello?
Volevo solo che lei sapesse.
Perché ora e non prima?
Non era il momento giusto.
Il giovane prete chiuse lo sportello, si coprì il volto con le mani e iniziò a piangere.
L’uomo si alzò dal confessionale, indossò il cappello e uscì nel piazzale. Aveva ricominciato a piovere e l’aria era ancora più fredda. Si alzò il bavero e camminò nel viale a fianco alla chiesa fino a raggiungere l’ingresso dell’oratorio. Attraversò un piccolo cortile, raggiunse una porta, non fece fatica a entrare, era aperta e non c’era nessuno.
Dopo dieci minuti il prete entrò nella casa e si ritrovò l’uomo seduto di fronte a lui, sul divano nel salotto.
Cosa ci fa lei qui?
L’uomo lo guardò con un sorriso.
Ho cambiato idea Padre. Mi sono pentito.
Prese con calma la pistola dal giubbotto, la puntò verso il prete e fece fuoco.


giovedì 6 marzo 2008

senza titolo


grattavo le pareti con le unghie senza fare rumore; la finestra aperta e la luce di settembre così dolce, così cruda.
e io solo pelle, un guscio senza muscoli ossa nervi sangue
immerso nello spazio vuoto che mozza il fiato

volevo solo uscirne e scappare ma rimanevo immobile, appoggiato al divano, aspettando la pioggia per lavare via tutto,

tutto quanto non c'è più, non c'è mai stato



domenica 2 marzo 2008

occasioni


sui pendii scoperti dal sole del mattino

il vento compone i contorni della neve di una sera
una polvere bianca si solleva in piccole volute
sembra rotolare veloce mentre la luce rifrange
colori nascosti

una linea curva traccia di un passaggio
segna un limite tra due mondi
una frattura fra due possibilità ed un medesimo esito
risale i dossi prima scomparendo fino ad un ipotetico valico
mostra una scelta una decisione non ancora presa

verso sera quando la luce scompare
dopo il tramonto del sole
in queste ore che aprono alla riflessione
che ricordano ciò che non è stato fatto
e ciò che non sarà

il gioco del vento si fa più chiaro
ti accorgi che i particolari del paesaggio
si confondono
mentre la linea svanisce
ben prima dell'oscurità

sabato 1 marzo 2008

appuntamento

Le vedo le molte insegne su quel lato della strada.
Attraverso di corsa. Poche manciate di minuti per comprare un accessorio che quella sera avrebbe fatto la differenza. Ma cosa? mi chiedo, sara' l'istinto a dirlo, mi rispondo. colorirumorioggettipersonedeciselescansolastradailmarciapiedefinisceiltempogiàdamolto
fermati
mi guardo in una vetrina ormai buia, nessuna differenza da sempre
prendo dal fodero la pistola che mi protegge dal resto del mondo
INVIO
con calma una sigaretta verso casa

lunedì 25 febbraio 2008

edward estlin cummings (2)


là dove non sono mai stato, piacevolmente oltre

ogni esperienza, i tuoi occhi hanno il loro silenzio:

nel tuo gesto più delicato ci sono cose che m'imprigionano,

o che non posso toccare perché mi sono troppo vicine


il tuo sguardo più insignificante facilmente mi schiude

sebbene io mi sia chiuso come le dita di una mano,

tu mi apri sempre facilmente petalo per petalo come la Primavera apre

(sfiorando abilmente, misteriosamente) la sua prima rosa


o se il tuo desiderio sia chiudermi, io e

la mia vita ci chiuderemo di scatto meravigliosamente, improvvisamente,

come quando il cuore di questo fiore s'immagina

la neve scendere con cautela ovunque;

niente di tutto ciò che sperimenteremo in questo mondo è pari

alla forza della tua intensa delicatezza: la cui trama

mi costringe nel colore delle sue terre,

rendendo omaggio alla morte e al per sempre ad ogni fiato


(non so cosa sia di te che chiude

e apre; solo qualcosa mi dice

che la voce dei tuoi occhi è più profonda di tutte le rose)

nessuno, nemmeno la pioggia, ha mani tanto piccole

domenica 24 febbraio 2008

Racconto d'autunno


Sono nato il giorno dei morti. Da piccolo non capivo perché ogni anno mia madre mi portasse al Monumentale. Gli altri bambini lo festeggiavano in modo diverso, ne ero sicuro. Lei puliva la tomba dei nonni, cambiava i fiori e intanto mi raccontava del pomeriggio in cui mi diede alla luce. Non te lo puoi ricordare Tato, iniziava sempre, ma quel giorno faceva molto freddo. Il papà faticò non poco per accompagnarci in ospedale. Tutta la città era immersa nella nebbia, ad ogni incrocio bisognava fermarsi perché non si vedeva la luce del semaforo. Bisognava stare attenti! Tu eri nella mia pancia e volevi uscire…

Ora immagino mio padre bestemmiare al volante della Seicento, mentre mia madre soffia e grida ad ogni contrazione. Nella storia di mia madre questo però non c’era.


Trentadue anni dopo mi alzo e non ho intenzione di andare in ufficio. Tanto meno al cimitero. Mi concedo un giorno di ferie. Non voglio lavorare il giorno del mio compleanno.
Guardo nel frigorifero: latte scaduto e sciroppo d’acero, neanche un uovo. Decido di andare a fare colazione in centro.

Esco e mi accorgo che fa più caldo di quanto pensassi. Mi metto la giacca sul braccio e cammino fino alla fermata del bus.

L'autobus è vuoto, sono le dieci passate e tutti sono già al lavoro, chini sulle scrivanie. Un vecchietto è seduto davanti, vicino all'uscita. Si toglie il cappello per asciugarsi la testa sudata con il fazzoletto, indossa un completo di lana, non capisco come faccia a resistere con questo caldo. C’è anche una ragazza seduta poco distante da me, legge un libro, ogni tanto alza la testa per controllare dov’è. Le vedo il seno spuntare dalla camicia sbottonata. Adoro questa stagione: spariscono giacche, sciarpe, cappelli e compaiono gonne corte, canottiere, magliette aderenti.

Scendo nella zona pedonale e cerco un bar con i tavolini all'aperto. Ordino una spremuta d'arancia e una fetta di torta di mele. Il caffé non lo fanno bene qui.

Vedo un giornale abbandonato sul tavolino a fianco. Lo prendo, leggo distrattamente la prima pagina, ma poi lo rimetto dov’era. Non mi interessa quello che è successo o potrà succedere. Mi rilasso sulla sedia e guardo le foglie appena nate che già colorano gli alberi del viale. Un passero becchetta una merda di cane sotto un’aiuola. Come deve essere più facile la vita per lui. Ora che le giornate si stanno allungando, l'aria si riempirà di insetti e troverà cibo a volontà.

Finita la colazione mi viene un’idea. Inizio a camminare verso la spiaggia, me la prendo comoda passando dal parco. Voglio vedere i primi fiori sul prato, sentirne il profumo nell’aria. Niente strade trafficate oggi. Avrei voglia di tuffarmi in mare, accarezzo l'idea per tutto il percorso, ma poi penso all’acqua fredda. E' troppo presto per fare il bagno. Mi sdraierò a guardare i gabbiani risalire le correnti. Spero di addormentarmi al suono delle onde. Non ho voglia di fare nulla. Non so cosa fare tutto il giorno. Che importa?


Ho sempre odiato i compleanni in giornate piovose, fredde e grigie. Oggi invece c’è il sole, fa caldo, tutto è colorato. Una sensazione di infinita libertà mi assale. Erano anni che non mi sentivo così tranquillo.
Non so perché mi sono trasferito in Nuova Zelanda. E’ stata una scommessa con me stesso. Non sapevo cosa mi aspettava, ma volevo andarmene, il più lontano possibile.

Oggi ne sono certo: ho scelto il posto giusto.

martedì 12 febbraio 2008

sacco (IV) - burri


è successo ancora, da non credere, erano settimane che me lo ripetevo è stato lui a presentarmela, è stato lui ad organizzare i primi incontri... ma solo per non essere troppo esplicito per avere una scusa, un alibi perché lei non rifiutasse... bravo, e ora vuoi approfittarne tu, non meriti neanche che ti risponda, quasi mi sembri un'altra persona... chissà lei come si diverte a vederci giocare, forse ha già deciso chi di noi due è
fernando e chi guglielmo... per ora lo assecondo. oggi in collina, ha proposto lui, pensando lei è ungherese, vino, campagna, ricordi della terra natia, tanto per coglierla di sorpresa quando rilassata pensa ad altro... e via su per le strade sempre più piccole abbarbicate, lei sul sedile davanti, lui su quello dietro a ciarlare intrecciando storie per vedere come lei si muove, come ammicca al gioco. io attento, ora destra ora a sinistra, senza fretta raggiungo il bosco dei castagni, dovrebbe essere il giorno della sagra, ma al mattino in paese sono rimasti in pochi, si sa prima della festa occorre prendere il cinghiale. scendiamo senza una meta evitando di finire nella rete dei cacciatori, saliamo sul limitare dei campi, ormai senza fiori, ma ancora di un verde intenso quasi cupo, sfiorando i tronchi degli alberi, il sentiero appena nascosto dalle foglie... mi lascio trasportare dai sapori di immagini lontane, cullate dai suoni insoliti dell'accento straniero di lei. lui ci fotografa sotto un olmo isolato in mezzo al prato... la guardo, forse è la prima volta così da vicino, mettendoci in posa le ho sfiorato una mano cercando un segno dal suo volto, ma non ho avuto risposta. è difficile fare un passo dietro le quinte del reale, capire i legami, i rimandi che formano il nostro mondo senza aggrovigliare le fibre del vivere quotidiano. ora in silenzio, è già ottobre avanzato di molti anni dopo, guardo con malinconia l'immagine di quel giorno e noto, forse per la prima volta, le prime foglie gialle staccarsi in volo.